Alistair MacLeod, due secoli di dolore e sconfitte

Una dinastia di scozzesi nel Nuovo Mondo, una storia che si riannoda per due secoli, la precoce perdita dell’innocenza. Ne “La terra degli alberi” Alistair Macleod indaga una storia fra passato e presente, alternando registri linguistici, violenze e guerre…

È il 1779, Calum MacDonald salpa con la sua numerosa famiglia dalle Highlands scozzesi verso il Nuovo Mondo: approda in Nova Scotia, dopo un viaggio avventuroso in balia di un oceano indomabile che non dà scampo ai più deboli.

Lì riparte da zero, rimanendo a capo di un clan unito da forti legami di stirpe, cultura e tradizioni, i cui discendenti continuano ad essere accomunati dai medesimi tratti somatici.

Trascorrono due secoli: Alexander MacDonald riavvolge il nastro degli eventi e – raccogliendo il testimone dagli avi – racconta la sua esperienza, partendo dal tragico episodio che lo strappò improvvisamente agli affetti più cari.

Una seconda vita

All’età di tre anni, infatti, il protagonista e la sorella gemella vengono affidati ai nonni paterni: i genitori annegano mentre tentano di attraversare un lembo di mare ghiacciato che li divide da Cape Breton, l’isola su cui sono nati, di cui il padre era custode oltre che manutentore del faro.

Inizia una seconda vita per Alexander, lontano dai fratelli che – non ancora uomini ma non più bambini – si adattano ad autogestirsi, mantenendosi con la pesca e il lavoro manuale.

Divenuto adulto, professionista di successo, spetterà ad Alexander tentare di riallacciare i rapporti con il fratello Calum, il primogenito, ridotto a un relitto umano a causa dell’alcolismo, solo e disperato in una Toronto fredda e respingente. Una città sempre più proiettata verso il futuro, dove sembra non esserci spazio per chi non ha saputo approfittare dell’ascensore sociale.

La terra degli alberi (320 pagine, 21,50 euro), il romanzo di Alistair MacLeod – tradotto da Elvira Grassi per la Nuova Frontiera – alterna il racconto del passato a quello del presente del protagonista.

L’autore utilizza una prosa solenne nei momenti più drammatici, con frequenti richiami poetici e citazioni in lingua gaelica. La lingua si fa più intima e riflessiva quando la voce narrante si concentra sui ricordi di un’infanzia carica di amore ma inevitabilmente segnata dal lutto e dalla precoce perdita dell’innocenza.

Il coraggio e il sacrificio dei coloni

Il titolo della traduzione italiana pone in luce il rapporto tra uomo e ambiente, il legame simbiotico che unì i coraggiosi coloni – provenienti da una terra dilaniata dalla violenza delle faide tra clan – al “Nuovo Mondo”, dove pure non fu facile adattarsi all’inclemenza degli elementi naturali e alle regole dettate dall’autorità civile.

Giunti nella patria d’oltremare, infatti, gli scozzesi vennero mandati a morte nella guerra anglo-francese che si concluse con la nascita del Canada britannico. È a questo tragico evento della storia nazionale canadese che fa riferimento il titolo originale dell’opera – No Great Mischief: richiama il commento attribuito al generale britannico Thomas Wolfe allorché – siamo nel 1759 – scelse di inviare in prima linea gli Highlander scozzesi nella battaglia contro i francesi per il controllo della Nova Scotia, facendone vittime sacrificali la cui perdita non sarebbe stata poi un così grande danno (“no great mischief if they fall”).

Pubblicato nel 1999, La terra degli alberi ha ottenuto numerosi riconoscimenti letterari tra cui nel 2001 l’International IMPAC Dublin Literary Award. Il suo autore – Alistair MacLeod (1936-2014) è stato uno dei principali esponenti della narrativa canadese: per oltre trent’anni accademico e insegnante di scrittura creativa presso l’Università di Windsor nell’Ontario, è vissuto a Cape Breton, facendone un luogo topico della sua produzione letteraria e fondativo dell’identità degli immigrati di origine scozzese.

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