In “Se i gatti scomparissero dal mondo” di Kawamura Genki, per paradosso, è una sorta di patto col Diavolo che consente al protagonista – gravemente malato – di capire cosa conta davvero. Un romanzo che regala domande fondamentali e uno sguardo più consapevole sul mondo…
Cosa sei disposto a dare al Diavolo per poter vivere un giorno in più? Attento: ciò che il Diavolo sceglierà di prendersi sparirà dal mondo, per tutti. I telefonini? Va bene. E i film, gli orologi… d’accordo, ma i gatti? Sei pronto a rinunciare ai gatti?
Con questa premessa, Kawamura Genki (produttore del pluripremiato film animeYour name) ci regala una storia dolce ma malinconica da un inizio più che tragico: il protagonista viene a scoprire che un banale ma fastidioso mal di testa, in realtà, non è che l’annuncio ferale di un tumore incurabile. Disperato e conscio del fatto che gli restano pochi giorni di vita, ma di non aver vissuto quest’ultima appieno, inizia a stilare una lista delle ultime cose da fare prima di morire. È allora che compare davanti a lui il Diavolo che, in seguito a una singolare presentazione, gli offre un giorno di vita in più in cambio di far sparire qualcosa dal mondo.
Il protagonista allora ragiona: il mondo è pieno di cianfrusaglie, oggetti che non servono davvero o di cui si potrebbe fare volentieri a meno. Di conseguenza, sarebbe arrivato molto facilmente a vivere altri trenta giorni, anzi: addirittura anni! Avrebbe perfino potuto sovvertire le leggi della natura, vivendo più di quanto un essere umano aveva mai vissuto.
Ma il Diavolo – che il protagonista soprannomina ironicamente Aloha – lo risveglia dal suo sogno ad occhi aperti: sarà lui a scegliere che cosa far scomparire.
Mi pareva incredibile pensare che qualcosa che diamo per scontato avrebbe potuto scomparire all’improvviso. È probabile che episodi del genere accadano ogni giorno sotto i nostri occhi, senza che ce ne accorgiamo.
Un viaggio di sette giorni
Inizia allora un viaggio che dura ben sette giorni. Un viaggio intriso di malinconia e ricordi dal sapore aspro che, attraverso la scomparsa di telefoni, film e orologi, ripercorre la vita del protagonista, il quale dopo sette anni rivede la sua vecchia fiamma, trovando il coraggio di dirle ciò che davvero pensava di lei, e va a trovare Tsutaya, un suo caro amico otaku che lavora in un videonoleggio. Un viaggio nel passato (ma anche nell’io del protagonista) durante il quale baluginano inevitabilmente gli amari ricordi della madre ormai defunta.
Quando potevo ancora telefonare a mamma ero troppo impegnato a scorrere lo storico delle chiamate in arrivo per farlo. In altre parole, davo la priorità a quello che mi trovavo davanti agli occhi anziché a quello che era veramente importante.
I gatti non al centro… ma fondamentali
Questo ci porta a comprendere che Se i gatti scomparissero dal mondo (159 pagine, 11 euro) non è affatto una storia sui gatti; nondimeno, il gatto del protagonista, Cavolo, è colui che permette al protagonista di realizzare il più importante degli insegnamenti nelle ultimissime pagine del libro (e non solo!). Sono infatti numerose le riflessioni sulla morte, sul valore delle cose, sull’amore e la famiglia. Kawamura ci regala una sorta di favola contemporanea con un’atmosfera lievemente fantastica e una vera e propria morale: dare più importanza a ciò che ci circonda, imparare ad apprezzare e valorizzare non solo gli oggetti ma soprattutto i nostri cari e i nostri affetti, e mai darli per scontati. La vita ha valore nella sua durata, oppure in ciò che la compone? Questa sarebbe la stessa, sarebbe ancora definibile “vita”, se sacrificassimo ciò che ci circonda per poter aggiungere un misero granello di sabbia nella nostra clessidra? Kawamura ci spinge a ragionare profondamente su queste domande fondamentali; io stessa, alzando gli occhi dall’ultima pagina del libro, ho iniziato a vedere il mondo con occhi diversi, più consapevoli. È in questo modo che Kawamura ha colpito nel segno.
Siamo ben consapevoli che i gatti hanno un’aspettativa di vita minore e sono destinati a morire prima di noi, così come sappiamo bene che la loro morte ci farà sprofondare in una tristezza smisurata. Un giorno la tristezza della scomparsa busserà alla nostra porta, è inevitabile. Ma nonostante tutto ci prendiamo cura di loro.
Il ruolo del Diavolo
Proprio così. Sono fatto di tutti gli innumerevoli, piccoli rimpianti che hai seminato nel corso della vita. Rappresento il dubbio di come saresti diventato se a ogni bivio avessi deciso di imboccare e percorrere l’altra strada. Ecco che cos’è il Diavolo. Quello che avresti voluto diventare ma non hai potuto, quello che è allo stesso tempo più vicino e più lontano da te.
È interessante notare che, nel romanzo di Kawamura Genki, il Diavolo non ha affatto il ruolo stereotipato che siamo soliti attribuirgli: meschino e tentatore. Forse è così che può apparire in superficie; d’altronde, cerca di convincere il protagonista a far sparire sempre più cose dal mondo in cambio di qualche giorno di vita in più. Un vero e proprio patto col Diavolo, si potrebbe pensare.
Eppure, guardando più a fondo nella vicenda, ci si rende conto che è grazie al Diavolo che il protagonista arriva a rendersi conto di cosa è davvero importante nella vita. Immaginiamo come sarebbe andata la storia senza la sua comparsa: il protagonista, dopo aver stilato la sua lista di cose da fare prima di morire (composto da elementi come “scalare l’Everest” o “lanciarsi col paracadute da un jet”), le avrebbe (forse) portate a termine, e avrebbe poi lasciato questo mondo. Avrebbe avuto rimorsi? Sarebbe morto in pace con sé stesso? Non lo sappiamo, ma è chiaro invece che non avrebbe avuto modo di fare le esperienze che hanno completamente cambiato la sua visione del mondo: oltre a non incontrare nuovamente la sua ex-ragazza parlandole finalmente in maniera franca e a cuore aperto (pensiamoci: conta più questo o scalare l’Everest?), non sarebbe arrivato, alla fine della storia, a domandarsi se far scomparire i gatti dal mondo sarebbe valso un giorno di vita in più. Una domanda all’apparenza banale, ma che costituisce il culmine della settimana appena trascorsa fra ricordi, mancanze, perdite, riflessioni profonde su ciò che è davvero importante.
È dunque così malvagio questo Diavolo, che permette al nostro protagonista di lasciare questo mondo per davvero in pace con sé stesso e col sorriso dipinto sul volto? Che fossero proprio queste le sue intenzioni fin dall’inizio? Lascio a voi il ragionamento su queste domande, aggiungendo che forse Kawamura voleva darci un ulteriore messaggio: non tutto è come sembra.
Leggero e pesante
Il tono che Kawamura Genki adotta in questo romanzo contribuisce a rendere la lettura leggera, cospargendola di frasi, battute e pensieri ironici e scherzosi immersi in uno stile scorrevole. Ma tutto ciò costituisce solo la superficie: al di sotto di essa giacciono significati profondi, realtà pesanti che lasciano il segno. In un momento, il protagonista vive una situazione particolarmente simpatica ma, in quello successivo, seguiamo le sue elucubrazioni, lo osserviamo porsi domande, assistere a dei rimorsi cui non può porre rimedio; mi riferisco, in maniera particolare, al rapporto con la sua defunta madre.
Una coesistenza quasi ossimorica che, in quanto tale, oltre a rendere perfettamente lo struggimento e il conflitto del protagonista, ci dà anche un “sentore di vita”: malinconia, ma anche allegria; rinuncia, ma anche scoperta; perdita, ma anche ritrovamento. Un sentore di vita che riguarda tutti noi – d’altronde, Kawamura stesso sceglie di non dare un nome al protagonista, elevando la sua esperienza su un piano più universale.
E voi cosa avreste fatto?
Se i i gatti scomparissero dal mondo è un esordio letterario, tradotto da Anna Spechio pubblicato da Einaudi che, a coloro che lo hanno già letto, consiglio di rileggere di tanto in tanto. Non dimenticate ciò che l’autore vuole insegnarci; non dimenticate ciò che è davvero importante. Attenzione: non si tratta di un insegnamento che traiamo da questa storia in sé, bensì dai ragionamenti che ne scaturiscono. Riflettete su questa storia, domandatevi che cosa avreste fatto al posto del protagonista.
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