Soprendente Alan Friedman, il thriller dei nemici senza bandiera

“La mano di Orfeo” del giornalista Alan Friedman è l’inizio di una serie di thriller. Un debutto dal meccanismo efficace su una rete clandestina, una mano invisibile che condiziona governi, banche ed eserciti. Protagonista un ex agente segreto americano che si è ritirato a vivere in Toscana…

Un debutto che corre il rischio di essere liquidato come il romanzo del giornalista famoso, che addirittura azzarda l’inizio di una serie. Una possibilità ingegnerosa. Alan Friedman, classe 1956, giornalista e saggista di lunghissimo corso, ha scritto un thriller che si chiude come si chiudono i migliori titoli del genere, con la sensazione che il meccanismo descritto continui a girare anche a libro chiuso. Un volume che ha la rara consapevolezza che il nemico vero non ha bandiera, ma è lo spazio vuoto fra i governi.

Una telefonata ravviva la vita

Alexander Grayson, detto Alex, comincia la sua storia come giovane collaboratore alla Casa Bianca alla fine degli anni Ottanta ed è ancora in scena nel 2028, quando vive ritirato sulle colline toscane, a due passi — e non sarà un caso — dai luoghi in cui il suo autore si è stabilito da tempo. In mezzo ci sono una carriera nella Delta Force, un passaggio al Pentagono, anni nella CIA, e un nome che ha giurato di non pronunciare mai più: Orfeo. Cinque lettere dietro le quali si nasconde una rete clandestina, una mano invisibile insinuata nei governi, nei servizi segreti, nelle grandi banche e negli apparati militari, capace di piegarli ai propri interessi senza mai firmare nulla. Quando una telefonata interrompe la sua vita appartata, alla vigilia di una cena tra amici in un casale di campagna, Alex capisce la regola che torna come un ritornello infernale: da quel mondo non si esce senza permesso.

Servizi segreti e salotti romani

La storia raccontata da Alan Friedman va avanti quarantun anni, dal 1987 al 2028, con salti temporali avanti e indietro che tengono il lettore in equilibrio su due binari: la scoperta per Alex, da giovane, del meccanismo Orfeo, e la caccia, da anziano, a chi ha deciso che il suo silenzio non basta più. La geografia è quella del potere reale: Washington, Londra, Roma, Vienna, le banche di Zurigo, i servizi russi, i salotti di una contessa romana regina di stanze dove si decidono destini e che scompare nel nulla quando diventa testimone scomoda. Friedman usa il lessico del mestiere che ha esercitato per tutta la vita e gli dà corpo narrativo, senza… spiegoni.

Strategia della disinformazione

Se il romanzo di Alan Friedman – La mano di Orfeo (400 pagine, 22 euro) per Baldini+Castoldi – ha un cuore tematico, sta nella parola russa “kompromat”, materiale compromettente, il fratello maggiore della disinformazione. Friedman sa che oggi la verità non viene più smentita, viene sommersa da versioni alternative finché il lettore smette di distinguere. Chi scopre i documenti giusti non viene eliminato con un colpo di scena ma dissolto in un rumore di fondo, e il romanzo descrive questo meccanismo con una lucidità mastodontica.

Un mondo cinico

Come thriller, il libro si lascia divorare: dialoghi serrati, scene costruite con mano sicura, personaggi tratteggiati in poche pennellate efficaci. Il mondo morale del romanzo è dichiaratamente cinico — «i principi morali a Washington sono un lusso che viene appaltato», dice Grayson — e questa voce, forte e autorevole, rischia a tratti di livellare ogni personaggio sullo stesso grigio. Ma il ritmo copre le magagne, e le pagine scorrono senza ristagni: chi cerca un romanzo che tenga svegli fino a tardi troverà pane per i propri denti.

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