Pepita Misuraca, estro e fulgore di un’emancipazione tardiva

Sorprendente la raccolta dei diari di Pepita Misuraca, genovese che ha trascorso gran parte dell’esistenza a Cefalù, in Sicilia. I suoi scritti – raccolti sotto il titolo “Gli occhiali rosa”, e curati dal suo discendente Giorgio Belli dell’Isca – raccontano un risveglio (intimo e intellettuale) che la portò a diventare, in età avanzata, instancabile promotrice di cultura, sodale di grandi intellettuali, coltivando la scrittura letteraria, pubblicando. Scardinando le coordinate della maggior parte delle donne del suo tempo, solo mogli e madri…

Un «dolce calepino» («fedele quadernetto dei miei pensieri») come amico, confidente e testimone. L’antico gesto di scrivere un diario, con costanza e con una certa longevità, per trovare una libertà interiore preziosa, per inventarsi una nuova vita, dopo averne vissute altre. Un piccolo miracolo che dopo decenni è arrivato a disposizione di chi frequenta librerie a caccia di tesori. La protagonista autobiografica di un libro prezioso si chiama Giuseppina Barbarossa, ma sarebbe diventata Pepita Misuraca, come l’hanno conosciuta anni or sono, i lettori di Quando l’anima sa leggere (ne abbiamo scritto qui), volume portato in libreria dall’editore Il Palindromo, con la cura di Giorgio Belli dell’Isca, discendente della stessa Misuraca, una formidabile donna d’intelletto, di azioni e di passioni che, genovese d’origine, sarebbe divenuta più che siciliana, animando culturalmente la cittadina di Cefalù, dal cuore di una sua boutique che si trasformò in un cenacolo, in un polo di attrazione. Lì, a Cefalù, si era trasferita giovanissima con il marito Dore, vivendo intensi sodalizi con scrittori e artisti, per i quali divenne punto di riferimento in un lembo di Sicilia noto ai più come meta balneare.

Undici quaderni ritrovati

Gli occhiali rosa. Diari di una genovese in Sicilia (1960-1977) (384 pagine, 15 euro), che cronologicamente si sovrappone alla produzione di opere edite in vita da Pepita Misuraca, ripropone il binomio editore-curatore. La sigla palermitana Il Palindromo e Giorgio Belli dell’Isca hanno ricreato l’alchimia, riportando a galla in pagine private ma che testimoniano una felice parabola, quella di una sessantenne apparentemente appagata. Il lavoro certosino del curatore si è concentrato su undici quaderni redatti negli anni, e su altri materiali, in prosa e poesia, recuperati e innestati nel corpo vivo dei diari, colmi di estro e poesia, di dubbi e di speranza, di desideri, di fulgore e di coraggio, coraggio inusitato anche in età veneranda.

Incroci con Sciascia e Bruno Caruso, serate di gala

… io sono forse un fenomeno, un fenomeno molesto di dinamismo, di attività, di energia fisica e spirituale, di femminili puntigli, di aspirazioni continue, e tutto ciò è stancante, è forse ridicolo alla mia età, così mi ha fatto capire Tano.

Davvero esemplare è il risvegliarsi di un’esistenza, di una sessantenne che inizia a fare bilanci e chiama in causa perfino la morte, chiedendosi che cosa lascia in eredità, cosa resterà di lei, incrostata di dubbi. E che pian piano, nel corso degli anni ricostruisce passo dopo passo nuovi percorsi, pubblica libri, frequenta Palermo, gli capita di incontrare Leonardo Sciascia, di incrociare Bruno Caruso a Roma, nel suo studio al Colosseo, di dialogare con l’editore Flaccovio, con Vincenzo Consolo. Forte di una vivacità e di una curiosità inesauribili, di esperienze di vita che l’hanno anche condotta in Africa, Pepita Misuraca si affranca dalle più tipiche coordinate della maggior parte delle donne del suo tempo. E riscrive la propria storia, costruendo una rete di relazioni, impegnandosi in prima persona in tante iniziative, coltivando la scrittura letteraria, catapultata, in età avanzata, anche in una dimensione nazionale, accanto ad attrici ed editori, in serate di gala o occasioni alla moda, lasciando il segno.

La consapevole metamorfosi

Vivo, vivissimo, nella pagine de Gli occhiali rosa è anche l’andirivieni mnemonico e il confronto tra passato e presente nella vita di Pepita Misuraca. La Liguria lasciata alle spalle, la Sicilia vissuta a lungo e fino alla fine, con qualche ritorno nella terra natia.

Nel 1963 scrive così:

Sono nella mia terra che questa volta si stringe a me in un saldo cerchio che mi sollevi. Quando ho visto dall’oblò Genova illuminata, mi son sentita felice, euforica come le altre volte. L’aria del mio paese, la tenerezza dei miei è stata balsamo a questo mio cuore certo pun po’ malato, ché spesso punge come oggi.

Nel 1975 scrive così:

… ma il mare di Sturla che ho tanto amato e che era in estate il mio campo di battaglia, oggi mi appare brutto, pieno di sassi, la spiaggia stretta e angusta, ora che in tanti anni il mio occhio si è abituato al grande, largo, lungo, immenso arenile di Cefalù, che non ha nella sua smisurata bellezza che una colpa, quella d’esser calpestato da migliaia di bagnanti…

Non è la metamorfosi di un giudizio o di sentimenti, la donna ama sempre e comunque la terra che rappresenta il suo passato e quella che vivrà per sempre. Non è questo il punto.

Una ribellione “politica” e familiare

È solo Pepita Misuraca a essere cambiata, s’è reinventata oltre i recinti di figlia, moglie e madre, ha scoperto una dimensione che la valorizza ulteriormente, che le rende merito fino in fondo, di cui ha consapevolezza, nonostante lo scetticismo o il disinteresse, se non l’ostilità, di qualche giovane consanguineo, a cui fanno da contraltare però tanti fidati e colti amici. Non siamo dinanzi a una donna di cultura di provincia e di periferia, ma a un soggetto che lancia in qualche modo un messaggio politico, che mette in atto una ribellione. Pepita Misuraca, attraverso i suoi diari, dialoga con il nostro presente. La sua è una voce da ascoltare. Il suo tramonto fatto di viaggi e incontri, di un moto perpetuo ben oltre i confini della Sicilia, è un modello di disarmante sincerità e urgenza, di forza straordinaria.

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2 pensieri su “Pepita Misuraca, estro e fulgore di un’emancipazione tardiva”

  1. Simonetta Sabbadini dice:

    L’articolo di Susanna Bonfiglioli è soprattutto apprezzabile per l’acutezza critica con cui è stata colta l’attualità del messaggio proprio della letteratura: raccontare e spiegare il senso della vita, soprattutto la vita degli altri, che non conosciamo, perché diversa dalla nostra, oppure simile a quella che vorremmo. Continua dunque la trasposizione tra Pepita del passato e Pepita del presente.

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