Amato da Kafka, Mann e Zweig, Ernst Weiss non ha ancora la giusta considerazione fuori dal mondo germanofono. Il suo “Il seduttore” è però un romanzo cruciale che usa la storia di un dongiovanni, e la sua psicologia individuale, come chiave per leggere la fine dell’epoca asburgica e il collasso di un intero ordine europeo
Nel dicembre del 1937 Thomas Mann scrive una lettera di ringraziamento a Ernst Weiss, l’autore che gli ha appena dedicato il proprio nuovo romanzo. Confessa di aver trovato in quelle pagine una delle cose più interessanti incontrate da anni, al punto da tornare più volte a rileggere la dedica soltanto per il piacere di sapere che quel libro, in un certo senso, gli appartenesse. Mann è tra i pochi, insieme a Stefan Zweig, a sostenere economicamente Weiss durante i suoi anni parigini, quando lo scrittore boemo di lingua tedesca vive ormai ai margini di un’Europa che si sta richiudendo su se stessa. Il seduttore (464 pagine, 25 euro), uscito nel 1938 per una piccola casa editrice zurighese, nasce in quella condizione di esilio precario, e proprio in quella condizione trova, paradossalmente, uno dei momenti più alti e meno conosciuti della narrativa di lingua tedesca del Novecento.
Un successo sempre parziale
Ernst Weiss pubblicò il suo primo romanzo nel 1913, dopo aver ricevuto ventitré rifiuti da editori, e con un sostanziale aiuto, in fase di editing diremmo oggi, di Franz Kafka, che lo avrebbe definito, secondo una testimonianza rimasta celebre, lo scrittore più straordinario che avesse mai conosciuto di persona. Stefan Zweig lo considerava probabilmente il talento più forte della narrativa in lingua tedesca del proprio tempo. Nonostante questi giudizi, la carriera di Weiss fu segnata da un successo sempre parziale: costretto a fuggire da Berlino dopo l’incendio del Reichstag, poi da Praga dopo la morte della madre, approdò infine a Parigi, dove visse in povertà fino al giorno successivo all’ingresso delle truppe naziste nella capitale francese, quando si tolse la vita in una stanza d’albergo. A quasi novant’anni dalla sua pubblicazione, Der Verführer resta un caso editoriale singolare: mentre altri esuli della sua generazione, dallo stesso Zweig a Joseph Roth, sono stati ampiamente tradotti e ristampati, Weiss continua a essere poco conosciuto, fuori dall’area di lingua tedesca, nonostante la statura che gli hanno riconosciuto, in tempi diversi, alcuni fra i maggiori scrittori di tutti i tempi.
Un orfano nell’Austria di fine Ottocento
I lettori italiani che avevano già apprezzato il recupero di Uomini nella notte (ne abbiamo scritto qui), altro potentissimo romanzo di Ernst Weiss, ma anche chi si accosta per la prima volta a questo autore, possono leggere Il seduttore ancora grazie alla casa editrice Medhelan, che ha affidato la traduzione a Roberta Scarabelli. Figura centrale del romanzo è Paul Kromer, orfano precoce di un padre (come l’autore che l’aveva perso a quattro anni) la cui immagine resta però il punto di riferimento costante di ogni sua scelta. Cresciuto nell’ambiente borghese e aristocratico dell’Austria di fine Ottocento, Kromer si getta con leggerezza apparente in tutte le mode sociali dell’epoca, l’equitazione, l’alpinismo, il duello, mentre studia filosofia con una distanza ironica che gli permette di restare sempre un passo fuori dalla propria stessa vita. Una vincita al gioco lo rende economicamente indipendente prima ancora che abbia trovato una direzione, e da quel momento il denaro smette di essere un problema per diventare soltanto un ulteriore strumento di seduzione. Quasi per inerzia inizia a ripetere lo stile di vita dissoluto del padre scomparso.
Il dissidio fra amore ideale e amore sensuale
Ciò che rende questo personaggio più complesso di un semplice libertino da romanzo mitteleuropeo è la radice psicologica della sua condotta. Ernst Weiss costruisce Kromer non come un cinico calcolatore ma come un uomo divorato da un bisogno di amore, di calore, di appartenenza tanto profondo da renderlo sistematicamente cieco davanti alla verità della propria esistenza. Ogni nuova relazione, ogni nuova conquista sentimentale, nasce meno dal desiderio di possesso che dalla speranza, sempre delusa, di colmare un vuoto affettivo troppo antico per essere riempito da una singola persona. Il conflitto fra amore sensuale e amore ideale, che attraversa l’intero romanzo, non si risolve mai in una sintesi consolatoria: resta un dissidio aperto, capace di far scivolare Kromer di fallimento in fallimento proprio mentre lui crede, ogni volta, di avere finalmente trovato la persona giusta. È un ritratto psicologico che deve moltissimo alla formazione medica dello stesso Weiss, capace di osservare i propri personaggi con precisione… clinica.
Un impero che tramonta, un secolo che collassa
Se il romanzo restasse confinato al ritratto individuale di un seduttore, resterebbe comunque un’opera notevole; ma Weiss lo innalza a un livello ulteriore facendo della vicenda privata di Kromer lo specchio di un tracollo collettivo. Il seduttore è il tentativo di analizzare la genesi e le conseguenze della Prima guerra mondiale come effetto di una forza oscura e collettiva capace di trascinare gli individui al di là della loro volontà cosciente. La cornice della decadente cultura asburgica di fine Ottocento si allunga così fino agli anni immediatamente successivi alla guerra, componendo un affresco storico che, in qualche modo, usa la psicologia individuale come chiave per leggere il collasso di un intero ordine europeo. Paul Kromer non è un semplice libertino da manuale ma l’ultima, disperata incarnazione di un mondo che ha smesso di sapere in cosa credere, e che nella seduzione trova soltanto un modo elaborato per continuare a rimandare la propria stessa fine.
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