“La colonia felice” di Carlo Dossi è un’allegoria piuttosto ottimista che parla di redenzione e di bellezza della comunità, a partire dalla vicenda di un gruppo di detenuti graziati e riuniti su un’isola. Un’opera che suscitò anche l’entusiasmo di Carducci, ma che nel tempo fu criticata dallo stesso autore, affascinato dalle pseudoidee di Cesare Lombroso
Una storia di redenzione, un classico che meritava di tornare in circolazione, un racconto a suo modo controverso, in qualche modo sconfessato dal suo stesso autore. Ci sono storie nelle storie in uno dei libri più interessanti di Carlo Dossi, ovvero La colonia felice. Utopia lirica (105 pagine, 15 euro), che la casa editrice Aragno ha rilanciato sotto forma di volume blu austero e raffinato, come d’abitudine. Nato nel 1849, il pavese Carlo Dossi, d’origine aristocratica e lontano parente di Alessandro Manzoni (che però sul piano formale avversava), frequentò fin da giovanissimo gli ambienti della Milano scapigliata, divenendo amico di alcuni dei principali esponenti. L’iniziale approccio umoristico alla scrittura ebbe nuove evoluzioni, diversi stimoli creativi, che lo condussero perfino a interessarsi all’antropologia criminale secondo Cesare Lombroso. Studi che in qualche modo indirizzarono altrove il senso stesso dell’opera, pubblicata inizialmente nel 1874 e che, come si spiega anche nella bandella ebbe un gran successo, con sei edizioni, l’ultima delle quali conteneva una nota di “correzione” rispetto a quanto scritto e a quanto propugnato nel racconto La colonia felice.
Registro linguistico scapigliato
Diplomatico e politico al fianco di Crispi, di cui fu inizialmente segretario particolare, Carlo Dossi raccolse entusiasmi e consensi per La colonia felice, opera lodata da Giosuè Carducci, e citata in Senato per gli intenti pedagogici, che si rifà decisamente alla Scapigliatura, in virtù di vari registri linguistici, e senza disdegnare il dialetto. Racconta di alcuni detenuti, colpevoli dei peggiori crimini, che hanno ottenuto la grazia di non essere giustiziati, ma che sono trasportati e lasciati in un’isola deserta, senza regole e organizzazioni di natura sociale: dovranno provare a convivere fra le tensioni, con la divisione del gruppo in due fazioni. Di più non aggiungiamo, se non che di mezzo c’è anche un amore, ma il testo è abbastanza breve, i lettori meritano di gustarselo senza conoscere altro. L’ispirazione ottimista sul futuro delle comunità e l’idea che il male possa insegnare il bene sono centrali, ma nel tempo l’autore si pentì del contenuto più che della forma.
La forza con cui torna oggi
Affascinato da quel che sosteneva Lombroso, la pseudoteoria del «delinquente nato», con fattori fisici e tratti somatici all’origine della delinquenza, e dunque dalla sostanziale irredimibilità dell’uomo, Carlo Dossi, dichiarò che la sua utopia con l’anima filantropica, La colonia felice per l’appunto, era stata uno «sproposito». Sconfessa, dunque, nella lotta tra il bene e il male, il percorso di rinascita e redenzione tracciato grazie ad alcuni personaggi, eppure l’opera, sebbene con l’aggiunta di una premessa di sua sostanziale negazione, continuò a essere riproposta, suscitando interesse e trovando un pubblico. E torna ai giorni nostri con inusitata forza.

