Una narrazione che invita il lettore a dubitare continuamente, quella di “Una storia bugiarda” di Arianna Lombardelli. Un romanzo – protagoniste Maria e Miriam – che forse non avrà un meccanismo narrativo perfetto, ma in cui il coinvolgimento rimane. Un libro che resta per le domande aperte che lascia, per il dolore affrontato con coraggio
Non è questo che fanno tutti gli scrittori? Tornare nel punto preciso di dove si sono fatti male, molto male, talmente male da non riuscire a spiegarlo con la voce. Ma scrivere è un’altra cosa, giusto? Tentano di guarire loro stessi, i loro traumi. La scrittura non li risarcisce, forse, di un danno che sono convinti di aver subito?
Quanta verità c’è dentro una storia bugiarda?
Quanto può essere profondo il dolore per imbastire alla perfezione un racconto che tenga stretti i fili dell’essere?
Il titolo è una promessa, ma anche un alibi. Arianna Lombardelli lo consegna al lettore come una dichiarazione d’intenti: Una storia bugiarda. Ci saranno inganni, verità che si sottraggono, certezze destinate a incrinarsi. La scrittrice prepara il suo gioco e ci invita a seguirne le mosse, confidando nella precisione dell’intreccio.
Eppure, proprio nell’ordito di questa costruzione, qualche filo si allenta. Rimangono visibili alcune tracce, dettagli che lasciano intravedere il meccanismo narrativo prima che il gioco sia arrivato alla sua conclusione. Non sono cedimenti tali da cancellare la forza della storia, ma si avvertono. Soprattutto per chi, leggendo, cerca di seguire ogni movimento dell’autrice e di capire dove finisca la verità e dove cominci la finzione.
Una scrittrice alla ricerca di una protagonista
A tessere Una storia bugiarda (300 pagine, 20 euro), edito da Mondadori, è Miriam, abile giocatrice dei destini altrui: «c’era qualcosa in lei di ostile e benevolo allo stesso tempo, qualcosa che aveva a che fare con la seduzione» o forse no… è Maria, essere evanescente come la sua forza mentale, vittima del classico amore tossico e manipolatorio: «ogni volta che Flavio si arrabbiava con me, ogni volta che mi denigrava, io cadevo dentro le sue parole, ci affogavo, le bevevo fino a a sentirmi mancare il fiato».
Maria è una professoressa di sostegno, una scrittrice lontana dai salotti che contano, ma dotata di uno sguardo attento, capace di osservare gli altri e di riconoscere nelle loro vite il materiale di una storia. È alla ricerca di una protagonista e Miriam sembra offrirle tutto ciò che serve: una donna sfuggente, moglie e madre, vittima e arrivista, spietata e fragile, impossibile da afferrare fino in fondo.
Maria e Miriam, miriam e maria, un gioco paronomastico interessante e lapalissiano. Troppo. Ma siamo pronti a farci ingannare, a farci sorprendere, perché se lo scrittore crea mondi nuovi, il lettore ama attraversarli.
Maria scrive il suo romanzo, Miriam racconta la sua storia… oppure no… è Miriam che scrive il romanzo e Maria racconta Una Storia bugiarda.
Ma Miriam è anche Maria, o almeno lo è in quella zona incerta in cui la scrittura si appropria dell’esperienza, la trasforma e talvolta la rende sopportabile.
Identità sovrapposte
La prospettiva cambia, le identità si sovrappongono, e il lettore si trova a cercare un punto fermo in una narrazione che lo invita continuamente a dubitare.
Il centro più doloroso del romanzo, però, non è soltanto il gioco tra verità e menzogna. È la violenza di un amore che, invece di proteggere, consuma. È la manipolazione che entra nella mente di una persona, la convince di non essere abbastanza, la abitua a dubitare di sé fino a farle perdere il confine tra ciò che sente e ciò che le viene imposto.
Il percorso a ostacoli che porta una vita piegata, instabile a liberarsi dalla sottomissione e dalla violenza è l’unica verità che questa storia racconta, è una verità muriatica, impossibile da sostenere con tutti i sensi all’erta, e allora come fare? Fare come fanno tutti gli scrittori… inventare.
Maria. Il nome dei nomi.
Miriam la fonte.
Le due figure si specchiano in una storia antica, già raccontata molte volte eppure mai definitivamente conclusa. La violenza, la rabbia, la dipendenza, la ricerca di una via d’uscita: parole che si tramandano, che cambiano voce e volto, ma continuano a lasciare macerie nella vita di chi le attraversa.
La menzogna non è solo un inganno
Arianna Lombardelli costruisce il suo racconto su questi ruderi. Non li nasconde, non li ricompone in una forma rassicurante. Mostra le crepe, lascia che la realtà si pieghi alla dissimulazione, anche quando questa diventa un modo per sopravvivere. La menzogna, in questo spazio, non è soltanto un inganno rivolto agli altri: può diventare una difesa, un rifugio precario, il tentativo di dare una forma a ciò che altrimenti rimarrebbe informe.
È particolarmente riuscita la rappresentazione dell’evanescenza che attraversa il mondo interiore ed esteriore di Maria, una donna che sembra vivere sul limite dell’implosione. La sua presenza oscilla tra il bisogno di urlare e l’incapacità di trovare una voce, tra la perdita di sé e la possibilità di riconoscersi ancora. Non è sempre facile seguirla, e proprio questa difficoltà contribuisce a restituire l’instabilità del suo percorso.
Un diamante grezzo
A brillare come un diamante grezzo nel muro di parole è Valerio, ragazzo neurodivergente, la cui presenza illumina l’esile figura di Maria e la rende, finalmente, una presenza viva, visibile. In lui c’è uno sguardo che modifica la percezione della protagonista, che la sottrae per un momento alla sua stessa inconsistenza. La sua figura introduce nel romanzo una sensibilità capace di aprire un’altra prospettiva sulla fragilità e sulle relazioni.
Una storia bugiarda ci incolla alle emozioni anche quando vorremmo scuotere Maria, strattonarla fuori da ciò che la imprigiona, chiederle di reagire prima che sia troppo tardi. Ci coinvolge anche quando le debolezze dell’intreccio diventano riconoscibili, anche quando, arrivati a metà libro, abbiamo già intuito l’inganno.
E tuttavia il coinvolgimento rimane.
Perché non tutte le storie continuano a vivere grazie alla perfezione del loro meccanismo narrativo. Alcune restano per ciò che hanno saputo toccare, per le domande che lasciano aperte, per il dolore che hanno avuto il coraggio di attraversare.
E questa, nonostante le sue imperfezioni, è una di quelle storie che continuano a parlare anche quando la bugia è stata svelata.
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