Beata ignoranza? Telmo Pievani e il fertile non-sapere

L’ignoranza non è assenza di conoscenza ma rifiuto di acquisirla. In “Sei storie di buona ignoranza” Telmo Pievani mescola scienza, letteratura e polemica politica con leggerezza e senza… note. Da maestro di cultura scientifica universale, Pievani ci guida tra ecosistemi, DNA, civiltà e intelligenza artificiale con il sorriso di “Bouvard e Pécuchet”

Da decine di miliardi di anni. Chissà bene chi, dove, come e perché? Forse la bellezza salverà il mondo, la conoscenza purtroppo no. Struzzi e asini sono oggetto di dicerie infamanti sull’ampia naturale “scemenza” dei comportamenti, simboli zoologici dell’ignoranza, ma siamo noi a inventare l’ignoranza, da principio di continuo sempre più. Ci siamo ben presto accorti di essere circondati da uno sterminato ignoto, al quale strappare ogni giorno qualche brandello di verità, restando tutti ignoranti a proposito della nostra ignoranza. Non possiamo dire con certezza che non conosceremo mai qualcosa, ma allo stesso tempo è difficile dimostrare che tutto sia conoscibile scientificamente, e ancor più arduo è garantire che un giorno conosceremo davvero tutto. Il saperne sempre di più non riduce l’estensione della nostra ignoranza, che appare a tutti gli effetti inesauribile. Il fertile non-sapere assume molte forme, alcune buone e altre cattive, strettamente correlate.

Due paradossi

L’ignoranza è molto più che una piatta non-conoscenza. Ciascuno di noi è un conglomerato di diverse conoscenze e di diverse ignoranze, impossibile trarne una “teoria”, bisogna limitarsi ad alcune storie e geografie, sapendo che la fabbricazione sistematica di ignoranza è una minaccia esiziale per la convivenza pacifica (un poco pure equa e democratica) della nostra specie sedicente sapiens. Anche nella scienza le ignoranze sono molteplici ed eterogenee, approssimabili in modo parsimonioso attraverso due paradossi (nuove conoscenze generano nuove ignoranze; non ci sono prove che l’ignoranza totale sia una risorsa finita). Del resto, ignoranza ed errore non sono la stessa cosa. L’importante sarebbe non sbagliare mai due volte nello stesso modo e ammettere che molti errori sono irreversibili e non insegnano alcunché. Sperimentiamo Pievani con lungimirante attenzione e cosciente sorriso, acquisiremo conoscenze e resteremo ignoranti, ma staremo meglio.

Farci meno del male

Beati gli studenti di Harvard alle lezioni del grande paleoantropologo Stephen Jay Gould (1941-2002), oltre una venticinquina di anni fa! Beati gli studenti alle lezioni del suo grande allievo Telmo Pievani (Bergamo, 1970), da oltre una ventina di anni, prima a Milano, poi a Padova, ora di nuovo a Milano (Filosofia delle Scienze Biologiche) e in giro per l’Europa! Oltre a qualche vaga conoscenza della biologia evoluzionista hanno forse appreso come fare e farci meno del male, nel pensiero e nell’azione. Pievani è oggi lui stesso maestro di cultura scientifica universale, quasi un ulteriore paradosso visto le sei storie di cui ci racconta sulle ignoranze, fra l’altro passiva e attiva, cattiva e buona (da cui il titolo).

Due autoinganni collettivi

Scrivendo in modo godibile, affascinante e semplice (niente note), In Sei storie di buona ignoranza (216 pagine, 18 euro), edito da Raffaello Cortina, s’ispira a Bouvard e Pécuchet di Flaubert (in esergo a ogni capitolo), due goffi copisti parigini aspiranti tuttologi, rifugiatisi in campagna nell’impresa vana di sperimentare un’enciclopedia farsesca dello scibile umano. Come sempre, intreccia scienza filosofia letteratura e, questa volta, anche molta sana avveduta polemica politico-culturale contemporanea. Essendo rimasti l’unica forma umana sulla Terra (seconda storia, non è tutto noto come e perché), non conosciamo nemmeno quante creature abitino sul pianeta e, comunque, non abbiamo mai smesso di modificare gli ecosistemi attorno a noi, stravolgendoli e riducendone la biodiversità (prima storia); le civiltà prima agricole e poi industriali hanno coltivato e forgiato per millenni due autoinganni collettivi micidiali (quinta, a proposito della nostra mente, individuale e collettiva), il primo di esserci emancipati una volta per tutte dalla natura e di aver reciso il legame genealogico ed ecologico con essa (terza, pur non sapendo a cosa serve l’80 per cento del DNA), il secondo di vivere su un pianeta con risorse infinite da sfruttare come se non ci fosse un domani (sesta); ma esistono forme di vita su altri pianeti e le civiltà finiscono nonostante o a causa dei loro successi (quarta)? È tutto una domanda ben posta! Frequenti aggiornati riferimenti a tanti fenomeni, per esempio alle migrazioni, alle specie Lazzaro, all’Intelligenza Artificiale, ai governanti non solo attuali. L’ignoto è e sempre sarà sterminato, il futuro incerto, ma la vera ignoranza non è l’assenza di conoscenza, bensì il rifiuto di acquisirla, di usare (insieme e democraticamente) il curioso metodo sperimentale e l’infinitezza dei mondi possibili. Colta specifica bibliografia selettiva (Darwin è continuamente citato ma non un suo singolo libro, opportunamente; Pietro Greco col suo Errore c’è e lotta insieme a noi).

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