Dostoevskij 200. Raskòl’nikov, salvarsi oltre ogni intendimento

La preparazione dell’omicidio, ma soprattutto gli effetti psicologici, mentali e fisici che ne conseguono sono al centro di “Delitto e castigo”, uno dei capolavori di Dostoevskij, nato oggi 200 anni fa. Tra afflato religioso e sprazzi di luce

Si sa, i geni può capitare che entrino in relazione, o in collisione; si annusano, spesso si disprezzano a vicenda, forse solo nascondendo in questo modo il loro segreto e inconfessabile reciproco amore. Scriverà Lev Tolstòj: «Dostoèvskij è pesante inutile, perché tutti questi Idioti, questi Adolescenti, questi Raskòl’nikov, ecc., non sono affatto così; tutto nella vita è più semplice, più comprensibile».

Quelle sliding doors con Tolstoj

Eppure nel 1878 Tolstoj leggendo Memorie dalla casa dei morti di Dostoevskij, opera del 1862, composta poco prima delle grandi opere della maturità, ne restò talmente impressionato da definirlo «il miglior libro di tutta la letteratura, superiore anche a Pushkin». Fu lo stesso anno nel quale i due dioscuri della letteratura russa si ritrovarono seduti nella stessa sala, per seguire una conferenza del filosofo Vladimir Solovyev ma non si incrociarono.

Due anni più tardi Dostoevskij si recò a Mosca per partecipare all’inaugurazione del monumento a Pushkin. Prima della cerimonia, desiderava recarsi a Yasnaya Polyana per conoscere finalmente il grande scrittore. Ma quando seppe da alcuni amici moscoviti che Lev si era trasformato in una persona totalmente asociale, che viveva isolato nella sua tenuta di campagna senza il benché minimo desiderio di incontrare altra gente, cambiò idea. Quando fu dato alle stampe Guerra e Pace Dostoevskij si rivelò sinceramente impressionato da quel capolavoro, tanto da confessare il proprio desiderio di incontrare Tolstoj. 

Nel 1881 Dostoevskij morì. Alla notizia, Tolstoj ne restò profondamente turbato. In una lettera privata scrisse: «Non ho mai incontrato quest’uomo e non ho mai avuto alcun tipo di rapporto con lui. Ma all’improvviso, con la sua morte, ho capito che era l’uomo a me più caro e più vicino, la persona di cui avevo più bisogno. Lo consideravo un amico, e non avevo alcun dubbio che un giorno, prima o poi, ci saremmo incontrati»

L’ultimo libro che Tolstoj lesse nella sua vita, pochi giorni prima di lasciare Yasnaya Polyana e morire nella stazione di Astàpovo, dove ancora oggi l’orologio segna le 6:05 di quel 7 novembre del 1910, recitava sulla copertina: I fratelli Karamazov, Fëdor Dostoevskij. 

Ambiguità e contraddizioni

Tutto questo per dire che alcune volte i giudizi sulle persone e sulle loro opere quand’anche sprezzanti possano nascondere la più profonda ammirazione, nella fattispecie il fatto che due autori distanti tra di loro in realtà si amassero e forse completassero quello che non hanno fatto nelle loro opere con la lettura e ammirazione per le altrui. Basti pensare ai personaggi tolstojani che ci colpiscono per la loro completezza e l’assoluta perfezione con cui le premesse poste fin dall’inizio vengono via via sviluppate armonicamente fino a delineare un quadro completo e concluso, privo di qualsiasi ambiguità a fronte e a dispetto degli Idioti, degli Adolescenti, dei Sosia, dei Giocatori, degli Uomini del sottosuolo, dei Raskòl’nikov dostoevskiani. Quest’ultimo, l’eroe assoluto di Delitto e Castigo, l’opera composta fra il 1865 e il 1866, periodo nel quale Dostoesvkij si trova in gravi difficoltà economiche per i debiti di gioco contratti e nel quale le crisi epilettiche lo assalgono con vigoroso impeto, iniziata a essere pubblicata dal giornale “Russkij Vesnik” che gli concederà un anticipo per la sua uscita, è uno dei tipici uomini del sottosuolo dostoevskiano, assimilabile per molti versi a quella voce narrante delle Memorie del sottosuolo, romanzo di quel tragico per Fëdor 1864, nel quale perderà la moglie e il fratello Michail. Quel sottosuolo «schifoso e fetido», espressione delle contraddizioni della psiche umana, dell’anima ferita e ribelle che anela all’armonia e si dibatte tra il bene e il male trova la sua completa espressione nel personaggio più grandioso dell’intera opera dostoevskiana, forse al pari di quell’Ivan Karamazov del ponderoso romanzo della maturità completato nel 1880, un anno prima della morte del grande scrittore russo.

Castigo o pena?

Delitto e castigo che ha al centro Roman Rodionovič Raskòl’nikov avrebbe in realtà dovuto essere titolato tenendo fede all’originale russo “Il delitto e la pena” traendo ispirazione dal già conosciuto in Russia trattato Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, se non che la prima traduzione italiana del 1889 venne condotta sulla precedente francese ove il termine châtiment in italiano può essere tradotto solo con la parola castigo, che non ha valenza giuridica. Tema del titolo di non secondaria importanza come già Dostoevskij ebbe a sottolineare dicendo:

Nel mio romanzo vi è inoltre un’allusione all’idea che la pena giuridica comminata per il delitto spaventa il criminale molto meno di quanto pensino i legislatori, in parte perché anche lui stesso, moralmente, la richiede.

La “pena” in termini di castigo morale, cui segue il riconoscimento della colpa commessa, il pentimento ed il rinnovamento spirituale. 

Preparativi ed effetti di un omicidio

Raskò’lnikov, il romanzo si dipana perlopiù con il racconto degli eventi dal suo punto di vista, dopo una giornata afosa in una asfissiante e labirintica Pietroburgo uccide una vecchia usuraia e causa indirettamente la morte della sua sorella. Il romanzo narra la preparazione dell’omicidio, ma soprattutto gli effetti psicologici, mentali e fisici che ne conseguono.

Motivi biografici personali e occorrenze che scaturiscono da fatti di cronaca relativi al periodo coevo al suo autore sono all’origine del romanzo, risultato di “un fantasma narrativo” che inseguiva da tempo Dostoesvkij: il suo arresto per motivi politici  a cui fa seguito una condanna a morte poi commutata ai lavori forzati e al suo esilio in Siberia; gli echi del “processo Lacenaire” che occuperà le cronache del tempo (la vicenda di un rapinatore e omicida che tentò di far passare il suo delitto come un atto di rivolta sociale), tema che ritorna nella imago narrativa di Dostoevskij con il processo Cistov del 1865 nel quale alla sbarra si trova un giovane scismatico che aveva ucciso con un’accetta due anziane donne a scopo di rapina.   

Sono questi gli spunti narrativi che animano la tensione narrativa del romanzo, i quali segnano la sua “’ideologia”, espressa nel delitto di Raskòl’nikov, il suo supposto «superomismo», il votarsi in nome di una missione superiore che sembra essere affidata quasi per elezione divina agli “uomini straordinari (i riferimenti di Raskò’lnikov a Napoleone ne sono testimonianza).

Verso la salvezza tramite la sofferenza

Dall’altra parte il percorso del protagonista che è accompagnato nel suo tragitto verso la salvezza tramite la sofferenza dalla vasta pletora di personaggi tipica dei romanzi russi, se ne citano solo alcuni quali l’avvocatesco Luzin, il malevolo Svidrigàilov, il goliardico Razumichin, il reietto padre di Sonja Marmeladov, l’investigatore Porfìrj Petròvic, fino a Sonja promessa stessa della salvezza, è segnato da un profondo senso religioso che si esprime in termini teologici nella dottrina dell’Apocalisse, con la possibilità per tutti della salvezza finale in Dio, rispecchiata nella confessione di Raskòl’nikov, una salvezza che supera ogni intendimento umano sfidando i benpensanti che la vorrebbero negare a chi si è macchiato di crimini più o meno orrendi. 

L’afflato religioso è costantemente presente nel romanzo con i vari riferimenti al Vangelo e alla stessa Apocalisse che torna nel finale con l’immagine dell’invasione di trichine, «degli esseri microscopici si annidavano nel corpo della gente», una piaga asiatica che diventa un’epidemia mondiale, questo il sogno di Raskòl’nikov durante il suo esilio forzato nelle immense steppe della Siberia, sogno a cui segue il risveglio con Sonja accanto, una visione epifanica che già sembra la salvezza: 

Laggiù, nell’immensa steppa inondata dal sole, nereggiavano le tende di feltro dei nomadi. Come puntini appena visibili. Laggiù c’era la libertà e vivevano altri uomini, Assolutamente diversi da questi qua, laggiù era come se il tempo si fosse fermato, come se ancora non fossero passati i tempi di Abramo e dei suoi armenti.

L’uomo del sottosuolo vede uno sprazzo di luce e allora buon compleanno e duecento e più di questi anni Fëdor!

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