Un intimo romanzo di formazione in diciassette racconti è “Meccanica popolare”, il più recente volume di Pedro Juan Gutiérrez, mitico scrittore cubano. L’evoluzione di Carlitos, alter ego dell’autore procede di pari passo con la storia di Cuba. E si ritrovano la sua voce e la sua scrittura giocosa, figlie orgogliose della tradizione orale…
Ritrovare la voce di una leggenda come Pedro Juan Gutiérrez è un toccasana. Sono passati più di venticinque anni da quando il giornalista disperato e ubriaco delle prime pagine della sua opera più famosa Trilogia sporca dell’Avana raccontava la sua vita, senza più voglia di legami, in attesa solo del prossimo bicchiere di rum. Il suo libro più recente, Meccanica popolare (230 pagine, 20 euro) chiude idealmente quel cerchio tornando ancora più indietro, all’infanzia e all’adolescenza che avevano preceduto quella disperazione, e lo fa con la mano di chi ha smesso di dover dimostrare qualcosa. Non è il libro più scandaloso di Gutiérrez, ma è forse quello in cui la sua voce, liberata finalmente dalle etichette ingombranti che l’hanno accompagnata per un più di un quarto di secolo, suona più vicina a se stessa, pervasa di una sorta di spleen cubano.
L’officina segreta di una leggenda
Il titolo del volume, riprende quello di una vecchia rivista tecnica molto diffusa nella Cuba della gioventù dell’autore, un fascicolo popolare che insegnava a smontare e rimontare oggetti quotidiani. Pedro Juan Gutiérrez sembra applicare la stessa operazione alla propria materia narrativa, sollevando il cofano della sua scrittura per farne vedere gli ingranaggi uno per uno, senza più la furia degli esordi ma con la cura di chi sa esattamente dove mettere le mani. Ci sono diciassette racconti, come diciassette pezzi smontati di uno stesso motore biografico, in questo libro pubblicato in Italia da Castelvecchi nella traduzione di Gino Tramontana (che firma anche una profonda postfazione e un’intervista all’autore). I racconti che hanno come protagonista un ragazzo di nome Carlitos, alter ego dichiarato dell’autore – che il lettore incontra bambino e ritrova poi recluta, operaio edile, aspirante studente di architettura, cronista in erba – coprono tre decenni, dagli anni Cinquanta ai Settanta del secolo scorso, distribuiti fra Matanzas, Pinar del Río e l’Avana: le tre città in cui Gutiérrez è realmente cresciuto. Attorno a lui ruotano madri, zie sofisticate, vicine che somigliano a Sophia Loren, fidanzate destinate a lasciare un segno.
Un memoir travestito da narrativa
Per Carlitos era complicato. Non capiva. E nessuno gli chiariva nulla. Tutto era come un mistero impenetrabile, un labirinto. Lui era ingenuo e romantico. Non aveva quel sesto senso pragmatico, la bussola, che gli essere umani devono possedere per convivere in società e comprendere la politica e quei suoi meccanismi contingenti ed effimeri.
La struttura, pur restando una raccolta di racconti autonomi, funziona come un intimo romanzo di formazione a puntate, e dove la crescita privata procede di pari passo con la trasformazione radicale del paese che la circonda. Sullo sfondo di ogni racconto scorre la storia collettiva di Cuba: la rivoluzione del 1959, la nazionalizzazione che tolse al padre dell’autore la sua piccola gelateria, i cambiamenti vertiginosi che sconvolsero il paese nel bene e nel male. Non è un caso che il libro suoni, in definitiva, come una sorta di memoir travestito da narrativa: dietro ogni personaggio interposto si intravede lo sguardo di chi quegli anni li ha vissuti in prima persona, e che solo ora, con la distanza necessaria, riesce a raccontarli senza il filtro della rabbia. Ancora abbastanza isolato in patria, scrive nonostante i nemici, spiega nell’intervista finale, vive all’Avana e, dopo una vita di mille mestieri, sembra congedarsi nel modo più poetico e autentico.
Meno furia, più riflessione
Da quando ha pubblicato la sua Trilogia sporca dell’Avana, alla fine degli anni Novanta, la critica ha incollato addosso a Gutiérrez il marchio del Bukowski tropicale, del Genet caraibico, dell’Henry Miller dell’Avana. Etichette che l’autore ha sempre respinto con una certa insofferenza. Rispetto alla materia incandescente della Trilogia, ambientata negli anni durissimi del cosiddetto Periodo speciale (gli anni Novanta, quando dopo il crollo del blocco sovietico, Cuba perse appoggi e risorse, mentre l’embargo statunitense era sempre presente…), Meccanica popolare abbassa i toni, cambia il registro, sebbene la lingua resti giocosa e figlia di un’orgogliosa tradizione orale, s’esaurisce certa furia lussuriosa, anche se il sesso non manca, ma c’è più spazio per la riflessione, per captare gesti minimi di personaggi qualunque. Chi ama Pedro Juan Gutiérrez – indomabile leone, classe 1950 – ha un’occasione unica per tornare a leggerlo, ad ascoltarlo. Un’occasione da non lasciarsi sfuggire.
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