La madre perduta e ritrovata, l’Argentina di Dillon

Giornalista e attivista argentina, Marta Dillon, mescolando felicemente generi, in “Aparecida” racconta del ritrovamento, dopo più di trent’anni, delle ossa della madre, desaparecida. Esorcizza, con una scrittura dolce e aspra, un buio individuale e fa i conti con quello della dittatura, tra violenze e maschilismo di una società patriarcale che ancora oggi fa fatica a cambiare

 

Io sono rimasta attaccata a quell’arco di luce sulla linea del tempo lasciato dall’assenza di mia madre, tornando ai fatti, alle parole, ai gesti, ai silenzi di allora, illuminati per sempre dalla violenta falciatura del suo corpo. Una crociata solitaria portando la sua voce, la sua voce nella mia memoria, come una bandiera.

Quanto è doloroso confrontarsi con le ferite dell’anima? L’argentina Marta Dillon, scrittrice, giornalista, attivista, sceneggiatrice, ma prima di tutto figlia, scrive alla madre, della madre e per la madre. Desaparecida per oltre un trentennio, trentaquattro anni meno un mese, poi riapparsa, come l’autrice apprende da una telefonata, come mucchio d’ossa rinvenuto e identificato, nonostante sia mescolato ad altri resti.

Mamma ormai non faceva più parte di quel firmamento di morti senza tomba vivi nella memoria e nel cuore del loro popolo, come eravamo (siamo) soliti scrivere noi parenti, con una retorica che si adegua ai tempi.

Con la felice mescolanza di generi (autobiografia, finzione, inchiesta, diario, cronaca, perfino saggio storico) e materiali, Marta Dillon (che aveva dieci anni quando la madre fu fatta sparire) dà vita a un volume perfettamente in linea con quelli della collana “Diagonal” delle edizioni Gran Via, Aparecida (222 pagine, 16 euro), tradotto da Camilla Cattarulla, autrice anche di un’esaustiva introduzione.

Far pace con l’assenza

I torturati, gli annientati, i sequestrati e i dispersi – finiti in fosse comuni, o chissà dove – tutte le vittime della dittatura argentina, ricevono l’ennesima carezza da questo volume privatissimo, eppure inevitabilmente pubblico, di Marta Dillon, che ha trascorso anni a rintracciare piccoli indizi e a interrogare testimoni, braccando brandelli di verità e frammenti di giustizia personale e sociale. E frattanto si è trovata a vivere, ad aver figli, a trovare l’amore con Albertina, compagna di vita e figlia di desaparecidos, a lottare con la sieropositività, a battagliare in favore delle donne. La sua vita di cicatrici e amiche, di lotte e incomprensioni (a cominciare da quelle con la figlia). Attraverso queste pagine Marta Dillon riesce a far pace con la notte in cui sua madre, Marta Taboada, rivoluzionaria e avvocata, vitale e assetata di giustizia, era stata portata via, riesce a far pace con l’assenza che l’aveva travolta e avvolta fin da bambina, con l’ombra che da maggiorenne aveva provato ad acchiappare. I frammenti riapparsi della madre sono la vittoria contro chi aveva come scopo la cancellazione eterna dei nemici.

Maternità, emancipazione, vita e amore

Una costante riflessione sulla maternità e sull’emancipazione delle donne – per cui ancora oggi c’è molto da lavorare, anche nell’Argentina attuale – risuona in Aparecida di Marta Dillon. Gli anni bui della dittatura argentina, una società patriarcale che fa fatica a cambiare volto, un maschilismo imperante: diventano questi alcuni degli obiettivi dell’autrice, militante ad ampio raggio, a parole e nei fatti, e che a tutto ciò si contrappone, come faceva la madre, di cui in qualche modo sente di aver raccolto l’eredità. I resti materni ritrovati le permettono di scrollarsi di dosso i demoni e i fantasmi con cui ha sempre convissuto, di dare forma a un’urgenza di amore e memoria, di affrontare la tragedia intima e collettiva, un vero e proprio terrorismo di Stato, con cui hanno fatto i conti lei e l’Argentina. Marta Dillon riesce a far quello che si propone in modo impeccabile, con una scrittura ora dolce, ora aspra, con un racconto carnale eppure delicato, in cui comunque rimbomba, invincibile, la vita con i suoi sorrisi, vincoli e dolori, in cui appare, in tutta la sua complessità, ogni forma d’amore, a cominciare da quello fra madre e figlia.

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