Letteratura e amicizia, Celati secondo Cavazzoni

Romanzo di appunti, memorie e lievi malinconie intrise di ironia è “Storia di un’amicizia” di Ermanno Cavazzoni. Un libro su Gianni Celati, sui dialoghi con un amico a proposito di Ariosto, dialoghi con la foga forsennata dei tifosi…

Questo libro va maneggiato con cura perché parla di due pilastri della vita: la letteratura e l’amicizia. Di quell’amico che non ci è dato per casualità e sacri vincoli del sangue, ma viene scelto, per affinità. Quella relazione che non ti trovi bell’e fatta, ma che presuppone costruzione.

Il libro in questione è Storia di un’amicizia (252 pagine, 16 euro), di Ermanno Cavazzoni, edito da Quodlibet, che ripercorre un volersi bene durato anni e anni con un altro autore indimenticato, Gianni Celati.

Chiacchiere e vodka

Ora, la letteratura fa parte dell’esistenza di chiunque, anche di chi dice di non aver mai letto, mai aperto libri, perché ci forgia, fa parte di noi. Siamo italiani, popolo di poeti, amanti di pastasciutte, bevute in osteria, passeggiate in risaia.

Senza saperlo avremo citato milioni di volte Petrarca. Senza aver mai letto la Divina Commedia, sapremo cos’è un Purgatorio.

Anche quelli come l’oste Angeli, che in libreria sembrano fuori posto.

Ognuno passeggia con il clima e il paesaggio che ha e, come mostra Ermanno Cavazzoni in questo bellissimo romanzo di appunti, memorie e lievi malinconie intrise di ironia, camminare insieme, incontrare gente, chiacchierare, mandare giù bicchierini di vodka per sciogliersi, sono già una specie di dispositivo del racconto.

Anzi, sono il racconto stesso. La magia siamo noi, con i nostri amori, corrisposti o meno, con i nostri inseguimenti di ambizioni, idee.

Una specie di viaggio

Il libro è una specie di viaggio che attraversa, con nomi e cognomi, convegni di scrittura, nascite e morti di riviste letterarie, presentazioni e incontri.

Non mancano i litigi, i confronti accesi o le scoperte, come quella del personaggio dalle parti di Portarotta, che spiega loro che le stelle cadenti sono elettrodomestici lanciati nella galassia a schiantarsi verso la terra. O ancora, i romanzi mai nati, discussi, pensati e rimasti lì. Perché siamo anche quello che non scriviamo e non facciamo. Perché rimaniamo nelle cose, nei giri a vuoto, nelle lettere e nelle email che si fanno sempre più rarefatte nei contenuti, strazianti.

E qui entra in gioco un aspetto prezioso del romanzo. Come si spiega un affetto durato nel tempo, quali parole usare? Come arrivare a tutti e dire senza dirlo: “Io ho voluto un bene dell’anima a quest’uomo, lui me ne ha voluto altrettanto e insieme abbiamo fatto e non fatto un sacco di cose”?

Storia di un’amicizia andrebbe letto a tutti.

Promesse e appunti

La cosa che più mi ha colpito di questo rapporto con Celati sono le promesse, le promesse di scrittura.

La raccolta che in fondo era ascolto, mettersi a sentire i racconti della gente, che siamo noi la gente, direbbe Bukowski, e farsi portavoce.

Un’idea della scrittura come prova, servizio, senza fronzoli: raccogliere storie e dividersele, come fanno i ragazzini con le figurine. “Questa la scrivi tu, questa la scrivo io”.

Prendere appunti, montagne di appunti.

L’incontro fra Cavazzoni e Celati è una specie di epifania che nasce attorno alla meraviglia dell’Orlando Furioso, di Ariosto, durante un convegno proprio nella sua casa, nel prato del Mauriziano, sotto il filare dei pioppi.

Noi ci siamo messi a parlarne come gli altri parlano di calcio, cioè con la foga calcistica, citandoci questo o quell’altro episodio, e con sommo gusto, perché gli episodi, i personaggi, certi versi li sapevamo a memoria, ed è bellissimo trovare un altro che li sa e quindi si può commentare, ricordare qualche particolare, come un tifoso nel bar dei tifosi…

Nessuna celebrazione, solo la vita e la sua fine, in mezzo tutto, il lavoro, la compagnia, i libri e il mestiere dello scrittore. “Questo è un libro di avventure di Gianni Celati”, custodite dal suo amico Ermanno Cavazzoni.

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