“Acqua Viva” è un libro che Clarice Lispector faticò a portare a termine, ma è ormai considerato uno dei suoi titoli più significativi. Tra le pagine si ragiona dell’incomunicabilità dell’amore, attraverso parole scelte con una furiosa concentrazione…
«Da un mistero è venuta, verso un altro è partita. Restiamo ignari dell’essenza del mistero÷. Così scriveva il grande poeta Drummond De Andrade a proposito di Clarice Lispector, considerata oggi una delle più grandi scrittrici brasiliane del Novecento. Acqua viva (95 pagine, 16 euro), uscito nel 1973, ripubblicato da Adelphi nel 2017 e da molti ritenuto uno dei suoi libri più riusciti, fu quello che, forse, la Lispector faticò di più a portare a termine («Era insicura e chiedeva spesso alle persone il loro parere» spiegò Olga Borelli, sua fedele assistente e amica «con gli altri libri Clarice non aveva dimostrato questa insicurezza. Con Água Viva sì. Quella fu l’unica volta che vidi Clarice esitare prima di portare un libro all’editore. Lo disse lei stessa»).
Visioni e simboli, male e bene
In pagine di travolgente intensità, la scrittrice sembra scegliere le parole con una furiosa concentrazione, nel tentativo di trovare le più adatte per “dire l’indicibile” per riuscire a entrare in contatto “con l’invisibile nucleo della realtà”. Attraverso un ininterrotto flusso di coscienza, e rivolgendosi ad un anonimo “tu” a volte presente, a volte sottinteso, la Lispector costruisce visioni, si concentra sulle ferite del corpo e della mente, tesse simboli, analizza sè stessa e il mondo esterno, ragiona sulla natura, sul male e sul bene, sull’incomunicabilità fra gli amanti, usando una lingua che sembra continuamente inventare sè stessa e cercare nuove strade, per comprendere ciò che, forse, per sua natura, non si lascia spiegare e si può solo “pensare” («Dietro al pensiero raggiungo uno stato. Mi rifiuto di spezzarlo in parole… e quel che non posso e non voglio esprimere finisce per rimanere il più segreto dei miei segreti. Non usare le parole vuol dire perdere l’identità? Vuol dire perdersi nelle essenziali tenebre dannose?»).
Abbracciare la complessità del reale
Nata in Ucraina da una famiglia ebraica in fuga dai pogrom, la scrittrice crebbe in Brasile, cambiando il suo nome da Chaja a Clarice e diventando una delle voci più riconoscibili della letteratura di lingua portoghese, per la connotazione così fortemente introspettiva della sua scrittura e il desiderio di abbracciare, quanto più possibile, la complessità del reale, di seguire la via tortuosa dell’astrazione. Morì, a 57 anni, per un cancro all’utero. Nove giorni dopo la sua morte andò in onda l’ultima sua intervista alla TV Cultura. Alla domanda dell’intervistatore: «Ma lei non rinasce e si rinnova ad ogni nuovo lavoro?» Clarice rispose, dopo un sospiro profondo: «Ecco, io ora sono morta… Vediamo se resuscito. Per il momento sono morta… sto parlando dalla mia tomba…».
Guarda il video di Carmela Scotti, disponibile anche sulla sua pagina Instagram (clicca qui)
Seguici su Substack, Bluesky, Instagram, Telegram, WhatsApp, Threads, YouTube Facebook e X. Grazie

