Enza Spinapolice, il cespuglio dell’evoluzione dei nostri antenati

Come ci siamo evoluti? Quanto è stato arzigogolato il cammino? Cosa ci rende umani? Sono solo alcune delle domande che prova a sciogliere “Noi prima di noi”, saggio divulgativo di Enza Spinapolice, docente universitaria di archeologia e direttrice di scavi in Italia e in Africa. Un libro colmo di spunti e riflessioni, che è al tempo stesso manuale di paleoantropologia e memoir di formazione scientifica

Avete presente la fila di sagome che, da sinistra a destra, passano dalla scimmia curva all’uomo eretto, in un progresso ordinato e inevitabile? È un immagine da dimenticare, da polverizzare. Noi prima di noi (464 pagine, 22 euro), saggio dell’archeologa Enza Spinapolice, edito da Longanesi, smonta pezzo per pezzo quell’immagine: basta mettere in fila le specie di cui parla per capire che quella scala non è mai esistita. È esistito, semmai, un cespuglio: rami che si sono intrecciati, si sono estinti, in qualche caso si sono incrociati fra loro, lasciando tracce genetiche che oggi portiamo ancora dentro. L’uomo di oggi non è il punto d’arrivo di un cammino lineare, ma l’unico superstite di una famiglia che, per gran parte della sua storia, è stata affollata. Questo libro è un tentativo riuscito di rendere accessibile una disciplina fatta di dati frammentari e ipotesi in perenne revisione, raccontando che l’evoluzione umana non è la storia di un’unica specie che avanza, ma quella di una famiglia numerosa di cui restiamo, per ora, gli ultimi a raccontare la storia.

Doppia natura

Enza Spinapolice  – nota sui social come sbarazzina dispensatrice di consigli letterari onnivori – insegna Archeologia del Paleolitico alla Sapienza di Roma e dirige scavi in Italia e in Etiopia. Racconta le scoperte altrui, da Lucy in poi, ma anche le proprie missioni sul campo, i mesi passati a organizzare spedizioni in savane etiopi punteggiate di acacie, gli scavi giovanili in una grotta raggiungibile solo via mare, sul promontorio del Circeo, dove negli anni Novanta si è formata sotto la guida del suo maestro Amilcare Bietti, a cui il libro è dedicato. La doppia natura – manuale di paleoantropologia e memoir di formazione scientifica – è probabilmente la scelta più riuscita del volume: permette di alternare la sintesi delle scoperte alla fatica concreta che le ha prodotte, restituendo un mestiere fatto di zanzare e attese lunghissime prima che un dato diventi una teoria.

Tre parti

Il libro è organizzato in tre parti più un’appendice. La prima parte, “Le icone”, raccoglie le specie che hanno già conquistato l’immaginario collettivo: Lucy, l’australopiteco ritrovato in Etiopia nel 1974 e diventato il fossile più famoso del mondo; il ragazzo del Turkana, lo scheletro quasi completo di un adolescente di Homo erectus; e i Neanderthal, ai quali Enza Spinapolice dedica il capitolo più personale del libro, forte di una passione di ricerca che dura da quasi trent’anni. La seconda parte, “Stelle nascenti”, è dedicata alle scoperte più recenti, quelle che negli ultimi vent’anni hanno complicato, nel senso migliore del termine, la mappa dell’evoluzione umana: Australopithecus sediba, Homo naledi, l’uomo di Denisova, conosciuto quasi solo attraverso il DNA, e Homo floresiensis, il piccolo “hobbit” indonesiano che per anni ha diviso la comunità scientifica. La terza parte segue invece la linea che porta più direttamente a noi, da Homo heidelbergensis ai primi sapiens fino alla grande espansione della nostra specie fuori dall’Africa.

Narrazione e comunicazione

Sono tantissimi i temi del libro, tanti rivoli interessanti, non necessariamente rivolti a un pubblico di specialisti: uno è la scienza come narrazione, e la narrazione come parte della scienza, nel senso che oggi la paleoantropologia si gioca anche sul terreno della comunicazione, non solo su quello dello scavo. E si scrive tanto nei laboratori di genetica quanto nelle missioni sul campo, e che intere popolazioni umane del passato possono oggi essere descritte a partire da tracce che un tempo sarebbero state semplicemente scartate. L’ultima parte del libro, quella sul percorso che porta a Homo sapiens, è la più tradizionalmente narrativa, e forse la meno sorprendente per chi ha già letto qualcosa sul tema: ma proprio qui la voce personale dell’autrice si fa più netta nel discutere le domande ancora aperte – l’origine della nostra specie in Africa, i tempi e i modi della sua espansione, l’incontro e l’incrocio con i Neanderthal – restituendo la sensazione di un dibattito ancora vivo, con posizioni diverse e nessuna risposta definitiva.

La sorpresa in coda

Chiude il volume una “bonus track”, dedicata alle culture animali: un modo per l’autrice di tornare alla domanda che apre il libro, cosa ci rende davvero umani, ammesso che qualcosa lo faccia ancora. Enza Spinapolice ricorda che già Darwin, ne L’origine dell’uomo, sapeva che gli scimpanzé usano pietre per rompere noci, e che alcune scimmie americane possono essere addestrate a fare lo stesso; ricorda l’incontro fra il paleontologo Louis Leakey e una giovanissima Jane Goodall, priva di formazione accademica ma non di determinazione, che negli anni Cinquanta aprì la strada allo studio del comportamento animale sul campo. Da lì il capitolo arriva fino a oggi, alle scimmie cappuccine brasiliane filmate mentre scheggiano pietre per aprire noci di macaúba e ai casi, documentati in diverse popolazioni di scimpanzé, di femmine che continuano a trasportare per settimane il corpo di un figlio morto, o di gruppi che restano per ore accanto a un compagno deceduto. È materiale che spinge il lettore a chiedersi, insieme all’autrice, se davvero esista un tratto capace di separare in modo netto la nostra specie da tutte le altre. Ciò che secondo l’autrice ci caratterizza è spiegato con sapienza ed è una tesi che chiude il cerchio aperto nell’introduzione e che dà al libro una coerenza rara per un’opera di divulgazione scritta a più voci narrative, quella dello studiosa e della professionista degli scavi, della cronista delle scoperte altrui e della testimone dei propri risultati.

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