“Quando il mondo dorme” di Francesca Albanese, relatrice speciale ONU per i territori palestinesi occupati, denuncia l’indifferenza e la mancanza di consapevolezza di molti occidentali davanti all’orrore che si è consumato nella Striscia di Gaza. L’obiettivo? Decolonizzare, non solo liberare le terre, ma liberare le menti dal pensiero dominante…
Il cammino del “nostro” mondo, di quell’Occidente che si definisce, crede e vuole mostrare civilizzato e civile, evoluto e democratico, verso l’affermazione e il riconoscimento dei diritti naturali e universali del genere umano è stato lungo, impervio, costellato di secoli e secoli di soprusi, violenze, mistificazioni e negazioni, ma “alla fine” — della Seconda guerra mondiale — è approdato alla Dichiarazione universale dei diritti umani, proclamata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, a Parigi, il 10 dicembre 1948. Le Nazioni Unite e, tramite esse, il genere umano non volevano più guerre — terribili tutte, non solo quelle mondiali —, non volevano più stragi di civili e innocenti, violenze di ogni genere su uomini, donne, bambini, discriminazioni, segregazioni e deportazioni di interi popoli, genocidi, per questo scrissero e promulgarono i trenta articoli di quella dichiarazione.
Il diritto compromesso
A quasi di ottant’anni da quel giorno e, soprattutto, da quella risoluzione, il mondo tuttavia non può dirsi migliore né tantomeno emancipato dalle guerre, reso immune da conflitti estremi, estenuanti, sanguinosi in cui vengono perpetrate le più feroci violazioni dei diritti di cui gli esseri umani dovrebbero godere, in quanto tali, fin dalla nascita, sempre, ovunque si trovino. E il diritto, oggi, specie quello internazionale, sembra essere seriamente compromesso, quasi fosse carta straccia, non contasse più nulla a scapito di molte e molti in vari Paesi e in alcune zone di tensioni e scontri violenti.
La cecità dinanzi ai soprusi
Quando il mondo dorme (288 pagine, 18 euro) di Francesca Albanese, Rizzoli editore, vuole mostrare tale contraddizione fra quanto conquistato, sancito, proclamato a livello internazionale e la realtà di fatto in una delle regioni più martoriate del pianeta: la Palestina. Attraverso dieci storie, o meglio, dieci persone e incontri significativi, Albanese racconta il proprio percorso di conoscenza e studio della questione palestinese nei territori occupati e, inevitabilmente, della questione israelo-palestinese che, in qualità di Relatrice speciale ONU per i territori palestinesi occupati, ha condotto al fine di redigere i propri Rapporti.
Facendo ricorso a un’ampia documentazione, con toni e una prosa pacati, ma al tempo stesso con estrema precisione e lucidità Albanese ricostruisce gli antefatti del genocidio attualmente in corso, come pure delle discriminazioni e dell’apartheid che ne sono state la premessa e ne sono, inevitabilmente, il corollario. Ricostruisce, cita fonti non solo palestinesi, ma anche israeliane, mostra, soprattutto, la cecità del “nostro” mondo nei confronti dei soprusi che un popolo, con gli stessi diritti di tutti gli altri popoli, sta subendo da più di settant’anni — quasi ottanta, per l’appunto.
La necessità del riconoscimento reciproco internazionale
Non nega le atrocità del 7 ottobre 2023, perpetrate da Hamas, ma mostra inequivocabilmente lo scempio di vite, corpi, affetti, abitazioni, territori e diritti — dell’umanità, verrebbe giustamente da dire, per sintetizzare – perpetrato, prima e dopo quella data, dallo Stato di Israele. E indica nel riconoscimento internazionale e reciproco del trauma — a cominciare dalla Shoah, per gli Ebrei nel corso della Seconda guerra mondiale, e dalla Nabka, per i Palestinesi nel 1948 —, vissuto da ciascuno dei due popoli che sono agli estremi delle violenze e del sangue che funestano la Palestina, quale strada (forse) più solida e autentica per costruire la pace e, soprattutto, la convivenza di quei due popoli in due Stati autonomi, sovrani e limitrofi, riconosciuti e tutelati allo stesso modo dalle Nazioni del Mondo e dalle Società e Dichiarazioni che ne derivano.
Il sonno che genera mostri
Senza tale riconoscimento del trauma e del dolore dell’altro, che deve avere luogo innanzitutto fra Ebrei e Palestinesi, quindi, attraverso un percorso di piena consapevolezza del passato e del presente di questi due popoli, deve essere fatto proprio dai singoli e, a livello internazionale, dagli Stati e dalle loro Organizzazioni, non può esservi conciliazione né pace in Palestina — e anche altrove —, perché il dolore causato dai traumi, individuali e collettivi, a lungo inascoltato e non curato genera odio per generazioni e generazioni.
È una questione di mera umanità la pace, consiste nel vedere e onorare l’umanità dell’altro oltre la nostra, al pari della nostra. È un percorso individuale che inevitabilmente si fa collettivo la costruzione della pace e si fa onorando la memoria e i vissuti dell’altro, individuo o popolo che sia. Si costruisce, dunque, pensando alla pace non alla guerra.
È quando il mondo dorme che si generano i mostri.
Di mostri ne abbiamo già parecchi, tra noi. Prima di tutto la nostra indifferenza.
Questo, in sostanza, è l’accorato appello di Francesca Albanese al Mondo affinché si ridesti, attraverso una presa di coscienza che passi innanzitutto attraverso la conoscenza, in primo luogo individuale, quindi collettiva, del passato nonché del presente dei popoli di e in Palestina, la quale poi porti a una consapevolezza che si traduca in azioni atte a riconoscere e tutelare i diritti (da tempo sanciti) di ogni popolo, che riconosce in quella terra le proprie radici, la propria storia, la propria cultura.
Decolonizzare, per Albanese, vuole infatti dire non solo liberare le terre, ma anche e soprattutto liberare le menti dal pensiero dominante, il pensiero colonialista pervasivo e colonizzante.
Seguici su X, Instagram, Telegram, WhatsApp, Facebook, Threads e YouTube. Grazie


Dare tutto questo spazio a una personaggia dalla dubbia onestà intellettuale mi sembra estremamente grave. La Albanese attribuisce la responsabilità della Guerra arabo-israeliana alla nascita dello Stato d’Israele, trascurando la storia e la persecuzione araba e palestinese nei confronti degli ebrei dalla Seconda Guerra Mondiale in poi. Un’arrogante intellettualmente disonesta