Pasquale Frisenda: “Fumetti e AI? Sviluppo, ma non progresso…”

Intervista a Pasquale Frisenda, illustratore fra i maggiori del fumetto italiano, fra presente e futuro della narrazione grafica, fra modelli e affinità e le nuove tecnologie che irrompono: “Il pubblico del fumetto ha avuto una radicale trasformazione. Per raggiungere i lettori bisogna sapere toccare certi temi, magari, ma soprattutto le corde giuste. Ho avuto tante e diverse influenze, il lavoro di mediare e mescolare stili per me è ancora in atto e in evoluzione…”

Siamo a colloquio con Pasquale Frisenda, autore tra i più rilevanti nel panorama del fumetto italiano. Dopo le prime collaborazioni, dal 1991 lo troviamo tra gli autori di alcuni albi dell’ormai mitico personaggio di Ken Parker mentre nella seconda metà degli anni Novanta diventa uno dei principali illustratori delle avventure e delle copertine di Magico Vento, la suggestiva serie protagonista della produzione della Sergio Bonelli Editore in quel fecondo periodo. Negli anni Duemila continua la collaborazione con l’editore Bonelli e nel 2009 esce lo straordinario texone Patagonia, scritto da Mauro Boselli. Nel 2016, esordisce nella collana Le storie (Sangue e ghiaccio) e partecipa alla creazione di alcuni albi del personaggio Deadwood Dick. Nel 2024, esce l’attesissima versione a fumetti del capolavoro di Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari (qui l’articolo), che Frisenda disegna con tratto sfumato, profondo e ricco di rimandi, sulla base della sceneggiatura scritta da Michele Medda.

Pasquale Frisenda, le storie raccontate grazie al segno grafico, hanno subito o stanno subendo una strana parabola. Da oggetto di lettura anche compulsiva dei ragazzi sono diventate luogo di fascinazione per gli adulti, quelli che magari erano cresciuti a pane e fumetti. Ma, i ragazzi di oggi quanto leggono ancora a fumetti?

«La domanda è più che legittima, ed è senz’altro vero che il pubblico del fumetto ha avuto una radicale trasformazione in questi ultimi decenni, senz’altro qui in Italia ma credo che la questione si possa rilevare anche altrove, e il settore ha perso in buona parte le ultime generazioni come potenziali lettori, trovando in persone più adulte la propria base di riferimento, con un conseguente cambio di linea produttiva nel nostro Paese avvertibile anche nei personaggi più classici, che devono rinunciare a un po’ di quella ingenuità che li caratterizzava ma che li rendeva anche forse più agili, freschi e permeabili ad ogni nuovo e possibile approccio. Questo non significa che i più giovani non leggono fumetti, ma solo che si sono orientati verso linee narrative alternative, che magari hanno affinità con cartoni animati o videogiochi che loro seguono, come i manga, ovvero produzioni che abbracciano un’enorme quantità di generi diversi e in cui non mancano questioni legate proprio all’adolescenza, in cui molti ragazzi e ragazze possono ritrovarsi più facilmente. Se nelle generazioni del passato il bisogno più evidente era quello dell’evasione, quindi la proposta di serie avventurose funzionava benissimo, da tempo le cose si sono modificate, e le necessità avvertite oggi sono altre. Va da sé che non basta proporre temi simili per trovare l’attenzione di questo tipo di pubblico, ma bisogna saperlo fare e arrivare a toccare le giuste corde, altrimenti si resta ignorati. Tra i più giovani si sono poi diffuse pubblicazioni strutturate intorno a delle gag, in formato striscia, che propongono letture velocissime, decisamente poco impegnative, nate dal web, che hanno il nonsense come perno narrativo e una linea grafica a dir poco basica; non so se possono essere definiti fumetti, e non credo che chi fruisce di quel materiale possa poi avvicinarsi ad altri generi di fumetti che hanno storie più articolate e lunghe, per quanto comunque accessibili. In ogni caso esistono anche quelle produzioni, e per ora hanno un seguito significativo».

Come ha reagito il fumetto alla grande trasformazione digitale della trasmissione culturale? Sembrava destinato irreversibilmente all’ebook, con quell’idea di scorrere le immagini in grande libertà. Non sembra che sia andata così…

«Il tentativo verso l’ebook era una cosa inevitabile, anche sensata per diverse ragioni (risparmio di carta e spazio), ma se per i romanzi o saggi sembra aver trovato una breccia nel pubblico, nel fumetto sono emersi invece maggiori ostacoli, perché il pubblico è proprio diverso e il rapporto con l’albo o il volume a fumetti ha un valore particolare. Magari nel tempo le cose cambieranno e il fumetto digitale acquisterà maggiore considerazione, ma per ora non sembra che stia andando così».

Qual è il tuo rapporto con le pietre miliari della narrazione grafica? Puoi parlarci delle tue affinità, delle corrispondenze?

«Il fumetto è sempre stato presente nella mia vita, quindi ho avuto modo di leggere un po’ di tutto avvicinandomi nel tempo ai tanti autori che andavo a intercettare e facendo poi delle necessarie selezioni in base a miei gusti, mantenendo dei punti fissi e modificandone altri.
Sono quindi passato dai grandi disegnatori della scuola Disney italiana, come Romano Scarpa, Massimo De Vita o Giorgio Cavazzano, ai disegnatori delle pubblicazioni dei supereroi statunitensi, come Jack Kirby, John Buscema, John Romita, Joe Kubert, Steve Ditko, Curt Swan, Barry Smith, Gil Kane, Frank Miller, David Mazzucchelli e tanti altri, o quelli delle serie Bonelli, del “Corriere dei Ragazzi” o de “Il Giornalino”, come Aurelio Galleppini, Gallieno Ferri, Giovanni Ticci, Renzo Calegari, Aldo Di Gennaro, Roberto Diso, Mario Uggeri, Franco Caprioli, a quelli che si sono poi distinti come autori a tutto tondo, come Gino D’Antonio, Ivo Milazzo, Attilio Micheluzzi, Hugo Pratt, Dino Battaglia, Sergio Toppi, Gianni De Luca, Carlo Ambrosini, e poi ancora quelli scoperti sulle cosiddette riviste d’autore, come potevano essere “L’Eternauta”, “Comic Art”, “Linus”, “Orient express”, “Metal Hurlant”, “Pilot”, quindi disegnatori sia italiani che stranieri, come Paolo Eleuteri Serpieri, Alberto ed Enrique Breccia, José Munoz, André Juillard, Richard Corben, Jacques Tardi, Miguelanxo Prado, Vittorio Giardino, Horacio Altuna, Alex Toth, Hermann, Jordi Bernet, Alfonso Font, Juan Giménez, Domingo Mandrafina.
Anche nei manga ho trovato autori molto interessanti, soprattutto tra quelli che si sono distinti a livello grafico negli anni ’60, come Osamu Tezuka o Shotaro Ishinomori, oppure un autore più attuale e che trovo eccezionale come Daisuke Igarashi. La lista dei disegnatori che per me hanno rappresentato un insegnamento potrebbe però continuare a lungo, arrivando forse ad essere anche eccessiva e superflua. Tutto questo per dire che le influenze arrivate poi nel mio modo di disegnare sono state tantissime, di diversa natura e persino in contraddizione tra di loro, ma ho sempre cercato di mediare tra stili più dettagliati ad altri più sintetici, mescolandoli costantemente tra di loro, in base a come mi sentivo di agire in determinati momenti della mia vita. Un lavoro, questo, ancora in atto e in evoluzione».

Argomento molto attuale: l’AI. È già dappertutto, la usiamo spesso inconsapevolmente da tempo, ma ora sembra aver fatto il grande salto, e chissà quanti ne farà ancora. Cosa significa per chi scrive, per chi racconta, per chi inventa mondi? So che se ne potrebbe parlare per ore e ore, ma mi piacerebbe che ci dicessi come ti stai confrontando con questa ennesima rivoluzione, quali i tuoi timori, i tuoi interrogativi.

Questa è una domanda ormai inevitabile, per ragioni diverse ma tutte comprensibili, ma le mie risposte sono più o meno sempre le stesse, perché le problematiche emerse non tendono per ora a trovare soluzioni. La questione sulle AI è complessa, e ovviamente da settore a settore il loro uso dà risultati estremamente differenti. Per quanto riguarda quei contesti legati all’espressione umana, in ogni direzione possibile, – come il cinema, la letteratura, la fotografia, la musica, l’illustrazione, il fumetto o altri – il discorso però fa leva su alcuni punti in particolare, molto delicati e che dovrebbero essere sempre ben considerati: la negazione dei diritti d’autore legati alle opere utilizzate dalle AI, e il serio rischio di far scomparire ogni impulso creativo nelle generazioni future per via di un mezzo che non richiede più di possedere un qualche tipo di talento, predisposizione, abilità e professionalità, ma che anzi in molte persone può arrivare ad atrofizzare ogni possibile impulso di partenza. Con l’utilizzo di questi programmi tutto viene composto in pochi minuti, a volte pochi secondi, semplicemente digitando alcune parole: abbattendo tempi e costi, certo, ma andando a desertificare un mondo vasto, articolato e imprevedibile, ovvero quello dell’immaginazione, che non si dovrebbe ridurre solo a una questione di denaro ma che è vitale per moltissime persone, anche per chi è solo un fruitore di quel tipo di percorsi e che, da qui in poi, può trovarsi sommerso da un’enorme quantità di materiale da scegliere ma sempre più omologato, algido, industrializzato. Tutto questo richiedeva ovviamente una regolamentazione a monte, prima di rendere disponibile una tale tecnologia, perché in questo caso si tratta di un punto di non ritorno, di un cambio di passo radicale. Ma così non è stato e i risultati li possiamo vedere quotidianamente in internet, con migliaia e migliaia di immagini generate con le AI praticamente ogni giorno, che spesso danno un corposo contributo anche alla diffusione di fake news sempre più incontrollabili, cosa che ha una ricaduta inevitabilmente negativa su un piano sociale e politico. C’è chi dice che le AI potrebbero essere utilizzate per trovare degli spunti, delle idee su cui poi lavorare sopra, ma temo che ci si stia illudendo e non credo che un’azienda sia disposta a investire denaro sul lavoro di un illustratore per ricevere un risultato che al 90% potrebbe ottenere da sola e con costi minori, e questo al di là di ogni discorso qualitativo, che davanti a procedimenti simili diventa irrilevante, quasi risibile, perché non contano più la preparazione, un talento, una sensibilità, una ricerca portata avanti negli anni, ma solo la velocità di esecuzione e il risparmio di denaro. In sintesi, siamo davanti alla sostanziale differenza che passa da cosa è progresso a cosa è sviluppo: nel secondo caso, non sempre porta un vantaggio.

Quali novità hai tra le mani? Puoi darci qualche anticipazione? (Sono curioso, anche se non voglio essere indiscreto.)

«È ancora un po’ presto per parlarne, ma nell’ultimo periodo ho ovviamente seguito diversi progetti e altri ne sto seguendo ora.
Non è semplice arrivare a definirne uno, perché da parte di molti editori c’è grande cautela, considerate le difficoltà attuali del settore, ma a tempo debito, quando uno di quei progetti verrà messo in lavorazione, ne parlerò senz’altro. I generi presi in esame, in ogni caso, sono diversi, dal dramma storico al noir al western, e sono progetti che mi interessano molto e verso cui mi sento di investire energie».

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