Una raccolta poetica più sofferta e dal sentire più drammatica, l’altra in cui spesso si esercita l’(auto)ironia dell’autore. Una riflessione su due sillogi di Rossano Pestarino, “I pesci remo” ed “Espera”
I pesci remo (58 pagine, 10 euro, Italic), di Rossano Pestarino è una raccolta di quarantasei poesie di varia estensione: si va dai due versi di Il piano ai trenta di Filastrocca della favola del mondo, con un’ampia gamma di forme intermedie. Ventisei presentano (indipendentemente dall’estensione) una suddivisione in strofe, e altrettanto varia è la lunghezza dei versi liberi, sciolti, con rime occasionali, perfette e imperfette, anche baciate o interne, le più numerose forse in Devozioni domestiche: cornici (v. 2), felici (v. 5 ), vernici (v. 8) cicatrici (v. 9) radici (v. 21).
Le parole che tornano
A tessere relazioni fra i testi c’è intanto il ripresentarsi di alcune parole sia a distanza che nell’immediata successione, adoperate come “ponti”: termine che si affaccia ad apertura e chiusura della poesia iniziale e che ritornerà in altre due. Altro elemento formalmente unificante in tanta varietà metrica mi sembra poi la scelta di uno sguardo indiretto, reticente, che si manifesta nell’uso frequente e sfumato di correlativi oggettivi, di “rappresentazioni”, quasi riprese di una telecamera. Questo anche nel gruppo di poesie che definirei più tradizionalmente liriche, in cui l’io emerge esplicito solo nella seconda poesia (Unico proprietario) attraverso la voce in corsivo a metà (È stato solo mio. Io, solo suo) e nella strofa finale. Incontreremo, come io esteso, un noi, contrapposto ad un voi o ad un essi (tutti anche in forma di particella pronominale o comunque di complemento) soltanto in due testi. Poi la dimensione soggettiva, esistenziale, intimista trasparirà nella forma obliqua, indiretta di cui si è detto.
Tempo e memoria
L’oggetto come nuovo, da collezionista che nella citata Unico proprietario allude a una relazione finita, si trasforma nella poesia successiva in ordinari oggetti luccicanti (le pile esaurite, / gli anellini smarriti o buttati nella rabbia,/ i tappi a corona delle birre…) raccolti da una donna per strada, definiti dalla voce esterna la prova, / l’indizio, il sospetto, l’ipotesi / che la felicità / esiste davvero, la bellezza, la gioia. Più avanti questa voce esterna si assottiglierà ulteriormente, lasciando al lettore di cogliere ciò che resta implicito nelle descrizioni di ambienti, domestici o spaziosamente naturali, o di (ancora una volta) oggetti, nelle enunciazioni gnomiche accennate di scorcio, nei gesti, nelle rappresentazioni, che dicono, forse, dei cambiamenti e del trascorrere del tempo, della perdita della memoria personale, della malattia e della sofferenza… Esempi, non esaustivi: Terreni marginali, Giga esauriti, Proprietà cinetiche del muscolo cardiaco, Osserva e tocca quello che parla al cuore. Occasionalmente qualche epifania densa e sintetica, nel solco della tradizione lirica primo-novecentesca: Altissimo nel cielo. Un punto. / Di puro movimento. // Bianco brillante nel sole. / Un battito. Senz’ombra // di direzione o intenzione. / Senza destinazione.
Il filone civile e politico
Ancora più interessante l’altro filone tematico che definirei “civile, politico”, nelle stesse modalità espressive, forse più elusive e polisemiche. Alcune sono delle vere “messe in scena” molto visive, quasi cinematografiche, come la poesia da cui prende titolo la raccolta, o Si vedono i bagliori, dove si accenna ad acquartieramenti nei cortili, ai fucilati, quando c’era la guerra, a ponti minati o già saltati (riecco il ponte). La guerra viene citata nella più ambigua I combattenti, le uccisioni non risparmiano gli animali in In tempore belli (appunto), è sottintesa in altre, ad esempio in Allora dobbiamo partire, nella quale gli adulti preparano al viaggio i bambini, che hanno visto quei fuochi / alti più del tramonto, e la cenere. Esilio, fuga, emigrazione sono gli inevitabili corollari di questi riferimenti ai luoghi devastati dalle guerre, dalla misera, dai regimi totalitari, mai cronachisticamente localizzati o nominati. E appare inevitabile il ricordo dello schiavismo, in Fiori che si aprono al loro tempo. In altre poesie quelle persone in fuga si intravedono nelle nostre città, e non solamente al momento dell’arrivo, come succede in La morte negli occhi spavaldi (Li guardiamo / sorridere, il terrore / nei denti bianchissimi). In Filastrocca della favola del mondo la voce dell’autore risuona esplicita – sia pure con la studiata “infantilità” del titolo – nella condanna del ruolo dell’Occidente ([…] E poi via, tutto il tempo a giocare, / dopo l’ultimo arrivo, / quattro cantoni, il mondo, / le corde degli impiccati per saltare, / le fruste di torturati e torturatori alte da schioccare / musicalmente nelle sere chiare, / le nacchere squillanti di manette / dentate di un sangue marcito. […]). Più frequente è lo sguardo trasfigurante che si coglie nella costellazione che, a mio avviso, collega Implosioni di pianeti a Dormono quasi tutti ormai e alla conclusiva Dalle loro supernove hanno visto un incendio: un progressivo allontanarsi da un interno domestico al cielo sovrastante, al mare e allo spazio profondo, in un ampliarsi del campo visivo dove il grand’angolo cede infine al telescopio, a mostrare un universo sempre più distante anche nel tempo: […] Altro di noi / non avranno saputo / che quelle fiamme, nel vuoto interminabile, i milioni / di anni luce fin qui: dopo quel fuoco /solo uniforme buio.
***
Altrettanto varie metricamente sono le sessantotto poesie, in versi ugualmente liberi e sciolti, che compongono la raccolta successiva, Espera. Poesie 2021-2022 (85 pagine, 10 euro, Il Canneto), che è stata in realtà quella ho conosciuto e apprezzato per prima e a cui devo l’impulso di leggere à rebours la raccolta precedente. Vale per Espera quanto scritto su I pesci remo a proposito delle rime, inoltre anche qui testi medio-lunghi (ma solo quattordici sono suddivisi in strofe) si alternano ad altri più brevi e compatti, in uno stile tuttavia generalmente discorsivo, più diretto e colloquiale, e con un lessico “medio” nella quasi totalità. Come se il sentire drammatico, o comunque serio di I pesci remo si fosse alleggerito e illimpidito, anche attraverso una forte venatura ironica, riflettendosi nella forma.
Con questo vento si fa più impaziente, / come ogni anno, l’attesa. / Verrà la primavera. È nostalgia, / questa parola assurda che per tanti / funziona male, come ogni parola / che ha tradito la sua etimologia: / fa come la cellula / diventata alleata del cancro invece di combatterlo. / È il male di tornare / dove non sei mai stato. / Alla fine, è un po’ il male di chi spera.
La forma dell’aria
Colpisce a mio avviso nell’intera raccolta il ricorrere dell’elemento dell’aria nelle sue più varie forme: il cielo, il respiro, il vento (soprattutto)… con verbi e aggettivi connessi allo stesso campo semantico. Così come la luce, il mare, i colori, le stagioni e i loro mutamenti… Molti “esterni”, insomma, molti spazi aperti, anche urbani (Città che ti aspettano all’alba / fuori dalle stazioni… oppure Alle Chiatte non c’era nessuno. / Il vento sì, freddissimo, /e il mare tutto ricci azzurri e blu…), non assenti nella raccolta precedente, ma adesso indubbiamente più estesi e frequenti. Ed è pure questo a far sì che, insieme ai versi che costeggiano “temi” anch’essi importanti (altra analogia con I pesci remo), a volte in forma di sogni o di ricordi, come il pensiero della morte (“Paura”, della morte, non fu mai./ Rammarico, rimpianto / di non esserci più. Rabbia, rancore […]) e il connesso trascorrere del tempo (Aspetta e spera, ha raggiunto il livello di guardia / l’assurdità. Di tutto […] oppure […] Le rose se ne vanno, / le cose invece restano. / Noi rose tra le cose), il rapporto col passato e con chi è scomparso (Sono leggeri i vivi. / Sono azzurre libellule. // I morti si siedono sui treni / irrigiditi al fianco dei vivi. […]), insomma, insieme a questi temi, circola nella raccolta anche un senso di lieve, appagante solitudine, uno sguardo comunque leggero, di stupore epicureo (La vita che, se c’è, / poi non ci siamo noi, / non ci siamo più, o non ci siamo mai stati; / oppure noi siamo qui e lei non c’è, / e allora hai voglia a stendere le braccia, /a cercare, a cercarsi, /abbracciare, abbracciarsi,/ sulla terra felice, fra gli alberi, / davanti all’azzurra superficie delle acque, / mentre tutti sorridono / e se ne vanno via liberi e forti). Orazio e il suo epicureismo emergono dissimulati insieme a qualche ammiccamento-travisamento di frammenti della tradizione: Shakespeare, I Sepolcri, Ungaretti, Caproni
La poesia e i poeti
Accanto e intorno ai temi esistenziali e intimisti più seri, in cui si percepisce a volte il piglio “medio” (ma meno compassato) di Satura e dell’ultimo Montale, e che, come detto, compongono una parte consistente della raccolta, spicca come elemento di novità la riflessione ricorrente sulla poesia e sui poeti (si legga, come esempi non esaustivi, Tanto per far qualcosa, per svagarsi; Però per scrivere bisogna vivere; I miei poeti avranno i dorsi rotti; Voglio impegnarmi a scrivere di più), su cui spesso si esercita l’(auto)ironia dell’autore. Degni di nota infine i riferimenti ai libri e alla scrittura: strumenti quasi di scongiuro, oggetti e attività apotropaiche, specchio, anche qui, ironico e talvolta divertito-divertente. Tutti tratti, questi ultimi, che marcano la differenza con la raccolta precedente: La biblioteca è esplosa. / Sono franati tutti gli scaffali. […] Quintali, tonnellate / di carta morta, carta da cannone.// […] ogni scusa è buona per non scrivere […] Ormai non leggo più. / Li compro e non li leggo, esperienza quest’ultima, in effetti, sempre più diffusa, ma decisamente sconsigliabile al lettore di queste righe a proposito dei libri di Rossano Pestarino in oggetto.
Seguici su Instagram, Telegram, WhatsApp, Threads, YouTube Facebook e X. Grazie

