“La strada di campagna” di Regina Ullmann raccoglie undici magnifici racconti su un mondo apparentemente immobile, fra mondo contadino e modernità, fra luoghi appartati e dimore provvisorie. La bellezza non redime la sofferenza, ma le impedisce di esaurire il significato della vita…
Nella Stiria rurale e nei paesaggi montani della Svizzera, tra mondo contadino e margini della modernità, si muovono le figure di La strada di campagna (163 pagine, 18 euro) raccolta di undici racconti di Regina Ullmann, traduzione di Daria Biagi per Adelphi. Sono luoghi appartati, locande semideserte, sentieri boschivi e dimore provvisorie, dove la vita scorre lontana dal clamore del mondo e rivela, nella sua apparente immobilità, una sostanza inquieta.
Fra vulnerabilità e bellezza
Il racconto che dà il titolo alla raccolta segue una narratrice durante un vagabondaggio attraverso la campagna svizzera, tra passaggi in carrozza, locande isolate e incontri fugaci. Il viaggio diventa un’occasione per interrogarsi sulla solitudine, sulla morte e sulla fragile bellezza del mondo.
In L’insegna della vecchia taverna, un giovane stalliere si prende cura di una ragazza cieca e disabile, affidatagli ancora bambina. La sua bellezza quasi irreale e la sua estraneità alle convenzioni suscitano in lui un amore combattuto, che tenta invano di soffocare, fino a un esito tragico.
In Il topo, l’attesa notturna di un roditore destinato alla trappola si trasforma in una riflessione angosciosa sulla vita e sulla morte; Il vecchio ritrae invece un uomo incapace di tenerezza, la cui durezza consuma lentamente la donna che gli si avvicina. Altri racconti recuperano memorie d’infanzia, incontri e piccoli rituali domestici, componendo un universo in cui la vulnerabilità convive con improvvise epifanie di bellezza.
Sotto la superficie
Ullmann non affida alla trama il compito di sorprendere: preferisce indagare ciò che permane sotto la superficie degli eventi. La morte attraversa queste pagine come una presenza familiare, mentre l’amore non coincide necessariamente con il possesso o la passione, ma può manifestarsi nella cura e nella capacità di riconoscere l’altro oltre ogni stigma. I personaggi abitano i confini della società, segnati dalla povertà, dalla malattia, dalla vecchiaia o dall’emarginazione; eppure, il mondo che li circonda non è privo di splendore. La natura, gli animali e un ricordo felice aprono improvvise fenditure di luce, senza cancellare il dolore.
Perché nessuno al mondo avrebbe pensato all’amore. E il mondo tiene insieme I’edificio dell’umanità come la malta. E poiché questo è tutto quello che c’è, a quanto pare, bisogna sentirsi espulsi da esso non appena la si pensa in un altro modo.
La prosa, lirica e densamente figurata, procede con lentezza. Le ripetizioni, le immagini quasi oniriche e al tempo stesso austere invitano a sostare sulle parole. È in questa lingua, insieme aspra e luminosa, che Ullmann trova la misura della propria visione: la bellezza non redime la sofferenza, ma le impedisce di esaurire il significato dell’esistenza.
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