Un racconto di una George Eliot in versione macabra, “Il velo dissolto”, poche pagine in cui si condensa più di un tema interessante, come l’inaffidabilità del narratore, l’impossibilità di conoscere davvero l’altro, la rappresentazione “mostruosa” della donna…
Il velo dissolto (78 pagine, 11 euro), tradotto da Riccardo Colli per Galaad, è un’opera piuttosto insolita nel panorama letterario di George Eliot. Fin dalla sua stesura, il racconto di Mary Ann Evans suscitò perplessità per il suo carattere eccentrico e per le sue tinte cupe, quasi macabre. A testimoniarlo è una lettera di John Blackwood, editore dell’autrice, che, pur esprimendo apprezzamento per il testo, confessò: «Avrei desiderato che il tema fosse più lieto, e penso che, quando lo scrivevate, doveste essere preoccupata e turbata da qualcosa». Nonostante queste riserve, The Lifted Veil venne pubblicato nel 1859.
Opera densa e singolare
Non amo particolarmente i racconti brevi, né in generale le opere di poche pagine, ma Il velo dissolto, nel complesso, è riuscito a sorprendermi. In poche pagine, Eliot riesce a condensare una serie di questioni tutt’altro che marginali, dall’inaffidabilità del narratore, all’impossibilità di conoscere davvero l’altro, ma anche il problema dell’empatia, la rappresentazione ‘mostruosa’ della donna. È proprio questa densità a rendere Il velo dissolto un’opera davvero singolare.
Latimer possiede un’abilità straordinaria: può leggere nei pensieri altrui e intravedere eventi futuri. Per questo motivo, nel corso del racconto, Latimer sembra quasi assumere i tratti del poeta-veggente, in quanto questa sua abilità viene collegata a una sua presunta natura «poetica», attraverso paragoni che richiamano in parte la concezione romantica del poeta come individuo dotato di facoltà percettive superiori. Eppure, a Latimer manca proprio una delle qualità fondamentali che ci aspetteremmo da una simile figura: la sensibilità e la capacità di comprendere l’esperienza altrui. Perché, sebbene possa accedere ai pensieri più intimi delle persone, Latimer non è davvero in grado di comprenderle. Il suo narcisismo e la sua presunzione si frappongono continuamente tra lui e gli altri, come se la conoscenza della loro interiorità non facesse che alimentare il senso della propria superiorità, anziché avvicinarlo a loro.
Ma che cosa produce, in definitiva, questo potere? Durante la lettura, mi è tornato in mente un famoso film con un protagonista che legge i pensieri degli altri: in What Women Want (2000), il protagonista acquisisce la capacità di leggere i pensieri delle donne. Inizialmente sfrutta questa facoltà a proprio vantaggio, ma, proprio attraverso l’accesso alle loro voci interiori, finisce per sviluppare una maggiore consapevolezza dei sentimenti altrui e, di conseguenza, una certa empatia. Ma ne Il velo dissolto accade tutto il contrario: In Latimer, la sua capacità straordinaria non fa altro che generare isolamento. Resta infatti da chiedersi se sia proprio il suo potere a renderlo incapace di entrare in relazione con gli altri o se esso non faccia che amplificare un’incapacità già presente in lui.
Una facoltà non decisiva
C’è infatti una grande differenza tra conoscere i pensieri di qualcuno e comprenderli davvero. Il potere di Latimer lo rende, in un certo senso, simile a un lettore: egli legge le menti, ma leggere non significa necessariamente comprendere. Quando leggiamo un testo, le parole che leggiamo richiedono un’interpretazione. È possibile conoscere le parole senza coglierne davvero il senso. La facoltà di Latimer, dunque, non gli garantisce una conoscenza autentica degli altri: lui ‘legge’ i pensieri degli altri, ma non è interessato a comprenderli.
A dimostrazione di ciò, l’autrice inserisce una scena che, a prima vista, potrebbe sembrare marginale, ma che, a mio avviso, rivela sin da subito qualcosa di significativo sulla natura del protagonista: il suo rapporto con i quadri. «Non sono mai riuscito a guardare molti quadri di seguito, perché i quadri, quando sono pieni di forza espressiva, mi colpiscono in modo così intenso che uno o due bastano a esaurire tutta la mia capacità di osservazione» (p. 42). Proviamo a sostituire quadri con persone: la frase allora assume un significato diverso. Latimer sta confessando la propria difficoltà a sostenere a lungo lo sguardo sull’altro, a soffermarsi su di esso senza esserne sopraffatto. Eppure, il suo presunto potere telepatico dovrebbe consentirgli di penetrare nell’interiorità altrui. È qui che emerge una contraddizione fondamentale: Latimer pretende di conoscere gli altri in profondità, ma è incapace di guardarli davvero.
È a questo punto che entra in gioco Bertha, l’interesse amoroso di Latimer, la cui rappresentazione si fa progressivamente più inquietante. Proprio per questo, e considerando che l’intera vicenda ci viene restituita attraverso la voce del protagonista, credo sia opportuno soffermarsi sulla descrizione che egli offre della donna e sulla natura del loro rapporto. Da sempre diffido dei narratori in prima persona, soprattutto quando sembrano presentare la propria visione degli eventi come una verità indiscutibile, e nel caso di Latimer, questo sospetto è ancora più accentuato, poiché il suo potere di leggere le menti sembra conferirgli un’autorità privilegiata nel giudicare gli altri.
Mi ha colpita, in particolare, un dettaglio: Latimer, inizialmente, non riesce ad accedere ai pensieri di Bertha. Questo è l’elemento che anticipa la distanza emotiva destinata a separarli, ma rappresenta anche la pretesa di Latimer di eliminare ogni zona d’ombra, colmare ogni distanza tra sé e lei, rendere trasparente ciò che, per sua natura, dovrebbe rimanere intimo e personale. Che cosa resta dell’autonomia di una persona quando le viene sottratta persino la possibilità di custodire una parte importante di sé? Questione ancora più importante se consideriamo la condizione femminile nell’epoca di Eliot, in cui l’autonomia delle donne era fortemente limitata dalle convenzioni sociali e dalle strutture matrimoniali. Privata di ogni libertà, la possibilità di preservare almeno una propria interiorità assume un valore ancora più importante.
Un dettaglio
La pretesa di Latimer di penetrare nella mente di Bertha può essere letta, allora, come una forma di possesso: non gli basta conoscere ciò che lei sceglie di rivelargli, ma vorrebbe raggiungerne ogni pensiero, ogni segreto, ogni sua parte nascosta. In altre parole, non sembra disposto ad accettare che Bertha possa rimanere un individuo autonomo, che possa essere, almeno in parte, estranea a lui. Ma per rendere una relazione autentica è importante riconoscere l’alterità, e soprattutto, riconoscere che esiste sempre qualcosa dell’altro che non ci appartiene. Lo sostiene anche Terry Eagleton nel suo saggio Power and Knowledge in ‘The Lifted Veil’, affermando che il desiderio di conoscere pienamente l’altro rischia di trasformarsi in un tentativo di dominarlo, cancellando proprio quella alterità che rende possibile una vera relazione. La pretesa di Latimer di accedere all’interiorità di Bertha finisce così per negarle uno spazio autonomo.
Possiamo allora comprendere perché Bertha, quando comincia a sospettare che il marito possieda facoltà straordinarie, ne sia turbata. Ciò che la spaventa è la possibilità di perdere la propria interiorità, quell’unico spazio sul quale può ancora esercitare un controllo. Il comportamento ambiguo di Bertha, quindi, non deve essere necessariamente interpretato come una prova della sua colpevolezza. Potrebbe, al contrario, essere la reazione di una donna che percepisce come una minaccia il desiderio del marito di privarla della sua libertà.
A questo proposito, l’autrice inserisce un dettaglio che, a mio avviso, merita attenzione: il riferimento a Lucrezia Borgia
… quel mattino stavo guardando il dipinto del Giorgione, il ritratto della donna dagli occhi crudeli che si dice abbia le sembianze di Lucrezia Borgia. Rimasi a lungo da solo davanti a quel dipinto, affascinato dal terribile realismo di quel volto astuto e spietato, finché non provai una strana sensazione di avvelenamento, come se stessi inalando da tempo un effluvio mortale e avessi appena cominciato a rendermi conto dei suoi effetti…
Dopo la visione del dipinto, Latimer riuscirà ad accedere ai pensieri di Bertha e a intravedere il suo futuro, cominciando a percepirla come una figura crudele e minacciosa. Non solo, ma è in seguito alla visione del quadro che la sua immagine si sovrappone a quella di Bertha.
Il riferimento a Lucrezia Borgia è infatti significativo perché richiama subito l’immagine di una donna pericolosa e potenzialmente assassina. Latimer interpreta quindi Bertha attraverso un’immagine che ha già in mente. È possibile, quindi, che le sue intuizioni non rivelino una verità oggettiva, ma siano influenzate dalle sue paure e dai suoi pregiudizi. Il suo tentativo di leggere la mente di Bertha mi ha ricordato quello di un lettore che si avvicina a un testo con un’idea già precisa di ciò che troverà, dove ogni nuovo indizio finisce per confermare la sua interpretazione, anziché metterla in discussione.
Inoltre, è significativo, allora, che proprio nella descrizione di Bertha affiori fugacemente un riferimento alla sua «infelicità», che sembra alludere a un disagio vissuto all’interno del matrimonio. Questa breve incrinatura basta a rendere meno univoca l’immagine che Latimer costruisce della donna e a farci sospettare che, dietro la sua presunta malvagità, possa esserci una sofferenza che il narratore non è in grado, o non è disposto, a comprendere. Del resto, non dobbiamo dimenticare che è Latimer a raccontarci Bertha: non disponiamo della sua prospettiva e non possiamo verificare quanto il ritratto che ne emerge corrisponda alla sua esperienza.
È proprio a partire da queste considerazioni che ho cominciato a dubitare dell’effettiva capacità telepatica di Latimer. Il racconto potrebbe infatti essere letto come un’indagine allegorica sul funzionamento stesso della narrazione di finzione, e in particolare sul rapporto tra chi racconta e ciò che pretende di conoscere. Da sempre sono interessata alle narrazioni inaffidabili, e un narratore retrospettivo in prima persona rappresenta certamente uno strumento privilegiato per esplorare i limiti della conoscenza e la parzialità di ogni punto di vista. Non a caso, anche Eagleton interpreta le presunte facoltà telepatiche di Latimer come possibili intuizioni paranoiche, dove ciò che egli crede di scoprire nella mente altrui potrebbe essere, in realtà, una proiezione della propria arroganza, ansia e aggressività.
In sostanza, il vero dramma di Latimer è che, anche quando crede di vedere oltre ogni velo, continua a vedere soltanto se stesso. E viene da chiedersi se, in fondo, il velo più difficile da sollevare non sia proprio quello che ci separa dalla verità su noi stessi.
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