Assaf Gavron, il dolore di capire da adulti che l’infanzia è finita

È già un nuovo classico della letteratura israeliana, “Seguendo le tracce” di Assaf Gavron. La storia di quattro amici che attraversa i decenni. Una vicenda piena di tragedia e ironie, con un “buco nero” che per tutti è un punto di non ritorno, con uno straziante amore impossibile. Un’amicizia, colma di sogni e illusioni, che va di pari passo con l’epica e controversa storia del sionismo e di Israele

Nel 2007 Eshkol Nevo aveva pubblicato il suo romanzo più noto, La simmetria dei desideri. L’anno dopo il compianto Amir Gutfreund aveva lasciato il segno con Per lei volano gli eroi, meno noto ma non meno bello di quello di Nevo. Un altro grande autore israeliano, Assaf Gavron, sembra guardare a questi due romanzi, alle loro storie di immortali amicizie, qualche decennio dopo, per la sua opera più ambiziosa, che approda in Italia grazie alla traduzione di Shulim Vogelmann e alla pubblicazione presso Giuntina. Il fortissimo sospetto è che Assaf Gavron – che da traduttore ha molto frequentato certa letteratura statunitense d’eccellenza, fra Salinger, Roth e Jonathan Safran Foer – abbia scritto con Seguendo le tracce (547 pagine, 22 euro) un’opera destinata ad attraversare il tempo e a essere sempre più amata, una sorta di Grande Romanzo Israeliano, che mancava dopo la stagione d’oro di Yehoshua, Oz, Grossman, che risente anche di certa lezione della letteratura a stelle e strisce.

Linee d’ombra

Un gruppo di quattro amici alle prese con qualche linea d’ombra, con l’amore, o non solo, con la devastante storia di Israele («So di essere stato uno zero e che non merito perdono. Non voglio incolpare la storia, il luogo in cui vivo, quello che è successo a me o agli altri intorno a me…», dice uno dei protagonisti nella penultima pagina), con le loro vite costituiscono l’architettura romanzesca di un oggetto narrativo corposo, audace, pieno di una moltitudine di storie, colmo di tragedia e di ironia. Un “malloppo” che ci ricorda come sia straziante comprendere che l’infanzia è finita, capirlo decenni dopo la conclusione dell’infanzia.

Il cambio di passo

Non c’è invenzione grottesca, non c’è satira, c’è un cambio di passo nel lavoro di questo autore israeliano che merita di affermarsi definitivamente anche in Italia. Chi conosce Assaf Gavron per La collina (2013), commedia nera ambientata in un avamposto della Cisgiordania, o per Le diciotto frustate (2017), tutto invenzione e provocazione, si aspetti altro, con quarant’anni di storia condensati nella biografia di quattro ragazzi prima, poi uomini. C’è un punto d’origine di quattro traiettorie che si sfilacciano nell’arco di decenni, fino a intrecciarsi di nuovo, inevitabilmente, nel presente. Lo start è il tragico annegamento di un ragazzino, coetaneo dei quattro pilastri su cui si regge il romanzo: Kermit, Schneider, Gershon ed Eyal, nati alla fine degli anni Sessanta. La tragedia vicinissima, ma che non li coglie in pieno, è solo rimandata. Questione di tempo e di circostanze diverse, il dramma che segna arriverà a pagina 289 di un volume che non si riesce a mollare. È un punto di non ritorno e forse a poco servirà che, fra di loro, c’è chi si affermerà come un singolare artista, chi costruirà un fortunato impero economico, e chi, il personaggio più amato e più odiato di chi scrive, continuerà a vivere senza un perché, senza una meta, inseguendo il suo sogno d’amore, l’amore d’infanzia, continuando al tempo stesso a fuggire da lei e da se stesso.

Crescere, fallire, fallire meglio

I quattro ragazzi crescono, si arruolano, imparano un mestiere, viaggiano per il mondo, si innamorano e a volte falliscono e poi falliscono meglio. A partire dagli anni Ottanta la storia di un piccolo villaggio, nei pressi di Gerusalemme, si intreccia con quella epica, tragica, feroce, controversa del sionismo e di Israele, con tantissimo sangue versato, di generazione in generazione, con meno ideali collettivi, rispetto alle origini, e un individualismo più spinto: dalla grottesca visita di Theodor Herzl nella zona alle decisive battaglie della Guerra d’Indipendenza nelle vicinanze, dalle dure condizioni dei primi tempi del villaggio a un misterioso teschio scoperto nella soffitta di una casa in rovina, Assaf Gavron trova sempre il bandolo e tiene con maestria un equilibrio raro per un’opera così vasta, colma di occasioni perdute e di sogni non realizzati.

​​Un romanzo che è casa

​La mole non inganni, la narrazione è tesa e avvincente, la riflessione sull’amicizia che emerge pagina dopo pagina è fatta di una consapevolezza capace di attraversare qualsiasi ostacolo, della forza della vita nonostante la morte affiori a ogni piè sospinto, dell’insensatezza dell’amore vero. Nel nostro cuore questo libro è già un nuovo classico, un libro senza tempo, di cui parlare galvanizzati al telefono, da regalare alle persone a cui vogliamo bene, in cui tornare periodicamente come in tutti quei luoghi dove si sta bene e ci si sente a casa.

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