Annalisa Camilli, Daniele Raineri, Cecilia Sala, Nello Scavo, Margherita Stancati, Lorenzo Tondo firmano il volume “Da vicino”, a cura di Paolo Giordano. Un libro sui conflitti in corso raccontato dagli inviati sul campo, dalle guerre che non sono più eccezioni ma un rumore di fondo. Brani che accendono consapevolezza e riflessione nei lettori…
Accanto alla guerra. Accanto alla guerra sta la letteratura, da che mondo è mondo, chi scrive prima o poi si imbatte nella guerra. Senza scomodare Omero e Giulio Cesare, guardando solo al passato recente, nel Novecento ci sono state le testimonianza dirette di chi ha combattuto la guerra, da Remarque a Hemingway, e poi il reportage d’autore, per esempio quello di Ryszard Kapuściński, o, in Italia, di Paolo Rumiz, che ha attraversato i conflitti balcanici scrivendone con lo stesso passo lento con cui li percorreva a piedi. A modo suo anche Paolo Giordano è stato “in trincea” e, dopo il boom de La solitudine dei numeri primi che gli ha cambiato la vita, si ripresentò nelle librerie, correva il 2012, con Il corpo umano, romanzo che dal 2024 è nel catalogo Einaudi come tascabile. Figlio alla lontana del clamore del debutto, il secondo romanzo di Paolo Giordano era nato da un periodo trascorso dallo scrittore al seguito dei soldati italiani fino alla fob Ice, un avamposto isolato nel distretto di Gulistan, pericolosa base militare italiana in Afghanistan. La guerra raccontata, però, è solo un contenitore estremo dentro cui far esplodere conflitti più piccoli e intimi, le vite private dei soldati, le madri, le fidanzate, figli in arrivo. Stavolta, quasi quindici anni dopo, Paolo Giordano sceglie di fare un passo indietro, limitandosi a costruire lo spazio in cui altri, più esposti di lui, possano dire la propria.
Frammenti e sensibilità diverse
Questo coro di voci che costituisce Da vicino (160 pagine, 18 euro), volume collettivo per la collana Maverick di Einaudi a cura di Paolo Giordano, è un toccasana in tempi di atroce normalizzazione mediatica dei conflitti in corso nel mondo. Il curatore negli ultimi anni si è dedicato alla stesura di reportage da Ucraina e Israele, ma ha chiesto di colmare la distanza del nostro presente e del nostro mondo dalle guerre in atto a sei firme (Cecilia Sala, Annalisa Camilli, Daniele Raineri, Nello Scavo, Lorenzo Tondo, Margherita Stancati) che il fronte lo conoscono per mestiere, lasciando che ciascuna raccontasse, a modo proprio, cosa vuol dire stare accanto a invasi e invasori. La guerra ha smesso di essere un’eccezione, come nei decenni precedenti, per diventare un rumore di fondo, presente ovunque e per questo, paradossalmente, sempre più difficile da vedere per quello che è, e anche da raccontare. La scelta di più sguardi e di diverse sensibilità di questi inviati, mosche bianche dl giornalismo, non conduce a una sintesi univoca e ordinata, di frammenti, di angolature parziali, di materiali che non collimano fino in fondo. Ed è giusto così. Chi cerca un’unica tesi sulla guerra contemporanea resterà spiazzato.
Le sofferenze fuori campo e quelle assenti
Margherita Stancati, raccontando il crollo di Kabul, non descrive un collasso improvviso ma una lenta accumulazione di illusioni disattese, anni in cui la comunità degli stranieri — diplomatici, cooperanti, cronisti — ha vissuto dentro una bolla relativamente protetta pur restando fisicamente immersa nel conflitto. Il tempo della guerra non scorre come quello di chi la osserva da fuori. Il nodo più interessante del volume? Probabilmente nelle pagine di Annalisa Camilli e Cecilia Sala mettono a fuoco un meccanismo che il pubblico occidentale conosce solo per approssimazione: le sofferenze non arrivano tutte allo stesso modo, non hanno lo stesso peso specifico, non godono delle stesse condizioni tecniche per farsi immagine. Il Sudan, ad esempio, resta fuori campo perché le sue immagini sono sgranate, difficili, poco spendibili in una pagina patinata o in un servizio televisivo di due minuti. Simmetrico e complementare è il capitolo firmato da Daniele Raineri, dedicato alla Siria, che ribalta la prospettiva: non più troppa visibilità mal distribuita, ma la sua assenza totale, costruita a tavolino. Il racconto dei sequestri di giornalisti e operatori umanitari, e della conseguente fuga dei media internazionali da certe aree, mostra come il buio informativo non sia mai un incidente ma quasi sempre l’esito di una strategia precisa, utile a chi comanda su quel territorio.
Propaganda e burocrazia
Lorenzo Tondo racconta la propaganda russa in Ucraina come un avversario diretto del mestiere giornalistico, capace di logorare la fiducia nei fatti più di qualunque bomba. E poi la guerra magari smette di far notizia, ma non finisce mai davvero. Tondo, dopo aver seguito esumazioni e fosse comuni in Ucraina, mostra come i morti di un conflitto non smettano di reclamare attenzione una volta firmato un cessate il fuoco, ma continuino ad abitare la memoria di chi è sopravvissuto. Nello Scavo racconta la guerra che continua nelle pratiche burocratiche dei rifugiati, nelle valigie preparate e mai disfatte, nelle domande d’asilo che non trovano risposta.
Spigoli non arrotondati
C’è cronaca, c’è riflessione, c’è anche un ibrido fra questi due poli, nessuno dei sei autori cerca di arrotondare gli spigoli dell’esperienza per farla entrare in una morale condivisa. Restano sei modi diversi di stare accanto a qualcosa che continua a sfuggire, ma ognuno di questi non può cadere nel vuoto, accende scintille di riflessione e consapevolezza.
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