Pío Baroja, tutta la vita abbiamo inseguito ciò che è memoria

È anche un romanzo di mare “Le inquietudini di Shanti Andía” di Pío Baroja, ma soprattutto una riflessione su ciò che è stato, senza rimpianti e senza idealizzazioni. Dall’universo dei Paesi Baschi alla fine della civiltà dei grandi viaggi per mare, un libro che colpisce per la modernità e per l’apparente semplicità della sua prosa…

Ma quanti classici, perduti, nascosti, appartati ci sono ancora, in giro per l’Europa e per il mondo? Quanti scrittori è ancora possibile scoprire, fra le pieghe della letteratura italiana e internazionale, sommersi per le ragioni più incredibili e che si possono salvare? Quante letture straordinarie i più ignorano o, non ignorandole, possono solo sperare che qualche editore illuminato le traduca nel prossimo futuro? In Italia sono poche le case editrici che s’impegnano a scovare, che scommettono su voci dimenticate e le affidano a traduttori capaci di riesumarle. Fra queste impavide realtà c’è la casa editrice Medhelan da qualche anno sta portando avanti un lavoro costante e implacabile, di scoperta e di riscoperta, un lavoro prezioso che è sotto gli occhi di tutti, che ha come unica bussola la letteratura. L’ennesimo episodio di questo percorso virtuoso è un volume pubblicato più di un secolo fa, nel 1911, classico assoluto della cultura basca, Le inquietudini di Shanti Andía, proposto con traduzione di Claudia Marseguerra e postfazione di Renata Londero. Un romanzo dell’anarchico e ateo Pío Baroja (1872-1956), autore influenzato dall’esistenzialismo.

Il passato più del mare

È un romanzo di mare, quello di Pío Baroja? Le navi ci sono, gli oceani anche; ci sono traversate, capitani, rotte lontane e vicende capaci di attraversare mezzo mondo. Eppure, fin dalle prime pagine, si avverte che il centro del libro non coincide necessariamente con l’azione. Pío Baroja sembra molto più interessato a ciò che rimane dopo che l’azione è terminata. Shanti Andía racconta la propria vita da una stagione avanzata dell’esistenza. Non parla dalla prua di un veliero lanciato verso terre sconosciute. Guarda all’indietro. Ricostruisce figure, incontri, attese, illusioni. Mentre racconta, il lettore comprende che la materia autentica del romanzo non è il viaggio ma la distanza che separa gli uomini dai loro anni migliori, senza idealizzazioni, però, e senza rimpianti; osserva il passato come si osserva il mare dopo una tempesta: sapendo che qualcosa è accaduto, che la sua energia continua a essere presente, ma che nessuno riuscirà più a rivederla nella stessa forma.

Due idee della vita

Come spesso accade nei grandi romanzi, il protagonista dichiarato non coincide necessariamente con quello reale. Shanti Andía occupa il centro della scena, ma progressivamente il racconto viene catturato dalla figura di Juan de Aguirre, zio, marinaio, avventuriero, uomo circondato da racconti contraddittori e da un’aura quasi leggendaria. È lui a monopolizzare l’immaginazione del narratore e, inevitabilmente, anche quella del lettore. Baroja costruisce un rapporto affascinante tra questi due personaggi. Uno vive soprattutto nella riflessione, nell’osservazione e nella memoria; l’altro sembra esistere soltanto nel movimento, nella continua ricerca di una via di fuga. Non si tratta di una semplice opposizione psicologica. Dentro questa coppia si muovono due idee della vita. Da una parte il bisogno di stabilità, dall’altra l’attrazione verso l’ignoto. Da una parte il desiderio di appartenere a un luogo, dall’altra l’impossibilità di restare. Il romanzo nasce dalla tensione fra questi due poli.

I paesi baschi fra storia familiare e leggenda

Pochi scrittori, poi, hanno raccontato i Paesi Baschi con la naturalezza di Pío Baroja, che evita folklore e celebrazione identitaria. Le sue coste, i suoi villaggi, i suoi porti sembrano esistere indipendentemente da ogni progetto ideologico. Il mare entra nelle case, determina i destini. Intere famiglie vivono nell’attesa delle partenze o dei mancati ritorni. I racconti dei vecchi marinai circolano come una moneta invisibile, di mano in mano. Le imprese compiute a migliaia di chilometri di distanza finiscono per modificare la vita quotidiana di un piccolo paese sull’Atlantico. Baroja conosce questo universo, non una semplice regione ma un serbatoio di racconti, in cui storia familiare e leggenda finiscono per confondersi. Lúzaro, il paese immaginario in cui si svolge gran parte della vicenda, è reale e irreale allo stesso tempo. È un luogo concreto, ed è allo stesso tempo il punto in cui l’esperienza quotidiana si trasforma continuamente in racconto.

Un mondo che si restringe

Per comprendere davvero il romanzo occorre tornare al suo autore. Quando Pío Baroja nasce, nel 1872, la Spagna è una nazione inquieta, attraversata da conflitti politici, trasformazioni economiche e tensioni territoriali. Quando raggiunge la maturità, il paese vive una crisi ancora più profonda, alimentata dalla perdita delle ultime colonie e dalla sensazione di assistere alla fine di una lunga parabola storica. La sensazione che attraversa il libro è quella di un mondo che si restringe. Le grandi navigazioni esistono ancora, ma sembrano appartenere a un’altra epoca. Le figure che un tempo monopolizzavano l’immaginario collettivo stanno scomparendo. L’avventura sopravvive soprattutto nei racconti di chi l’ha vissuta, la vena malinconica affiora, ma più che attribuibile a un individuo anziano, è quella di un’intera civiltà che percepisce la fine di una stagione.

Il mare come promessa

Il mare, nell’orizzonte di Pío Baroja, è una promessa, nessuno lo comprende ma tutti ne sono attratti. Offre opportunità e produce rovina. Crea ricchezza e genera lutti. Avvicina gli uomini ai loro sogni e li allontana dalle loro case. Ciò che conta, però, non è tanto la meta quanto la necessità stessa del movimento. Riletto oggi, il romanzo colpisce anche per la sua sorprendente modernità stilistica. Baroja possiede una delle prose più mobili della letteratura spagnola del Novecento. Scrive con apparente semplicità, senza pesantezze descrittive e senza compiacimenti. Dietro la fluidità si nasconde una tecnica narrativa estremamente raffinata. La struttura è molto più complessa di quanto sembri. Le storie si aprono dentro altre storie. Le voci si sovrappongono. I ricordi si intrecciano alle testimonianze. Più che straordinarie avventure marinare, resta il tempo che passa e ci si accorge che la vera ricchezza non sta in ciò che si è conquistato, ma nella capacità di conservare vivo il desiderio che ci ha spinto a partire. Le inquietudini di Shanti Andía, oltre il mare, racconta ciò che accade quando un uomo si volta e scopre che l’orizzonte che ha inseguito per tutta la vita coincide ormai con la memoria. Pochi scrittori, nel Novecento europeo, sono riusciti a raccontare questa scoperta con la stessa limpida intensità di Pío Baroja.

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