Il ventre oscuro del Boom, l’anima grottesca di José Donoso

Torna in libreria “L’osceno uccello della notte”, inquietante, radicale e feroce capolavoro di José Donoso, ai margini del canone ma capace di andare oltre le etichette del realismo magico. Opera visionaria e perturbante, di grande libertà formale, costruisce un universo deformato e claustrofobico che – fra mostri, maschere e identità mutevoli – smaschera il potere, la società cilena e le fragilità più profonde dell’essere umano. Un labirinto implacabile e magnetico che sfida il tempo e non lascia indenni…

Oltre cent’anni, magari non di solitudine ma, alle nostre latitudini, di ombra, di scarso rilievo, di un posizionamento a piè di pagina, dietro la grancassa di bestseller partoriti da grandi scrittori – a cui era legato da ammirazione, rivalità e gelosia – alcuni premiati anche con il Nobel che, però, avevano alle spalle il battage di case editrici e agenzie letterarie. José Donoso, paranoico e insicuro, cupo e tormentato, è scrittore eclettico e modernissimo, che non merita indifferenza o strali (gliene riservò anche Roberto Bolaño…), che non merita d’essere un classico dimenticato e a cui sta troppo stretto il recinto del realismo magico. La sua è una letteratura implacabile, di ossessioni e incubi, di orrori e parodie, di instabilità dell’identità sessuale, una letteratura figlia anche di un’esistenza itinerante, una letteratura che aveva folgorato fra gli altri Harold Bloom, che l’aveva incluso fra gli irrinunciabili del canone occidentale. Avrebbe superato il secolo di vita oggi, se non fosse morto trent’anni fa (nel dicembre 1996), José Donoso, magnifico scrittore cileno, che l’editoria italiana non ha valorizzato al meglio nei decenni. L’hanno pubblicato Bompiani, Feltrinelli, Frassinelli e Sur, ma la maggior parte delle sue opere è ormai reperibile solo su bancarelle, più che altro virtuali, e nelle biblioteche. Troppo poco per un autore rimasto nelle retrovie del Boom sudamericano, nonostante opere capaci di lasciare insonni lettori nella notte. José Donoso, che ha consacrato la vita alla letteratura quasi fino all’autodistruzione, merita ben altri riguardi, attenzione assoluta.

L’America Latina sovversiva e claustrofobica

Feltrinelli Gramma, con il recupero de L’osceno uccello della notte (672 pagine, 25 euro), capolavoro di José Donoso, conferma sensibilità letteraria e desiderio di costruire un catalogo duraturo, che tenga dritta la barra della bellezza dei classici, del passato che torna per non andarsene. Messa da parte la versione ristampata fino a una ventina d’anni fa da Bompiani, a opera di Gianni Guadalupi, Marcello Ravoni, risplende la nuova traduzione firmata da Francesca Lazzarato. Dimenticate la colorata e lussureggiante America Latina del Boom e preparatevi ad abbracciarne una visione decisamente sovversiva, l’anima claustrofobica, gotica e nevrotica del continente, con le sue profondità nascoste, che Donoso sviscera come pochissimi, affiancandola alla condizione moderna dell’umanità, priva di redenzione. Preparatevi a un romanzo fisico e scatenato, scritto da un campione di weird fiction (capace di scrivere libri di qualsiasi genere): l’uccello osceno non è un mostro esteriore, un volatile che si abbatte sulla vicenda: è la voce stessa che racconta, il parlottio interiore di un uomo che ha smarrito ogni diritto al proprio nome, e che pure non riesce a tacere.

Tormenti, fallimenti e un ricovero

La storia della genesi è parte dell’opera quanto il testo. José Donoso lavorò a queste pagine dal 1962 al 1970, attraversando fallimenti, versioni riscritte, abbandoni e ritorni, immaginando più di un titolo e puntando su quello definitivo a cose quasi finite, come un sigillo apposto quando la cera è già fredda. Lo scrittore cileno giunse a credere che non avrebbe mai portato a termine il progetto, e raccontò poi che a sbloccarlo fu, paradossalmente, una forma di follia controllata: ricoverato per un’ulcera, colpito da una reazione allergica alla morfina, visse un episodio psicotico di cui trasse materiale narrativo invece che trauma. Quando il romanzo fu pubblicato, nel 1970, aveva già divorato il suo autore: José Donoso ne uscì stremato, e con una convinzione che non lo abbandonò mai più, quella che ogni libro successivo avrebbe dovuto tradire quello precedente. In un’intervista concessa dopo la sua pubblicazione, Donoso parlò della sua fuga dal realismo, precisando che la sua via di fuga non era il fantastico ma l’artificio: non un mondo più strano del nostro, ma la rivelazione che il nostro mondo, visto senza filtri, è già artificio, già maschera su maschera. Ne L’osceno uccello della notte Donoso non abbraccia il fantastico e non si fa abbracciare dal realismo magico, né dall’epica storica, semmai si immerge nel grottesco e nell’orrore, sono questi, oltre alla deformità e alla frantumazione psicologica, gli strumenti privilegiati per interrogare l’identità, il potere e le strutture sociali, strumenti di critica sociale ed esistenziale.

Il sesso fluido, l’anomalia normalità

Questo, con grande franchezza, non è un romanzo da consigliare a chi cerca una storia. Le prime cento pagine remano contro, i personaggi si presentano col nome sbagliato e poi si ripresentano col nome giusto, il tono oscilla fra la più raffinata eleganza barocca e il mucchio della materia. Per chi accetta il patto, però, il libro poi decolla e non se ne può più fare a meno. Come in altri libri di Donoso c’è un fortissimo contrasto tra un luogo blindato, con le sue regole e con i suoi riti, e un minaccioso spazio esterno per definizione. Il primo luogo dell’azione è una costruzione sproporzionata, la Casa degli Esercizi Spirituali di Encarnación de la Chimba, un ex convento di clausura ridotto a ricovero per quaranta anziane, cinque orfane e tre monache stanche. Lì dimora il Mudito, il Muto, che è segretario del senatore Jerónimo de Azcoitía, narratore supplichevole e protagonista involontario: Humberto Peñaloza, nato povero e destinato a restarlo. Attorno alla Casa ruota un secondo luogo, come un recinto, la Rinconada, tenuta agricola dove l’aitante aristocratico Jerónimo,non prima di aver pensato di ucciderlo nella culla, rinchiude il figlio nato deforme, circondandolo di uomini e donne mostruosi affinché non scopra mai di esserlo. È uno dei grovigli più intelligenti della narrativa del secolo: per proteggere il mostro dall’onta, gli si costruisce intorno un mondo intero di mostri, in modo che l’anomalia diventi normalità, e dove il sesso è fluido, promiscuo (e ci racconta anche dell’omosessualità repressa dell’autore). Le due case comunicano, si specchiano, si contaminano, fino a risultare il negativo fotografico l’una dell’altra e, insieme, il negativo di tutto il Cile.

Una prosa che attraversa i cinque sensi

La narrazione è quella che spazza via tutto, che prende testa e viscere, la prima persona si liquefà nella terza, il narratore super inaffidabile si fa personaggio e poi si scorda di esserlo, i pronomi cambiano sesso, età e identità a mezzo periodo. La struttura manda all’aria qualsiasi ipotesi di romanzo tradizionale, è labirintica, frammentata, stratificata. Il narratore non nasconde nulla e nasconde tutto, si contraddice continuamente. Il Mudito confessa, implora, mente, si vergogna; chiama se stesso «io» e subito si spoglia dell’«io». Ogni personaggio insegue il suo sosia: Humberto rincorre Jerónimo e ne custodisce il figlio come si custodisce un desiderio proibito; Inés, la moglie sterile e bellissima, scivola attraverso le scene ora madre, ora amante, ora reclusa; Peta Ponce, la serva veggente, tiene insieme il piano reale e quello demoniaco con la naturalezza di chi ha imparato a non distinguerli. Identità è ciò che l’altro ci restituisce, o ci nega, e su questa restituzione mancata si consuma ogni dramma del romanzo. La prosa è un fenomeno a parte, densissima, attraversa i cinque sensi e si fa flusso ipnotico, concitato, che non si tira indietro anche quando c’è da mettere a fuoco cose ripugnanti, di un orrore mai fine a se stesso, ma conoscitivo, che prova a esplorare i limiti del pensabile. Donoso cerca se stesso anche nella scrittura: lessico ricco e carnevalesco da un lato, precisione tagliente dall’altro, in un equilibrio che pochissimi suoi contemporanei sapevano sostenere per così tante pagine.

Il Cile fra politica, folklore e mitologia

Le vere sovrane della Casa sono le vecchie, depositarie di superstizioni, ricette, ricatti, confessioni altrui: mezzane, levatrici, piangenti, ricamatrici, guardiane di ciò che si butta e di ciò che si rimpiange. José Donoso stesso spiegò che incarnavano tutto ciò che detestava del suo paese, il retrogrado, il reazionario, quel filo di ferro che ancora annoda l’immaginazione cilena ai secoli trascorsi. Contro di loro, e con loro, i mostri della Rinconada: nani, deformi, esseri che vivono il quotidiano con un’intensità disperata e una gioia appena accennata, come se la natura, nel privarli della forma, avesse loro lasciato in compenso un istinto di sopravvivenza più puro. Sotto la superficie si scorge la storia del Cile del Novecento: l’aristocrazia terriera che si barrica nelle tenute, il terrore oligarchico del cambiamento sociale, le classi basse che esistono come materiale di fondo. Josè Donoso attinge al folklore più nero del suo paese, la mitologia mapuche dell’imbunche, il neonato i cui orifizi vengono cuciti dalle streghe perché nulla entri e nulla esca, e del chonchon, la testa che si stacca e vola di notte. Humberto sceglierà infatti di farsi imbunche: chiede alle vecchie di avvolgerlo in sacchi di juta, strato dopo strato, fino a chiudersi all’esistenza come dentro una benda delirante. È la fine logica di chi ha passato la vita cercando di diventare qualcuno e ha trovato solo maschere altrui da indossare.

Senza dolcezza

La biografia di Josè Donoso illumina il romanzo più di quanto lui stesso ammettesse. Nato a Santiago nel 1924, cresciuto in una borghesia intellettuale in declino (che mette piuttosto alla berlina ne L’osceno uccello della notte), compagno di banco di Carlos Fuentes al collegio Grange, pastore di pecore in Patagonia da adolescente in fuga, laureato a Princeton dove scrisse una tesi su Jane Austen e pubblicò i primi racconti in inglese, insegnante all’Iowa Writers’ Workshop, Donoso fu sempre l’eccentrico della compagnia rutilante. Quando L’osceno uccello della notte vide la luce, nel 1970, tre anni dopo Cent’anni di solitudine, i paragoni furono inevitabili e sfavorevoli alle vendite: dove García Márquez costruiva un mondo leggibile e commovente, Josè Donoso offriva un labirinto che aggredisce il lettore, senza dolcezza, senza alcuna intenzione di farsi perdonare, come il Cile coi suoi fantasmi, che ripugnavano e attiravano lo scrittore. Nel tempo ha conquistato lettori più o meno illustri e oggi scrittori nati decenni dopo lui, in Cile e altrove, lo citano come un totem che atterrisce e guida chiunque tenti di scrivere. Riletto oggi, il romanzo, che brulica di tantissimi personaggi, suona stranamente attuale, quasi profetico: un mondo chiuso in cui le cronologie non contano, le linee narrative sono molteplici, ogni fatto è in dubbio, ognuno parla con molte voci ed è se stesso soltanto nella misura in cui è anche gli altri. Era il 1970, sembra ieri.

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