Il droghiere della paura vuota il sacco, sorpresa Fernandez

“La dimensione oscura” della scrittrice cilena è un’esperienza capace di far desiderare di prendere fiato nell’aria (non sempre purissima) della nostra democrazia. Sorprendente per come riesce a fornire tutto l’orrore di un sistema, quello del regime di Pinochet, che aveva creato una specie di seconda dimensione al fianco della vita di tutti i giorni

Cosa accade se un agente segreto della dittatura, «un uomo alto, magro, moro, con folti baffi neri», uno che ha torturato, ucciso, braccato, straziato, terrorizzato gli oppositori del regime, uno che passava – con nonchalance da droghiere della paura – da una sessione di supplizi a una passeggiata rigenerante, se uno di questi decide che è venuto il momento di vuotare il sacco che conseguenze provoca?

Finzione, cronaca e storia

È da questo contesto che parte un’indagine molto particolare, giocata tra finzione letteraria, cronaca e storia politica, fra i fantasmi del passato, le paure di un ritorno nelle tenebre, che il New York Times ha definito uno dei migliori libri in lingua spagnola degli ultimi anni. Tuffarsi ne La dimensione oscura (213 pagine, 16 euro), traduzione di Carlo Alberto Montalto, scritto da Nona Fernandez, classe 1972,  cilena, è un’esperienza capace di farti desiderare di prendere fiato nell’aria (non sempre purissima) della nostra democrazia e della nostra libertà.

Un uomo banale, un peso insostenibile

Sorprendente l’autrice per come riesce a fornirci tutto l’orrore di un sistema che aveva creato una specie di seconda dimensione, appunto, una dimensione oscura, al fianco della vita di tutti i giorni. Qualche ragazzo agonizza nelle segrete della polizia militare mentre pochi passi più in là le persone si divertono sulle note di una radio che scaricava le sincopi di un tango. «Una realtà parallela, buia e infinita, come la stanza dei miei incubi». Insomma, «un horror in cui il protagonista era un uomo comune e banale», uno che ha amici, famiglia, vede gente, sorride, scherza, gioca. È un tempo, quello che ci offre la Fernandez la quale non ha vissuto la dittatura ma ne è rimasta marchiata come tutti coloro che l’hanno respirata da bambini, in cui accadevano cose atroci dalle parti dell’America Latina. Una ragazzina di 16 anni sfiorata dal sospetto abbandonata nuda e coperta di escrementi in una stanza piena di topi, giovani lasciati in piedi per giorni, senza cibo né acqua, uomini e donne lasciati morire senza pietà, sindacalisti buttati giù dagli aerei in volo sul mare per non lasciare tracce.

Può un uomo reggere al peso di queste esperienze? Come si può continuare a essere indefinitamente colui che «si alza e si corica con l’odore di morto addosso»?

Per dare ascolto ai morti serve la letteratura

Per questo, davvero, il 27 agosto del 1984, nel pieno della tirannide di Pinochet, Andrès Antonio Valenzuela Morales, soldato di primo grado, documento di identità 39.432, varca la soglia della redazione di “Cauce” e a una terrorizzata giornalista confessa: «Vorrei parlarle di qualcosa che mi riguarda. Voglio parlarle della persone scomparse». Uno scoop che fece epoca, valicando le frontiere andine. Il militare fu costretto a nascondersi trovando rifugio in Francia.

A distanza di tempo, però, le persone affiorate nei racconti del torturatore e le immagini sbandierate dai familiari dei desaparecidos, sono come “foto provenienti da un’altra epoca”, come “un grido di aiuto che chiede di essere ascoltato”. E per fare questo, per ascoltare i morti che reclamano attenzione, la cronaca non bastava più. Serviva la letteratura. Serviva Nona Fernandez.

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