C’è qualcosa di commovente nelle storie di un gruppo internazionale di astronauti in orbita. Samantha Harvey ne scrive nel romanzo “Orbital”, vincitore del Booker. La spinta propulsiva del libro, però, si esaurisce e, fra qualche ripetizione di troppo, si fatica a capirne il fascino…
Se l’obiettivo di Samantha Harvey, autrice di Orbital (176 pagine, 18 euro) – romanzo vincitore del Booker prize 2024, pubblicato da NN editore – era quello di far galleggiare le parole senza soluzione di continuità, allora possiamo dire, riconoscendole persino la lode, che ci è riuscita. Come in uno spazio sottoposto alla forza di gravità, in cui i corpi perdono massa e cominciano a volteggiare a mezz’aria, così in questo libro le pagine si susseguono leggere, quasi fossero bolle, in un’orbita ascendente e discendente dove alla fine si è talmente disorientati da non riuscire più a capire quale sia il pavimento e quale il soffitto. Dunque, se lo scopo era questo, allora bisogna fare un plauso all’autrice britannica che, dalla sua, vanta un linguaggio tecnico, mai eccessivamente rigoroso, con cui si destreggia con grande disinvoltura in complicate descrizioni paesaggistiche, psicologiche e tecnologiche, a conferma di quanto, prima di mettere la penna sul foglio, la Harvey si sia ampiamente documentata, accortezza da non sottovalutare e, comunque, assai rara nel mondo della scrittura.
Il bisturi introspettivo
Sezionare infatti i pensieri, le sensazioni, i tic di un gruppo internazionale di astronauti in orbita a oltre quattrocento chilometri dalla Terra non è da tutti. Il bisturi introspettivo con il quale entra nelle carni di Pietro, Anton, Roman, Nell, Shaun e Chie colpisce per la precisione e per la capacità analitica di innalzare a valore supremo qualsiasi dettaglio, qualsiasi sfumatura della mente e dell’ambiente.
La vita, dentro la capsula spaziale, diventa, da un lato, la lente sotto la quale vengono passate al setaccio le vicende terrestri dei sei protagonisti, ognuno alle prese con i propri affanni, i propri ricordi, le proprie paure e la propria consapevolezza di compartecipare ad una esperienza immersiva e totalizzante, unica nel suo genere; dall’altra, le giornate nel cosmo si trasformano in un lento corteggiamento della Terra, la cui bellezza, spesso oltraggiata dall’avidità e dall’ingordigia dell’uomo, appare loro come un sogno ricorrente, come un bene da preservare da ogni forma di egoismo, dove la varietà della natura terrestre si fonde in una armonia complessiva che cancella tutte le differenze, tutte le distanze, tutte le ingiustizie.
Le ammirevoli intenzioni
C’è qualcosa di estremamente commovente nelle storie che ci racconta la Harvey: i flash-back degli astronauti rimandano ad un futuro da costruire, un futuro incerto e meraviglioso, nel quale ognuno è solo un ingranaggio, solo un granello di sabbia nell’immensità della galassia che si fa storia, che progredisce secondo un copione che nessuno ha mai letto. Le intenzioni contenute in Orbital sono senza dubbio ammirevoli: i protagonisti sono gli spettatori privilegiati di un mondo che merita più rispetto, che richiede più cura, che esige ascolto, pace, amore.
Eppure, al netto dei presupposti quasi poetici sui quali è stato costruito l’intero plot narrativo di questo romanzo, occorre però riconoscere che, nel complesso, il libro appare spesso ripetitivo nel descrivere, ad esempio, la geografia terrestre: intere pagine sono, infatti, dedicate al racconto delle albe, ai colori dei continenti, alle luci dei diversi paesi. Tutto molto bello, per carità, ma che, in finale, si risolve in una pedante sequela di frasi orbitanti nel vuoto, per l’appunto. Da qui il dubbio che, in realtà, alla Harvey, ad un certo punto, la situazione sia sfuggita di mano, facendola perdere nei meandri di una letteratura intergalattica dentro la quale le parole, alla stregua di potenti navicelle, vengono fiondate in profondità per indagare lo spazio più sconosciuto, quello siderale, dove la luce delle frasi stesse si spegne progressivamente, inghiottita dal buio, dal nulla, dal silenzio.
Fluttuare senza direzione
E allora lo spaesamento di cui si diceva all’inizio non costituisce più una conseguenza voluta e perseguita, bensì solamente l’effetto collaterale di una storia che, passo dopo passo, esaurisce la propria spinta propulsiva, iniziando a fluttuare nell’etere senza alcuna direzione, con l’unica speranza di essere captata e decifrata da qualcuno in ascolto. Proprio come quelle sonde spinte nell’universo vertiginoso, alla ricerca di qualche forma di vita interessate al nostro mondo, di cui noi stessi fatichiamo a comprenderne il fascino.
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