Il furto di un cadavere, seguito da una discesa negli abissi per il commissario Bova, detto il Pinguino. Ne “La controra del Barolo”, secondo episodio della serie, torna l’iconico personaggio di Orso Tosco, che si muove fra Piemonte e Langhe, tra malinconico e surreale. Al fianco delle indagini emergono i chiaroscuri del protagonista, si moltiplicano le figure non convenzionali, s’allarga il raggio d’azione…
Dopo il successo de L’ultimo pinguino delle Langhe (qui l’articolo), vincitore nel 2024 del premio Giorgio Scerbanenco, Orso Tosco torna in libreria con il secondo capitolo della saga dedicata a Gualtiero Bova. Pubblicato da Rizzoli Nero, La controra del Barolo (251 pagine, 17 euro) prosegue il racconto dell’atipico commissario ligure trapiantato in Piemonte, trascinandolo in un nuovo caso dai toni macabri: il furto di un cadavere da un cimitero. Un evento inquietante, che segna l’inizio di una discesa negli abissi della Provincia Granda, dove rituali arcaici e giochi di potere si intrecciano con una trama dai tratti sempre più oscuri.
Lo sguardo sul microcosmo
Capace di alternare sarcasmo e malinconia, il commissario Bova — conosciuto da tutti come il Pinguino, per via del suo aspetto fisico e della passione per il nuoto, anche fuori stagione — torna con il suo consueto carico di idiosincrasie: le microdosi di LSD, che assume per amplificare le proprie capacità investigative; la compagnia silenziosa della bassotta Gilda; i ricordi della Liguria; l’amore sospeso per Ava.
In questo secondo capitolo, tuttavia, ad emergere è soprattutto la dimensione simbolica del male che — a partire dal caso su cui Bova e la sua squadra si troveranno a indagare — allunga la propria ombra sulle Langhe crepuscolari dipinte da Orso Tosco, dove il sangue, oggetto di culto di una misteriosa e potente Confraternita già intravista nel romanzo precedente, prende definitivamente la scena.
Il furto del cadavere rappresenta solo l’incipit dell’indagine, il pretesto per allargare lo sguardo sull’universo di Gualtiero Bova. Con La controra del Barolo, Orso Tosco, forte verosimilmente della sua esperienza da sceneggiatore, compie un gesto quasi registico: in un movimento che ricorda uno zoom-out cinematografico, amplia il campo, conducendo il lettore a scoprire sfumature, angolazioni e prospettive solo accennate nel primo capitolo. Ne nasce un racconto corale che svela fatti nuovi e dà forma a intuizioni fino a quel momento solo suggerite, a volte confermandole, altre sorprendendo. Si delinea così un mosaico di umanità che circonda il mondo del Pinguino, fatto di storie, debolezze, dolori, ma anche intuizioni e punti di forza, che compongono la galassia di personaggi che lo abitano.
Nel cuore del commissario
Ad emergere sono anche, forse soprattutto, i chiaroscuri del commissario: un uomo malinconico, «degustatore esperto di silenzi e sarcasmi», come viene definito nelle pagine del libro, che naviga la vita con un’ironia obliqua e uno sguardo capace di scrutare spesso oltre le apparenze. Inevitabilmente, quasi per osmosi, in questo racconto che si muove da un centro concentrico all’altro, ad aprirsi è anche una porta sul mondo che lo circonda. Ne La controra del Barolo, infatti, conosciamo meglio la squadra del commissario: il vice Raviola, divorato dal desiderio e dalla solitudine; Telesca, unico membro femminile del team, una giovane donna ostinata e dal carattere deciso; Listeddu, apparso finora quasi come una versione langarola di Catarella, ma che si rivelerà un personaggio segnato da un passato doloroso e capace di offrire al commissario – anche se involontariamente – le chiavi per decifrare l’indagine.
Tutto questo si svolge in un continuo alternarsi di gioco tra malinconico e surreale, tra tragico e comico, reso ancor più memorabile dall’ambientazione temporale scelta da Tosco per la vicenda: l’arrivo dell’inverno e del Natale.
Ma il romanzo scava anche nella vita più intima di Bova, tra Piemonte e Liguria: la madre e la zia, con i loro curiosi modi di comunicare; Miriam e Caty, con la loro passione per i droni; Giovatta, l’amico del lunedì mattina con cui condivide abitudini e riti che danno il via alla settimana. E poi due figure di cui si continua a sapere poco ma che restano presenti sullo sfondo, protagoniste dell’“altrove” del Pinguino: Ava e Vlado, sospese in una dimensione altra, emotiva e sentimentale, che appartiene al tempo perduto.
Il romanzo guarda però anche al lato oscuro delle Langhe: emergono nuovi dettagli sul Notaio, figura già incontrata nel primo capitolo, che si conferma un astuto e crudele filosofo del macabro, e sulla Confraternita di cui fa parte. Sullo sfondo, nell’inconsapevolezza di Bova e della sua squadra, si verrà a conoscenza della morte dell’Apicoltore, l’uomo che ne era a capo, della rivalità tra il Notaio e il Liutaio e dei loro inquietanti piani, elementi che si intrecceranno, rendendo la trama densa e complessa.
Una galassia di personaggi
A fare il loro esordio sulla scena saranno anche nuovi personaggi: Agata Oceano, una sorta di accabadora del mondo criminale, che condivide con il Pinguino un passato doloroso e una ferita aperta; Nevio Ottoz, che imprime una svolta decisiva all’indagine; e Nonno Malizia, eccentrico custode delle perversioni paesane, la cui presenza si rivelerà fondamentale nel dipanarsi del caso. E poi Olivia Montenotte, collega ligure conosciuta tramite un’app di incontri, grazie a uno stratagemma orchestrato dalla squadra di Bova, che apre nuovi scenari narrativi, e forse sentimentali, nelle vicende del commissario.
Una galassia di personaggi che dà vita a un romanzo avvincente, capace di divertire e appassionare, che porta su pagina una provincia oscura, che contraddice i canoni da “vita lenta” con i quali viene spesso descritta, e un eroismo sgangherato ma capace di rivelarsi provvidenziale.
È qui che la scrittura di Orso Tosco emerge: nell’intreccio tra ironia e tenerezza, nella costruzione di personaggi non convenzionali, dotati di un’umanità irregolare. Ed è proprio questo tema del confine a diventare centrale. Tosco accenna, senza esplicitarlo, a una zona grigia, che sta al limite: lo fa presentando le frequentazioni irregolari del commissario prima di entrare in polizia e tutte le ambiguità morali che lo rendono così umano. Come a voler dire che, laddove non c’è efferatezza e sadismo — come nel caso dei componenti della Confraternita — il bene e il male, il lecito e l’illecito, spesso si contaminano.
L’altrove
Ad emergere, forse ancor di più che nel primo capitolo, e forse grazie al fatto che l’universo ligure si arricchisce di un nuovo personaggio, è quello che, richiamando le categorie della semiotica strutturale, è l’“altrove”: il luogo del desiderio e della perdita, ma anche della potenziale rigenerazione. In una citazione lotmaniana, si potrebbe dire ciò che sta fuori dalla semiosfera del “qui” (Le Langhe) e che, attraversandone il confine, può generare nuovi significati.
Nuovi significati possibili che si aprono non solo nell’allargamento di campo, nel sistema di cerchi concentrici creato da Tosco, ma anche nella scelta — come già era avvenuto ne L’ultimo pinguino delle Langhe — di raccontare un caso che è un’indagine nell’indagine, e in quella sensazione, mai nascosta, ma semmai enfatizzata, che la soluzione non è mai davvero tale. I fili si ricongiungono, ma ne nascono sempre di nuovi. Materiale narrativo da plasmare per il prossimo capitolo, per una nuova avventura del Pinguino Gualtiero Bova.
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