Cassar Scalia, Vanina tra un avvelenamento e una figura paterna

Con “Mandorla amara” Cristina Cassar Scalia si conferma scrittrice di successo, grazie a una protagonista cresciuta gradualmente e a un personaggio, l’ex collega Biagio Patané che la aiuta a riconsiderare i difficili rapporti con la famiglia, gli affetti e la città d’origine…

È complicato, molto complicato, scrivere di Vanina Guarrasi, perché la vicequestore palermitana che lavora a Catania è diventata in questi anni uno dei personaggi letterari più amati da lettrici e lettori del nostro Paese, che ad ogni uscita le tributano il primato in classifica, senza nemmeno curarsi di farla aspettare un po’. Segno di un’attesa e di un forte legame ormai consolidati.

Scrivere, dunque, di un personaggio ormai assai conosciuto come quello creato da Cristina Cassar Scalia non più di sette anni fa (Sabbia nera, il primo episodio, è soltanto del 2018, ne abbiamo scritto qui) e nel frattempo approdato anche in TV diventa, allora, un’impresa ardua.

La chiave del successo

Per fortuna, anche questo nuovo episodio intitolato Mandorla amara (272 pagine, 18,50 euro), edito come tutti i precedenti da Einaudi, ci fornisce alcuni elementi che probabilmente vale la pena di sottolineare, nel tentativo di contribuire – così come mi auguro – all’analisi di un successo, ormai chiaro, che Vanina divide, con compagni di cordata collaudati ed assai fidati, dal grande capo Tito Macchia a scendere. Tutti ormai fin troppo consapevoli di avere a che fare ogni giorno con una poliziotta capace, leale e competente, ma che un cortocircuito non lo nega a nessuno, né in famiglia, né al lavoro. Senza mai avvisare, sia ben chiaro, altrimenti non c’è gusto.

Oltre a confermare il fine intuito dell’investigatrice panormita che lavora a Catania, Mandorla amara, episodio che ruota attorno ad un caso complicato quale l’avvelenamento di ben sette persone, ci rassegna sì, ancora una volta la giovane donna abile e assai competente che conosciamo, ma ci introduce una persona molto, molto meno spigolosa, non foss’altro per questa insperata capacità di non dire, necessariamente, tutto quel che pensa (che è di per sé un traguardo di tutto rispetto, se pensiamo alla partenza).

Vanina è cresciuta (e non è sola)

La sua creatrice ha avuto, a mio parere, il merito di far crescere Vanina parallelamente al suo successo; per questo, adesso è capace di guardare oltre la ristretta e blindatissima cerchia di amici che le garantiscono sempre e comunque un buen retiro e un approdo sicuro; per questo, riesce, oggi, ad accorgersi della presenza di persone – Paolo, prima di tutto, ma anche l’attuale marito della madre – che le vogliono bene e meritano certamente la sua attenzione e anche di più.

Tutto ciò giova al personaggio e, va detto, è anche motivo di sollievo per chi le sta intorno. Un cambiamento progressivo, ma ormai evidente, che, azzardo, dobbiamo alla persona forse meno indicata, perché potenzialmente più lontana dal mondo di Vanina. È lui, un anziano collega ormai in pensione, tale Biagio Patanè, che con il suo modo di abbigliarsi, di cibarsi, di relazionarsi, di interpretare l’esistenza, nulla avrebbe da spartire con lei, se non fosse per il fatto che il vecchio e “a picciuttedda” stanno bene insieme e si completano a vicenda, prima di tutto in ufficio, e poi anche fuori (gelosissima ed amatissima moglie permettendo).

Il passato che non tramonta e il futuro in costruzione

Patanè e Guarrasi, il passato che non tramonta e il presente dal futuro sempre in continua costruzione (o demolizione, a seconda dell’umore) hanno in questi anni sviluppato una intesa professionale talmente necessaria, da indurre Vanina ad infrangere il regolamento. È lei che consente, infatti, al commissario in pensione di acquisire elementi e, addirittura, di partecipare attivamente e stabilmente alle indagini in corso. Roba da disciplinare, verrebbe da dire, ma la verità è che qui non balla solo una questione professionale.

Balla, semmai, e in modo sempre più marcato, il bisogno che Vanina ha di affiancare alla figura del padre poliziotto ucciso dalla mafia, quella di un uomo anziano, che con i suoi gesti, le sue riflessioni, le sue azioni sempre misurate e rispettosi dei ruoli, la aiuti a rivedere, in modo meno affrettato, i rapporti con la sua famiglia, i suoi affetti, persino con la sua città. Che ama, ma dalla quale continua ad allontanarsi.

E balla, infine, l’energia che la vicequestore Guarrasi regala alle giornate lente e forse fin troppo scontate del suo ex collega. Che è pensionato per lo Stato, ma non per la sua mente.

Vanina è, dunque, una persona più matura, anche grazie a Biagio Patanè, e quest’ultimo è di nuovo vivo e pienamente operativo, grazie ad uno strappo al regolamento. Segno, questo, del valore di un rapporto intergenerazionale basato sul rispetto e l’affetto reciproci.

Entrambi posti alla base di un legame speciale e, per quel che ci riguarda, care lettrici e cari lettori, di un successo straordinario, recentemente replicato, in verità, dalla presenza di un certo Scipione Macchiavelli, anch’egli poliziotto, che lavora a Noto (non a Catania) e che viene da Roma (e non da Palermo). Ma quella è un’altra storia, della quale vi parleremo presto.

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