Roy Chen: “Politica? Letteratura più silente ma più profonda”

Intervista allo scrittore israeliano Roy Chen, autore del romanzo “Il grande frastuono”: “Una gioia essere pubblicato in Italia, amo la vostra cultura. Le donne del mio ultimo romanzo vanno a caccia del silenzio, circondate dal rumore, che è anche quello della guerra. L’arte politica è sempre superficiale, la letteratura propone uno spazio libero dove si possono esprimere tutte le voci. Se la pace fra israeliani e palestinesi è possibile? Entrambe le parti dovrebbero iniziare a riconoscere le proprie colpe

«Il mio italiano non è ottimo, faccio finta di parlare italiano, con me devi parlare piano e in modo chiaro…». Si schermisce, e se la ride, Roy Chen, stella della letteratura israeliana dopo appena qualche volume, che in Italia ha trovato la sua terra promessa, la terra del latte e del miele; l’ha percorsa, da qualche anno, in lungo e in largo, in tantissime tappe, una di queste è stata a Palermo, in occasione dell’edizione numero 16 di Una Marina di Libri. Qui ha presentato il suo ultimo titolo, Il grande frastuono (ne abbiamo scritto qui), pubblicato dalla casa editrice Giuntina, come i suoi precedenti Anime e Chi come me.

Roy Chen, l’Italia come è diventata in così poco tempo la sua terra d’elezione?

«Il mio primo libro è stato tradotto tre anni fa. Poi è stata la volta di un mio testo teatrale e adesso un nuovo romanzo. È stata una delle prime traduzioni all’estero, assieme a quella in russo. È accaduto tutto molto semplicemente. Shulim Vogelman (l’editore di Giuntina, ndr), che è quel grand’uomo che organizza tutti i miei incontri dal nord al sud Italia, ha letto il mio primo romanzo in ebraico e ha deciso di pubblicarlo, è anche uno dei traduttori. E poi siamo diventati amici. Per me è una gioia che lui continui a pubblicarmi, per me l’Italia è sempre stata importante, ammiro la cultura e la letteratura italiana. Ho studiato la vostra lingua da solo, ho fatto un paio di corsi intensivi di alcune settimane, Shulim mi ha anche regalato un libro di grammatica».

Lei nasce traduttore, soprattutto dal russo, ma è anche drammaturgo e romanziere. In quali panni si sente più a suo agio?

«È vero ho tradotto in ebraico tanti classici russi, Dostoevskij, Puskin, Cechov, Gogol, ma anche testi teatrali francesi, ad esempio Moliere, e anche inglesi. In realtà ho iniziato la mia carriera a ventitré anni, quell’anno è stato pubblicato il mio primo romanzo, il primo testo teatrale e la prima traduzione. da allora sento di indossare tre cappelli e sto bene con tutti e tre».

Tre anime che possono coesistere. E Anime (qui l’articolo) è l’incredibile romanzo di debutto che hai scritto e con cui ti sei fatto conoscere in Italia. Un libro formidabile, complesso, con andirivieni spaziali e temporali, l’orchestrazione di un doppio punto di vista. Una grande prova d’autore, degna dei migliori nomi della letteratura israeliana. Da quali esigenze, da quali desideri è nato?

«La voglia di scrivere un romanzo che è un grande viaggio, che ha avuto una lunga gestazione, ho impiegato cinque anni per scriverlo e completarlo. Si svolge lungo quattrocento anni, tanto vive il protagonista che nasce, muore, si reincarna e così via. E contemporaneamente sua madre, che non crede affatto alla reincarnazione e legge quel che scrive il figlio, ai lettori dice di non prenderlo sul serio, che sta scherzando. Sta ai lettori scegliere a chi credere dei due. I temi della verità e della menzogna sono eterni in letteratura».

Tornando all’Italia, ha anche realizzato il suo sogno di pubblicare e vedere rappresentato un suo testo teatrale (ne abbiamo scritto qui) nel nostro Paese…

«Un desiderio che avevo manifestato durante una presentazione a Milano, al teatro Franco Parenti. Un sogno reso possibile da Andrée Ruth Shammah, direttore artistico del teatro Franco Parenti. È arrivata a Tel Aviv, ha guardato questo spettacolo che si chiama Chi come me, e ha deciso di rappresentarlo e dirigerlo a Milano, al Franco Parenti. hanno costruito una sala proprio per la messa in scena di questo testo, che ha avuto un certo successo. È stato molto emozionante vedere spettatori italiani assistere a questo spettacolo, ridevano, piangevano».

È un testo sul disagio mentale dei giovani e sul teatro come possibile cura?

«Sì, l‘arte guarisce. L’ho scritto dopo aver lavorato con gli adolescenti in un istituto psichiatrico per sei mesi. Il teatro, ancor più durante l’adolescenza, può veramente guarire, è uno spazio sicuro dove puoi essere chiunque tu voglia, dove puoi veramente aprire il cuore ed essere libero, anche libero dalla tua malattia».

Dall’enfasi con cui ne parla si capisce che l’esperienza quotidiana del teatro per lei è fondamentale…

«Il teatro è la mia vita. Lavoro come drammaturgo stabile al teatro Gesher di Giaffa, nel distretto di Tel Aviv. È un’unica municipalità, Giaffa esiste da quattromila anni, Tel Aviv è una città nuova, che ha poco più di cento anni. Gesher significa ponte, ponte fra gli attori, le culture, le lingue».

A Tel Aviv è ambientato il suo nuovo romanzo, Il grande frastuono, una giravolta incredibile sul piano dei contenuti e dei personaggi, rispetto ad Anime. La storia di tre donne e delle loro solitudini…

«Solitudini è un termine molto preciso, calzante. Volevo scrivere un libro totalmente diverso da Anime, che non prevedesse ricerche storiche, un libro fresco, vivace, telaviviano. Sentivo la mancanza delle voci femminili a ogni livello, attorno a me, nel teatro, nella letteratura, nel governo, volevo parlare con una voce nuova. Il risultato è un libro fatto di tre viaggi alla ricerca del silenzio, in questo nostro tempo pieno di frastuono, interiore ed esteriore. il rumore inizia con le fake news che rimbalzano sul piccolo schermo che consultiamo spesso. Noi abbiamo questa illusione di avere il controllo sulla nostra vita, quando stringiamo il telefono fra le mani, ma appunto è solo un’illusione”

Da alcuni osservatori Il grande frastuono è stato ricollegato all’attuale rumore di Israele, quello delle armi, anche se la pubblicazione del romanzo, in patria, è precedente all’attacco vigliacco e atroce di Hamas e alla reazione abietta e senza fine di Israele nella striscia di Gaza…

«C’è chi ha parlato di questo romanzo in termini profetici, perché Tzipora annuncia al popolo che è in arrivo una guerra. Di certo era nell’aria, anche perché, non tutta l’opinione pubblica lo sa, in Israele da almeno due anni c’era una guerra interna, contro il governo e contro gli estremisti della coalizione di maggioranza. Io mi ritengo molto politico, ma non mi piace l’arte politica, perché è sempre superficiale. La letteratura, da questo punto di vista, è il contrario della politica, propone uno spazio libero dove si possono esprimere, in modo non superficiale, tutte le voci, con calma, allo stesso tempo».

Com’è possibile superare l’odio e intravedere la pace?

«È molto difficile, entrambe le parti dovrebbero iniziare col riconoscere le proprie responsabilità».

Cosa fa e cosa ha fatto la letteratura israeliana per fare sentire la sua voce alla ricerca della pace fra il popolo israeliano e quello palestinese? La voce di voi intellettuali sembra contare poco, eppure avete avuto e avete scrittori immensi, superlativi come Amos Oz, Abraham Yehoshua, David Grossman…

«Persone e autori formidabili, come lo sono anche Etgar Keret, Eshko Nevo, Ayelet Gundar-Goshen, che in Italia conoscete bene. Noi parliamo il linguaggio della letteratura che è più silenzioso, ma più profondo e duraturo della voce dei politici. Loro spariscono, noi restiamo. È stato sempre così e sarà sempre così. È nel tempo che le nostre parole acquisiscono forza. Chi era il primo ministro di Israele quando Amos Oz esordì? Tutti lo hanno dimenticato, Oz lo ricordano tutti».

Altra domanda inevitabile, per la sua formazione e per la sua vicinanza alla cultura russa, quanto sono contrastanti i sentimenti con cui vive l’evoluzione in questi anni dell’aggressione russa nei territori ucraini?

«Non così contrastanti. Basti pensare che tutti i russi che ho tradotto sono stati sempre contro il proprio governo, è una storia eterna in Russia, da una parte c’è l’arte, dall’altra le istituzioni politiche, bisogna sempre distinguere. La voce rivoluzionaria della letteratura russa è quella che mi è sempre piaciuta di più. Molto più che altrove in Russia cultura e governo sono antonimi». Antonimi? Alla faccia dell’italiano parlato per finta!

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Un pensiero su “Roy Chen: “Politica? Letteratura più silente ma più profonda”

  1. Sebastiano Comis dice:

    I palestinesi dovrebbero riconoscere le loro responsabilità? Responsabili di che cosa? Di non aver accettato il sionismo?

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