Tomasi di Lampedusa e la Sicilia che vuole il sonno

Il capolavoro di uno sconosciuto, rifiutato dalle principali case editrici, e il suo successo clamoroso. La vicenda de “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa sta nel destino di una terra e di un aristocratico circondato da nobili fuori dal tempo, rinchiuso in un palazzo del quale non conosce il numero delle stanze…

L’11 novembre 1958, dopo una lunga serie di rifiuti editoriali, Feltrinelli pubblicò Il Gattopardo (304 pagine, 15 euro), romanzo di un autore siciliano allora del tutto sconosciuto al pubblico: Giuseppe Tomasi di Lampedusa, nobile palermitano morto a Roma due anni prima, a 61 anni. Il romanzo divenne immediatamente un caso editoriale, confermandosi un bestseller del secondo dopoguerra e uno dei romanzi più importanti di tutta la letteratura italiana.

Trasformazioni epocali

Rimandato al mittente dalle principali case editrici italiane (Mondadori, Einaudi, Longanesi) il Gattopardo racconta, attraverso lo sguardo del protagonista Don Fabrizio Corbera, principe di Salina, le trasformazioni avvenute nella vita e nella società siciliana durante il Risorgimento, nel burrascoso periodo di transizione dal Regno Borbonico al Regno d’Italia. Ma prima ancora del Principe di Salina, protagonista del libro è l’isola, la Sicilia, troppo abituata agli invasori per preoccuparsi dei grandi cambiamenti della storia, troppo impigrita dalla furia del solleone per alzarsi in piedi a guardare il futuro che sembra incedere a grandi passi. «Il sonno, caro Chevalley, è il sonno ciò che i siciliani vogliono» fa dire Tomasi di Lampedusa al principe di Salina, a colloquio con il segretario della Prefettura arrivato dal Nord per parlargli di progresso «ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portare loro i più bei regali (…) tutte le manifestazioni siciliane sono manifestazioni oniriche, anche le più violente: la nostra sensualità è desiderio di oblio; desiderio di immobilità voluttuosa, cioè ancora di morte, la nostra pigrizia, i nostri sorbetti di scorsonera o di cannella; il nostro aspetto meditativo è quello del nulla che volesse scrutare gli enigmi del nirvana».

La distanza siderale dalle stelle

Circondato dalla sua cerchia di nobili fuori dal tempo, rinchiuso nel suo palazzo del quale neppure lui conosce il numero esatto delle stanze, il principe di Salina sembra però comprendere che il mondo va avanti, che il corso della Storia non si può arrestare, e che «se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi». E per voce di don Fabrizio Corbera, lo scrittore Tomasi di Lampedusa, anche lui di famiglia nobile, riflette sulla limitatezza della nobiltà stessa, dei titoli, degli orpelli, del ciarpame rococò, di fronte alla vastità della volta celeste, alla distanza siderale delle stelle: «La verità è che voleva attingere un po’ di conforto guardando le stelle. Come sempre, il vederle lo rianimò, erano lontane, onnipotenti e nello stesso tempo docili ai suoi calcoli; proprio il contrario degli uomini, troppo vicini sempre, deboli e pur tanto riottosi».

Guarda il video di Carmela Scotti, disponibile anche sulla sua pagina Instagram (clicca qui)

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