Un volume intimo, in cui sono citate anche lettere d’amore scritte in gioventù all’autrice. In “Borges in controluce” della spregiudicata Estela Canto – sua giovane fidanzata, poi scrittrice e traduttrice di fama – la figura di uno dei maggiori scrittori di ogni tempo viene anche messa alla berlina, ma il ritratto complesso e controverso, giù dal piedistallo, è una felice scoperta e getta anche una luce autobiografica su alcune delle sue opere più famose…
Un libro che è stato giudicato male quando fu pubblicato, alla stregua di qualcosa di scandaloso, e che certamente è onesto e brutale nei riguardi di uno dei miti della letteratura di tutti i tempi. La giornalista e scrittrice Estela Canto – spregiudicata ma non sprovveduta, e parecchio colta, anche traduttrice della Recherche – è stata una degli amori di Jorge Luis Borges e, dopo la di lui morte, e qualche anno prima della sua, ha dato alle stampe Borges in controluce (256 pagine, 21 euro), libro che è testimonianza dell’uomo e del letterato. L’edizione italiana, tradotta da Francesca Coppola, si deve a Medhelan ed è arricchita da una prefazione di Bruno Arpaia.
Per gli amici Georgie
Una lettura magnetica, che difficilmente si riesce a mollare. Questa è la prima idea che emerge una volta chiuso il volume, alla fine della lettura. Certamente indiscrezioni e pettegolezzi hanno un ruolo nell’appeal di questo titolo edito per la prima volta nel 1989. Estela Canto, del resto, è la donna a cui Borges dedicò L’Aleph (Beatriz Viterbo è una controfigura di Estela Canto) e che non esito a cederne il manoscritto originario per la vendita all’asta. Borges in controluce racconta l’immenso autore argentino da una prospettiva molto ravvicinata, ma con grande coerenza e precisione, approfittando anche di alcune lettere intime indirizzate da Borges – per gli amici Georgie – a Estela Canto nel corso della loro relazione, che non avrebbe resistito al tempo (e nemmeno a una proposta di nozze avanzata dallo scrittore), pur trasformandosi, tra alterne vicende, in una lunga amicizia – con qualche rimpianto di lei, troppo superficiale dinanzi alla sincerità del trasporto, pur complesso e controverso, di lui.
La tirannica madre
Nell’epistolario riportato da Estela Canto è messo a nudo colui che – austero bibliotecario – aveva già una certa fama, ma non quella planetaria della maturità. Agli slanci di passione di lui capita che facciano da controcanto le osservazioni ironiche di lei, sull’aspetto di Borges, su una sua presunta impotenza – psicologica più che fisica – sulla tirannia che esercitava la madre, doña Leonor, sul sottomesso e remissivo figlio Jorge Luis: per lui la madre – che non vedeva di buon occhio Estela Canto – sarebbe stata a lungo, come dopo di lei Maria Kodama, occhi e non solo, presenza costante e indispensabile, durante viaggi e conferenze; una figura crudele e devota. Ma sarebbe riduttivo parlare solo di questi aspetti, anche perché le lettere rappresentano una parte esigua rispetto al resto del libro.
Impacci, passioni e demoni
In avvio Estela Canto, sedici anni in meno di Borges, racconta del loro amore casto, nella lunga parte conclusiva non esita ad analizzare le sue opere più famose, in modo critico, scorgendone e svelandone anche alcuni nodi autobiografici, oltre l’apparenza filosofica, geometrica e visionaria. L’umanità di un Borges goffo e colmo di pregiudizi – in genere raffigurato misticamente, miticamente, come un semidio a servizio della letteratura – le sue ossessioni, le sue paure, le sue timidezze, certa sua indifferenza, i suoi sentimenti e un pizzico di sentimentalismo, se possibile lo rendono ancora più grande. L’andamento frammentario di Borges in controluce non è un limite, anzi, la musica di sottofondo che è la storia di Buenos Aires e dell’Argentina intera, è piuttosto più che orecchiabile. La messa a fuoco dei demoni, degli impacci e delle timidezze del genio argentino è ammirevole, come le sue passioni, l’abitudine citazionista, il cinema e il tango.
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