Andrea Oriente, promesse di identità in cambio di obbedienza

Perdersi per trovare un posto. Lo racconta un romanzo non certo di formazione, duro, dalla scrittura brutale. Una scommessa audace e rischiosa, “La nostra giovinezza” di Andrea Oriente, che racconta dall’interno le dinamiche di un gruppo neofascista. Tra disciplina e violenze, comizi e volantini, una storia di annullamento

Un debuttante che di prende dei rischi che forse autori più scafati non prenderebbero in considerazione. Andrea Oriente, classe 2002, scrive un romanzo duro e disturbante, degno di di essere preso sul serio. Lo pubblica Sellerio, che non è una casa editrice che lesina sostegno ai giovani di talento (Zannoni è stato il più giovane vincitore del Campiello, prima di lui piuttosto giovane si era messo in luce Marco Balzano e, più di recente, Leonardo San Pietro), o che non si cimenta in scommesse audaci (da Alaa Faraji a Janek Gorczyka) se si guarda solo agli ultimi anni. Il suo La nostra giovinezza (144 pagine, 16 euro) ha una scrittura brutale e le stimmate del romanzo documento, il racconto di poco più di un anno vissuto in seno a a un’associazione neofascista, fra camerati e indottrinamento che prevede prove fisiche, flessioni eseguite in sincronia perfetta, bastonate, punizioni, la fatica come prova d’appartenenza.

Il dolore più lancinante

La scrittura di Andrea Oriente ha un ritmo inesorabile che non concede al lettore il respiro che il gruppo non concede ai ragazzi. Il risultato è una claustrofobia costruita con mezzi narrativi puri, senza cedere alla tentazione dell’analisi esterna o del commento rassicurante, è una prova di mestiere rara. La nostra giovinezza non è certo un romanzo di formazione, il percorso del protagonista non lo conduce all’autonomia o all’affermazione, ma semmai verso un annullamento, a fronte di “traguardi” ideali, come cambiare se stessi, uccidere la noia, abbattere il sistema. E poi c’è il dolore più lancinante del romanzo: il muro di incomunicabilità che si alza fra il ragazzo e i suoi affetti più cari, la madre e il fratello. La fede politica come abnegazione è l’unico appiglio di esistenze che sembravano destinate a perdersi; la domanda che il libro pone è come sia possibile che perdere se stessi somigli tanto, da lontano, a trovare finalmente un posto.

I meccanismi

Raccontare il neofascismo dall’interno è un’operazione che ha esattamente due modi di fallire: banalizzare, rendendo il fenomeno comprensibile fino a scusarlo, o moralizzare, consegnandolo a una condanna che non spiega niente. Andrea Oriente sa dove guardare: non nelle idee, che restano slogan e programma, ma nei meccanismi – appartenenza, ritualità, fatica, paura – che rendono le idee abitabili. È un romanzo che, in qualche modo, dialoga con altri di questi ultimi anni, a sprazzi con Il continente bianco (Bollati Boringhieri) di Andrea Tarabbia e con Noi felici pochi (Mondadori) di Patrizio Bati, ma soprattutto un riferimento inevitabile sembra essere La parte sbagliata di Davide Coppo, uscito per e/o nel 2024, anche in questo caso un giovanissimo finisce in un gruppo neofascista; meccanismi simili, ma mentre Coppo scrive con la lentezza minuziosa del ricordo, con l’ironia amara di chi c’è passato, Andrea Oriente racconta a un altro ritmo, evoca un personaggio che vive tutto in modo molto più ravvicinato, mostrando il montaggio quotidiano, passo dopo passo.

Paura o pena…

Con una precisione da manuale il romanzo di Andrea Oriente racconta qualcosa che vale per le sezioni neofasciste come per qualunque comunità che prometta identità in cambio di obbedienza. Quello che il romanzo non fa è consegnare il lettore a una morale già pronta. Interroga e si interroga con questo protagonista che, al di là del tatuaggio su un braccio di un fascio littorio, fra comizi, volantinaggio, disciplina e violenze assortite, ci guarda negli occhi. E non sappiamo, davvero, se ci fa paura o pena…

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