Daniele Sanzone, inventore del commissario Mirco Del Gaudio, tornato in libreria con il secondo episodio “Bumerang”, va oltre le narrazioni integralmente criminali dell’ormai noto quartiere di Napoli: “Mi interessava restituire complessità a un luogo troppo schiacciato da una certa immagine mediatica. C’è anche la vitalità di tante associazioni e più spazio verde che in ogni altra zona della città. Il mio commissario si muove in una realtà certamente difficile, ma non impossibile da cambiare”
Daniele Sanzone (nella foto DC Spillo) è di nuovo in libreria con Bumerang (256 pagine, 19 euro), per La nave di Teseo, la seconda avventura di Mirco Del Gaudio, che il suo stesso creatore ci presenta come un commissario di polizia sui generis. Noi di Lucialibri lo abbiamo intervistato, tra una festa e l’altra, per parlare del romanzo, ma anche di Scampia e di musica.
Daniele, per chi non avesse letto il primo romanzo che lo vede protagonista (Madre dolore, Les Flaneurs edizioni, 2023), chi è Mirco Del Gaudio?
«È sicuramente un commissario di polizia anomalo, perché è un ex pugile che ha dovuto lasciare la boxe a seguito di un incidente gravissimo, dal quale si è salvato per miracolo. Nel frattempo ha vinto, quasi per caso, il concorso per diventare poliziotto ed è stato assegnato al Commissariato di Scampia».
Impegnativa, come prima destinazione. Perché anomalo?
«Dico “anomalo” perché lui, in cuor suo, non avrebbe mai immaginato di fare questo mestiere. Lui era un pugile, come dicevo, e tale, comunque, rimane anche in questa nuova veste, perché continua a ragionare, a muoversi, ad avere il fiuto del pugile, con la differenza che il suo nuovo ring è diventato Scampia e i suoi nuovi avversari sono truffatori, boss, killer, spacciatori».
Daniele, a proposito di Scampia, ti farà piacere sapere che per “I Love Sicilia” ho intervistato qualche mese fa Wanda Marasco, la tua concittadina vincitrice del Campiello 2025, la quale non parla mai della sua esperienza proprio lì, come docente. Non ne parla, mi ha detto, perché non vuole in alcun modo che questo suo impegno, per lei fonte di grandi soddisfazioni, sia visto come una sorta di attività di marketing. Lo tiene, quindi, riservato, tra i suoi ricordi più vividi ed importanti, ma davanti ad una precisa domanda che le ho posto, è stata ben lieta di parlarne.
«Son contento di apprendere questa notizia, perché non sapevo di questa attività di Wanda. Vedi, a proposito di Scampia, secondo me il quartiere è stato attraversato da infinite narrazioni; quando mi è stato chiesto se ne serviva un’altra, ho pensato di sì, perché secondo me mancava questo sguardo. Gomorra, intendo la serie, ha praticamente monopolizzato l’intera narrazione, raccontando quel mondo criminale da un solo punto di vista. E di conseguenza chi guarda la serie è portato ad immaginare che sia proprio così, un posto dove non esistono forze dell’ordine, non esiste cittadinanza attiva, non esistono associazioni».
E invece…
«Invece il quartiere, che poi è una piccola città perché parliamo di settantamila abitanti, ha il più alto numero di associazioni d’Europa, ed è il sito con più verde di Napoli. Non c’è dubbio che è un quartiere complesso ed io proprio attraverso e grazie a questa storia lo rendo coprotagonista del romanzo, perché a me interessava restituire complessità ad una realtà fin troppo schiacciata dai media».
Quindi, una finzione, che è quella del romanzo, completamente calata nella realtà
«Certamente, perché nel romanzo, che è di per sé finzione, Mirco Del Gaudio frequenta luoghi e percorre vie, piazze, stradine ben precise, reali e incontra persone che esistono nella realtà. Per tornare all’idea di fondo, questo mi dà la possibilità di raccontare il quartiere da un altro punto di vista e di fare emergere quello che fino ad ora, forse, ha stentato ad emergere».
Per esempio, l’idea che non tutto è perduto, come si intuisce dai pensieri di Mirco…
«Senza alcun dubbio. Nel romanzo, lo sguardo del commissario Del Gaudio non è quello di un uomo impotente, ma semmai quello di un uomo comunque malinconico, di chi sa che la realtà è difficile, ma non impossibile da cambiare».
Oltre a Mirco, ci sono in questo microcosmo delle figure straordinarie, direi necessarie. Per esempio, un personaggio che in poche righe riesce a sprigionare una forza prodigiosa è padre Pizzuti. Quella speranza necessaria che viene fuori dalle sue poche battute è uno dei punti più alti della storia.
(Sorride, approvando) «Anche se le parole che gli faccio pronunciare nel romanzo non sono sue, stiamo parlando di un prete che esiste davvero e che adesso ha, credo, più di novant’anni. Lui è una persona eccezionale, un prete impegnatissimo nel quartiere. Sono felice che tu l’abbia notato perché è una persona meravigliosa che ha fatto tanto per Scampia. Sempre a proposito di religiosi, io, che mi ritengo agnostico, ho avuto uno splendido rapporto con un altro prete, padre Vittorio, il quale mi conosceva da ragazzo, ma poi non mi vide più perché non frequentavo più la Chiesa. Eppure, ogni volta che mi incontrava, mi chiamava per nome e cognome e mi diceva “io ti aspetto” e la cosa incredibile è che questo è successo anche dopo molti anni. Da questo capisci che in questi posti (e forse non soltanto lì, penso) c’è bisogno di veri e propri missionari».
Daniele, ho letto dei tuoi riconoscimenti: Siae, Amnesty, Restart, Tenco e poi ce n’è uno, in particolare, che ti lega alla Sicilia, a Palermo. Qual è la sensazione che ti dà il fatto di sapere che nel tuo palmares c’è anche il Premio Borsellino?
«Guarda, lo dico con emozione e senza alcuna esitazione: per me, questa attenzione è una roba incredibile, un onore infinito, un riconoscimento che mi inorgoglisce molto. Il Premio l’ho vinto nel 2014 con “Camorra sound” un libro che analizza il rapporto tra camorra e musica».
E a proposito di musica, adesso mi rimetto a te nella qualità di autore e voce della rock band ‘A67. Ti chiedo di darmi, da esperto, una mano a capire questa mia riluttanza nei confronti della musica di oggi, che mi porta a rifugiarmi tra i miei idoli e ad ascoltare per lo più le canzoni degli anni Settanta/Ottanta.
«Secondo me, perché la musica è un fatto generazionale; l’urgenza di raccontare e di fare musica nasce soprattutto in giovane età, quindi è legata in qualche modo ad una generazione; e poi la musica in qualche modo crea identità; tu attraverso la musica cresci, ti autodefinisci e tutti i riti legati a quel tipo di musica o ad un altro influisce sulla tua identità e quindi ti ferma, ti fotografa in un determinato momento storico. Ed è chiaro che lì, alla fine, ci si va a rifugiare, perché poi la musica diventa ricordo e quest’ultimo diventa vita. La musica racchiude mondi e quei mondi ci rendono felici anche perché sono stati la colonna sonora di alcuni momenti importanti. Quindi, la riluttanza è, credo, dovuta anche a problemi materiali, alle contingenze di tutti i giorni. Per me che faccio musica, c’è invece l’onere del confronto, di capire cosa accade attorno a noi, anche se anch’io (sorride…) spesso torno ad ascoltare anche la musica di molti anni fa».
Come quella di John Coltrane, per esempio…
«Sì, che nel romanzo ritorna, seppur con un nomignolo per certi aspetti equivoco. “Colt” da Coltrane a non dal nome della celebre pistola, si chiama, infatti, la prima vittima innocente della storia».
Che noi consigliamo ovviamente di leggere, magari, perché no, andando a ripescare anche la prima inchiesta di Del Gaudio. Daniele, ti ringraziamo e lasciamo alle lettrici ed ai lettori il piacere di scoprire Bumerang che, per quel che abbiamo detto, non è solo un romanzo.
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