Colette sui giornali, la guerra per rifrazione (vista da casa)

“La stanza illuminata”, edito nel 1920, raccoglie quattordici articoli di Colette, che anche in questa dimensione sfoggia talento e profondità. Le ostilità belliche della Grande Guerra che racconta sono lontane ma hanno conseguenze nella quotidianità. Istantanee apparentemente poco eroiche e perfino ironiche…

A fine giugno, nella casa di campagna dove comincia il libro, la benzina è finita, il petrolio si trova a stento e il prezzo delle candele sale alle stelle. Colette annota i prezzi come una massaia e poi lascia entrare la figlia. Bel-Gazou, bruciata dal sole come un pescatore bretone, scalza sulle lastre, che annuncia con aria sarcastica il lutto delle lampade. La madre ha il naso spellato dall’insolazione e studia quello della bambina, accordato al viso da tinte che sembrano prese a prestito da bronzi e ceramiche: lo invidia. Così si presenta la guerra ne La stanza illuminata (94 pagine, 13 euro), a cominciare dall’assenza di un combustibile, da una stanza resta illuminata dalla luce del sole, che non si paga.

Una cronaca prosaica

Il volume, edito in Italia da Oligo con cura e traduzione di Silvia Carrato, raccoglie prose nate per i giornali. Colette le riunì nel 1920, le aveva scritte qualche anno prima, in un’edizione con xilografie a colori e disegni di Picart Le Doux. La destinazione, la carta stampata, ne spiega il ritmo e le dimensioni, colonne di lunghezza fissa. Colette conosceva la guerra da vicino. La mobilitazione la sorprese in vacanza in Bretagna; tornata a Parigi, fra privazioni e interruzioni di corrente, passò tre settimane a vegliare di notte i feriti di un liceo trasformato in ospedale. Vide amputati e volti spezzati. Per raggiungere il marito a Verdun viaggiò sotto falso nome, Anna Godé, nonostante il divieto alle mogli di avvicinarsi ai fronti. I suoi articoli, eppure, non descrivono battaglie e non protestano. Che nascesse da fatalismo o da prudenza davanti alla propaganda, la scelta dà al libro la sua forma. La guerra vi compare per rifrazione: nei prezzi, nelle vetrine, nei discorsi delle signore, nella bambina che adopera il lessico militare e si inventa un fratello maggiore che fabbrica munizioni in Inghilterra e una sorella prigioniera dei tedeschi. Fra i modi di raccontare la guerra, il suo è il più domestico e il meno eroico, almeno se si è in cerca di frasi pronte a diventare slogan.

Amare ancora

Il suo metodo è lo sguardo, e lo sguardo è quasi fisico. La frase è sobria, e la scelta di ciò che mostra è poetica. Il repertorio è vario: scene di costume brillanti, confidenze, pezzi di un’ironia che punge, parodie, poesie in prosa. Le donne ne sono il centro. In Anonime confidenze, decimo dei quattordici pezzi narrativi della raccolta, una vedova di guerra che non firma risponde alle ragazze che la mettono alla berlina perché vuole risposarsi, e le avverte che il loro sogno di sposare un mutilato è fatto di letteratura, perché la vita coniugale è più segreta e la solitudine a due più terribile di una giungla. Le ragazze accusano le donne mature di sottrarre i reduci, che dopo le trincee cercano un affetto quasi materno, e la vedova, invece di scusarsi, rivendica per sé e per le altre il diritto di avere ancora un amore da vivere.

Lodare la notte

Chi cerca una struttura la trova nel tempo. Il primo testo occupa mezza giornata, dalla tarda mattina alla sera, e l’ottavo, La notte tranquilla, la completa, dal buio all’alba; in mezzo, Il ritorno delle creature, racconta un giorno intero, e la sequenza copre un anno, da fine giugno alla tarda primavera successiva. È ne La notte tranquilla che il titolo si rovescia. La narratrice trascorre la notte in compagnia di una famiglia, dopo il peggiore dei raid aerei. Poi esce nel quartiere senza lampioni e scopre che l’oscurità imposta restituisce ciò che l’abitudine aveva cancellato: il silenzio, i profumi, una brezza fra i rami nudi. Il libro che comincia con la mancanza di luce arriva a lodare la notte. Chi apre il libro sperando in un resoconto del fronte troverà altro, una serie di istantanee che si fa apprezzare per la precisione dell’occhio, la distanza da cui parla, l’ironia che non rinuncia alla tenerezza. Non è la Colette delle opere maggiori, ma anche indossando i panni della giornalista mostra talento a piene mani.

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