Una Venezia inedita nel libro della giapponese Ryoko Sekiguchi, un po’ saggio botanico e un po’ diario intimo. Il ritrovamento di un erbario ottocentesco è lo stratagemma letterario che dà il via a “Venezia, millefiori”, non è un’altra guida della città lagunare, ma la possibilità di vedere e conoscerla come un organismo vivo, grazie ai suoi fiori, ai suoi profumi e al passare delle stagioni
In Venezia, millefiori (20 euro, 168 pagine), pubblicato dalla casa editrice Wetlands nella traduzione dal francese di Giampiero Massano, Ryoko Sekiguchi compie un’operazione sottilmente eversiva, restituendo a Venezia la sua dimensione “orizzontale”, ovvero non quella dei canali, ma dei campi, delle barene, degli orti e giardini insospettabili e quasi invisibili che il turista non vede mai perché troppo occupato a guardare in alto, verso i palazzi. L’autrice giapponese scava negli strati di una città che la letteratura ha quasi sempre raccontato come pietra e acqua, dimenticando che prima del marmo c’era la terra, e prima dei palazzi c’erano le erbe.
Doppio sguardo femminile
La struttura del romanzo poggia su un espediente narrativo originale, ovvero il ritrovamento, quasi casuale, di un erbario ottocentesco della botanica Ilaria che diventa la lente attraverso cui l’autrice affronta il rapporto tra sguardo femminile e spazio urbano. Entrambe le donne, a distanza di secoli, praticano un’osservazione che è insieme scientifica e affettiva, lasciando trasudare un’attenzione e un amore viscerale per la città. L’incontro di Ryoko Sekiguchi con Ilaria diventa così un dialogo intimo e complesso che si sviluppa proprio attraverso l’erbario che non è un documento polveroso del passato, ma una «presenza intensamente animata» le cui pagine custodiscono non solo petali e foglie, ma annotazioni precise e febbrili he rivelano la sensibilità di una donna che ha osservato la natura con sguardo attento e consapevole. Da questo dialogo emerge una Venezia inedita, raccontata attraverso gli occhi e le sensazioni delle due donne, lontana dai monumenti celebrati e più vicina alla fragilità dei fiori, dei profumi, e delle stagioni che si rinnovano.
La botanica come pratica di resistenza
Ciò che rende il libro politico, nel senso più nobile del termine, è la scelta di raccontare la città attraverso le piante che vi crescono nonostante tutto. Sekiguchi non idealizza una Venezia verde e idilliaca, ma mostra piante che si insinuano nelle crepe, che germogliano dove il cemento cede, che sopravvivono in un ambiente ostile. La malva, il tarassaco, l’acetosella non sono semplici ornamenti, ma testimoni di una resilienza che l’autrice mette in dialogo con la fragilità della città contemporanea, minacciata dall’acqua alta e dallo spopolamento.
Una scrittura che rifiuta l’enfasi
Dal punto di vista stilistico, Sekiguchi adotta una prosa che rifiuta l’enfasi. Le frasi sono brevi, gli aggettivi misurati, le descrizioni procedono per accumulo di piccoli dettagli sensoriali più che per ampie vedute d’insieme. Questa scelta restituisce perfettamente la dimensione di chi si muove a piedi, chinandosi a osservare ciò che cresce ai bordi delle fondamenta. In alcuni passaggi, il romanzo sembra oscillare tra il saggio botanico e il diario intimo che manifesta il rispetto quasi religioso di Sekiguchi nutre per la materia e per l’oggetto che maneggia.
Un libro che chiede lentezza
Venezia, millefiori chiede di rallentare, di fermarsi sulle singole piante come si farebbe davanti a un quadro, di accettare che la narrazione proceda per accumulo più che per tensione drammatica. È un libro che difficilmente lascia indifferenti perché ciò che Sekiguchi ci restituisce non è un’altra guida di Venezia, ma la possibilità di vedere e conoscere la città come un organismo vivo, vegetale, che respira e si trasforma indipendentemente da noi. E forse è questo il vero dono del libro: ricordarci che Venezia non è solo ciò che mostriamo ai visitatori, ma anche ciò spesso non osserviamo con la dovuta attenzione, per esempio le erbe che crescono dove non ci aspettiamo. La vita che persiste oltre lo sguardo.
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