Dario Lanfranca, una famiglia nelle spire del contropotere mafioso

Il regista Dario Lanfranca debutta nella narrativa con “Il vento ara il cielo”, raccontando, attraverso i componenti di una famiglia, l’evoluzione della mafia in Sicilia negli anni Sessanta, il suo ambiguo sovrapporsi alla quotidianità. Un romanzo lirico, breve, ma tutt’altro che evanescente…

Il cuore siciliano di Minimum Fax non smette di battere, anzi. Dal primo titolo in assoluto della collana Nichel, La maniera dell’eroe di Marco Vespa all’esordio di Giorgio Vasta, nato classico, Il tempo materiale, da una vecchia incursione di Camilleri (in coppia con Carlo Lucarelli) a Mario Fillioley, da Alberto Giuffré ad Alessio Spataro, dalla trilogia di Carola Susani (è imminente la pubblicazione del terzo titolo, Il dio delle genti, dopo La prima vita di Italo Orlando e Terrapiena) alla presenza di Fabio Stassi, come autore e come editor. Adesso bisogna fare i conti con Dario Lanfranca, regista e sceneggiatore palermitano, all’esordio nella narrativa con Il vento ara il cielo (147 pagine, 17 euro), romanzo sospeso fra Palermo e Agrigento, nel corso degli anni Sessanta, con l’obiettivo che inquadra sei personaggi principali (che hanno trovato un autore in gamba).

Quell’omicidio che ispirò Sciascia

La Sicilia del dopoguerra, avvenimenti storici e una manciata abbondante di immaginazione ben incastonata nel congegno narrativo. Dario Lanfranca sa imbastire il romanzo, agile ma articolato, e riporta alla luce un eccellente delitto del 1960, quello del capo della squadra mobile della questura di Agrigento, Cataldo Tandoy. Un omicidio che abili e ampi depistaggi di stampo mafioso trascinarono, ingiustamente, verso la motivazione passionale: non era passato inosservato agli occhi di Leonardo Sciascia, che in qualche modo si ispirò alla vicenda, per scrivere A ciascuno il suo. Dario Lanfranca ci ha messo del suo, inquadrando una famiglia, e rendendo protagonisti tutti i suoi componenti, in un libro in cui, di fatto, non sembrano esserci figure minori o secondarie. Da bravo studioso delle origini di Cosa nostra, l’autore è abile nel definire i germogli della criminalità organizzata, che si sovrappongono alla normalità, alla quotidianità, il lento ma inesorabile definirsi della borghesia mafiosa, perennemente ambigua, che allunga la sua ombra sul presente, e che prospera, con i suoi tentacoli, anche oggi che i super latitanti e i boss storici sono stati stanati, neutralizzati o andati all’altro mondo.

Un romanzo corale nelle individualità

Sebbene le dimensioni del volume non siano mastodontiche, e la sua dimensione linguistica sia piuttosto lirica, non c’è nulla di evanescente in questo libro, l’intreccio de Il vento ara il cielo è, ad esempio, molto dinamico. L’avvio del romanzo è surreale, quasi comico, perché un evento legato a un tradimento sembra avere, almeno agli occhi di alcuni, connotati sacri, da miracolo. Da lì in avanti si dipana una vicenda che si regge su tante individualità, ma che sa essere corale, e che ha nei più giovani della famiglia La Manna le “vittime” del contropotere mafioso (che colpisce in più direzioni, a cominciare dagli scempi di paradisi naturali, depredati e sfregiati, ma anche dalla politica e dall’edilizia, esemplare l’episodio della diga Garcia), in particolare i fratelli Gaspare ed Errico – fra loro diversissimi, e loro sorella, Sabrina, ragazza muta. Preciso, intenso, anche ironico, questo romanzo merita di farsi strada nelle librerie.

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