Né thriller né climate fiction, favola morale di Megha Majumdar

In una Calcutta del prossimo futuro e qualche grado in più si consuma la vicenda di Ma, in partenza per gli Usa con figlio e padre, per raggiungere il marito, e di Boomba, che le ruba i passaporti con i visti. È un conto alla rovescia “Sette giorni”, romanzo di Megha Majumdar, con un finale che è insieme chiuso e aperto…

Non fatevi ingannare dalla suspense della scelta del titolo in italiano, dal tempo che resta ai protagonisti e ai lettori. Megha Majumdar, indiana che vive negli Usa, costruisce sì il suo secondo romanzo come un countdown, tiene il lettore incollato a una trama da thriller e da climate fiction, snocciolando però, per strada, domande che il thriller di solito elude. Il suo Sette giorni (240 pagine, 18 euro) è pubblicato da Marsilio, grazie ad Anna Rusconi, traduttrice di lungo corso, voce italiana di David Szalay e Azar Nafisi, per ricordarne giusto un paio.

Un’apocalisse lenta e quotidiana

Il romanzo copre esattamente sette giorni. Ma gestisce un rifugio per i senzatetto di Calcutta e fra sette giorni partirà per l’America con la figlia piccola e il padre vedovo, raggiungendo il marito che da mesi lavora in Michigan. I passaporti con i visti, il tesoro più prezioso che una famiglia possieda in un mondo devastato dalla carestia, vengono rubati di notte da un ragazzo affamato, entrato in casa per cercare cibo. Da quel furto dipende tutto, e la partenza rischia di saltare, il che equivale a una sentenza. La vicenda è ambientata nel futuro prossimo: temperature che impediscono di uscire nelle ore centrali, monsoni fuori stagione, riso razionato, città che si spengono a intermittenza per risparmiare energia. Megha Majumdar racconta un’apocalisse lenta e quotidiana, come la legge della sopravvivenza si sia insediata nei gesti più piccoli, nel prezzo delle uova, nella cortesia che sopravvive per abitudine. Il romanzo ha il coraggio di restare sul piano del particolare: il disastro climatico non è qui un orizzonte di fumo ma un caldo appiccicoso in cui la biancheria non si asciuga. Chi conosce Calcutta ci riconoscerà la città che già esiste, accelerata di pochi gradi; chi non la conosce la vedrà comunque, perché Majumdar scrive della città con esattezza affettuosa e nessuna indulgenza.

Il dilemma sconcertante

Ma non è una santa, non è un’anima specchiata. È la titolare del rifugio per i poveri, e sarà lei, nel corso della settimana, a rubare il cibo di quello stesso rifugio per nutrire la sua famiglia; è lei a mentire al marito durante le telefonate serali, a rimandare di un giorno alla volta la verità, a trattare col ladro come si tratta in una situazione estrema, cioè senza regole. La questione che si muove sotto traccia è di una semplicità sconcertante: con l’acqua alla gola, a chi bisogna pensare? Ai senzatetto del rifugio o alla figlia che ha fame? Dall’altra parte c’è Boomba, il ragazzo che ha rubato i passaporti per sbaglio, cercando qualcosa da mangiare. La sua disperazione non è meno vera di quella di Ma, ed è anzi più giovane e più avventata: quando scopre che lei ruba al rifugio, la ricatta per fame, e la proposta che le fa è quella di chi non ha nient’altro da offrire o da perdere.

Frasi corte, immagini precise

Megha Majumdar, classe 1987, si conferma come nome di valore fra gli scrittori della sua generazione; ha scritto un libro che si legge d’un fiato e lascia il fiato corto per giorni. La prosa conserva il suo segno distintivo, frasi corte che si accendono all’improvviso in immagini precise. È un romanzo che rallenta dove un thriller accelererebbe, sulle telefonate col marito lontano, sulla bambina che non capisce perché i passaporti siano importanti, e accelera dove un romanzo di idee si fermerebbe a discutere. Il finale è insieme aperto e chiuso. Megha Majumdar ha scritto una favola morale moderna che si ricorda di essere un romanzo, dove il bene e il male non stanno in personaggi diversi ma nello stesso gesto, e dove la domanda finale non è se Ma riuscirà a partire ma cosa diventerà nell’eventualità che riuscisse a salire su quell’aereo…

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