Un postmoderno con un gusto spiccato per il citazionismo, fra aneddoti e riferimenti colti. Francesco M. Cataluccio è filosofo, storico dell’arte, studioso della Polonia e dell’Europa centrale, è stato dirigente editoriale, curatore delle opere di Gombrowicz e Schulz, ha scritto saggi sulla memoria dell’Est e ha raccontato Chernobyl. La sua scrittura unisce rigore e curiosità, con un gusto per le digressioni che non diventa mai compiacimento. In Hotel Chopin (216 pagine, 15 euro), edito da Sellerio, si diverte a costruire un’enciclopedia personale, un modo di guardare il mondo che nasce da una vita trascorsa tra lingue, culture, paesi che hanno conosciuto la violenza della storia. Da sempre diviso fra l’Italia e la Polonia, immerso fra le nefandezze del blocco sovietico e la memoria rimossa della Shoah nell’Europa orientale, in anni recenti Cataluccio ha fatto i conti con le storie dei profughi ucraini arrivati a Varsavia dopo l’invasione russa. Hotel Chopin è il luogo simbolico in cui queste esperienze si condensano. L’albergo, reale e visitato dall’autore, accoglie donne e bambini fuggiti dalla guerra, in filodiffusione di sente Chopin nelle stanze. È un microcosmo dove la sofferenza ucraina diventa racconto, memoria, testimonianza. Qui Cataluccio osserva un’Europa che non è un concetto astratto, ma un intreccio di vite che si sfiorano e si contaminano.
Un traffico misterioso, un’indagine, un felino
Un filo lega Hotel Chopin ai suoi primi due libri, forse i più belli, per Sellerio. Vado a vedere se di là è meglio, del 2010, titolo decisamente ironico, perché oltre la cortina di ferro, negli anni Ottanta, non si stava affatto meglio, e Chernobyl, del 2011, che è in parte un reportage di viaggio in quel che resta del disastro nucleare, in parte un’archeologia di situazioni umane da cui far riemergere lo spirito sepolto di luoghi abbandonati, un libro delle non-radici, perché lo sradicamento è la chiave delle vicende private e della storia dell’Europa di mezzo. Nel più recente libro, apparso per la collana più iconica di Sellerio, La Memoria, tutto comincia con una frode. A Venezia un uomo più azzeccagarbugli che bandito si mette a trafficare colori sottobanco, da quando le istituzioni europee, una decina d’anni fa, ne hanno proibiti alcuni perché tossici. Li produce in Ucraina: la fabbrica, racconta, l’ha impiantata nel 2010 a Bucha, pochi chilometri a nord di Kiev, e un collaboratore italo-ucraino di nome Ulas, con qualche compagno, fa da corriere fra lo stabilimento e il magazzino veneziano. Poi arrivano i russi, il lavoro si ferma, e per un anno non giunge niente. Quando i barattoli senza etichetta ricominciano a comparire, la provenienza è Varsavia. Ulas è morto, e il narratore monta in macchina con pochissimi indizi per cercare chi abbia rimesso in piedi la produzione. Prenderà a bordo un originale autostoppista, un gatto di nome Serapione, che pensa, parla, discute di musica e filosofia, anche in modo saccente. Il felino è un elemento destabilizzante, che mette tutto in discussione…
Un erudito divagare…
I gran pretesti dei colori, del viaggio picaresco, del gatto conducono alle ferite del ventesimo secolo (le guerre mondiali, il comunismo, le ambizioni imperiali russe, le violenze che hanno segnato intere generazioni), e non solo. Cataluccio chiama in causa non solo gli ospiti in carne e ossa nell’hotel della capitale polacca (ad esempio un direttore d’orchestra ucciso dai militari russi per aver rifiutato di dirigere un concerto in onore dell’esercito occupante) con la neve alle finestre, ma Bulgakov, Dostoevskij, Blok, Brodskij, Kundera, l’ucraino Andruchovyč che si confrontano e accapigliano, parlando di poesia, di musica e di guerra. Il divagare erudito è un modo di conoscere, e il grottesco, invece di attenuare il tragico – l’idea degli occidentali che certi confini avrebbero retto, quella di stava ai confini, e che conosceva la storia e aveva esperienza, che sarebbe tutto crollato – prova a renderlo più sopportabile e forse più vero.