“Sette luci per il mondo” di Edoardo David Galliani – sulle norme etiche rivolte a tutta l’umanità e sintetizzate nelle sette leggi dei figli di Noè – è un testo di speranza, perché non vi è legge che non sia posta (fuori o dentro di noi) per contemplare una speranza… Una nuova puntata della rubrica di cultura e letteratura ebraica, che pubblichiamo il 22 di ogni mese (qui tutte le puntate)
La lallazione dei bambini, il primordiale tentativo di trasformare in sillabe quel primo respiro che aleggia su un’intera vita appena scoperta, aperto a mille possibilità realizzative come sulle acque prima della creazione, è – pur nella sua indistinguibile innocenza – un linguaggio chiaro. Comprensibilissimo per un genitore che ama; un linguaggio senza ancora una lingua, un insieme di significati senza che ancora siano ben definiti i segni delle parole, eppure capace di comunicare. È il linguaggio primordiale che, come unico suo scopo, ha quello di tenere intimamente uniti il generante e il generato: il genitore e il figlio. Il miracolo della lallazione è che, ovunque si trovino una “vera” mamma o un “vero” papà, questi sapranno riconoscere il claudicante sillabario di ogni “vero” bambino trapiantato, da chissà quale continente, lì nelle loro braccia. Ne è prova il fatto che, in ogni parte del mondo, parole come mamma e papà si somigliano tutte.
È bello pensare che Adamo ed Eva abbiano dato un nome a tutte le cose create; ma che a dare loro il nome di mamma e papà siano stati proprio i loro figli, offrendo suoni e sguardi prima che erbe e agnelli su antichissime are.
Una grammatica universale
Esistono dunque delle leggi ancestrali, iscritte prima che scritte, poste a guardia della vita umana prima di qualunque precetto o norma positiva; una grammatica universale di comportamenti che, similmente alla lallazione neonatale, ha come unico scopo quello di proteggere e custodire la relazione vitale tra – questa volta – la creatura e il suo Creatore.
Ogni essere umano, trapiantato da ogni continente al centro della propria verità esistenziale, conosce queste leggi come, da lattante, “conosceva” l’intenzione di quei primi suoni, e desiderava emetterli per la semplice necessità di far risuonare attorno a sé la verità della propria vita che, ad un certo punto, ha riconosciuto presente e degna d’essere illuminata.
Il testo di cui scriviamo, Sette luci per il mondo (90 pagine, 12 euro), di Edoardo David Galliani, edito da Giuntina, ripercorre una riflessione analoga su questi primitivi aneliti di umanità e ci racconta, già dal sottotitolo di copertina, la saggezza delle sette leggi noachiche per illuminare la vita, presentandosi come un piccolo libro dal passo breve ma dalle mire ampie: il tentativo di far risuonare, nel frastuono del nostro tempo, quell’antica sintassi morale che, in sette leggi ancestrali, l’Ebraismo riconosce come universale e che definisce come Noachidismo: un nucleo minimo di norme etiche rivolte a tutta l’umanità e sintetizzate nelle sette leggi dei figli di Noè.
Un testo, il nostro, che rifugge certamente, anche nella sua brevità (che altro non è se non celebrazione dell’essenziale), la seduzione dei riverberi accademici di cui, al contempo, sarebbe degnissimo; e tuttavia nutre senza imbarazzi un’ambizione spirituale tracciata come una direzione morale: ricondurre la coscienza a una luce semplice, come una lampada posta sul tavolo quando la casa è in ombra.
Una lampada come quella che poté illuminare le buie notti di Noè, prima del diluvio, quando l’antichissimo patriarca dell’umanità poteva già chiedersi, senza ancora una rivelazione normativa chiara e definita, cosa fosse giusto e cosa no. E, nel dubbio, accumulava legno e pensieri per i giorni che sarebbero arrivati.
L’autore, Edoardo David Galliani, che sembra averlo osservato moltissimo, in quel pesante silenzio prima della pioggia, non arriva al tema come semplice “curioso”; la brevità cui prima si faceva riferimento è – per chi abbia dato anche una veloce lettura alla sua biografia editoriale – nient’altro che l’emblema di un percorso che, dopo una costante immersione nello studio delle tradizioni chassidiche, e dopo l’insegnamento e la traduzione di testi legati a Rabbi Nachman, si è cristallizzata in una passione rivolta alla diffusione delle leggi noachiche che, in Italia, lo ha trasformato in un riconosciuto esperto.
Perché un’etica minima?
Perché arriva un punto, per l’uomo, in cui questi è obbligato a far fronte all’evento della sua esistenza come qualcosa di necessariamente condivisibile con altri uomini. Prima del diluvio, un egoismo che annega. Dopo, la società: una possibilità di respiro molteplice, un insieme di uomini volti a collaborare per rendere la loro vita qualcosa di molto superiore ad un semplice fatto biologico.
Occorrono però delle regole. Se vuoi che questo insieme sociale funzioni, per prima cosa bisognerà capire cosa non si deve fare (idolatria, bestemmia, omicidio, immoralità, furto, violenza alle creature) e cosa invece sì.
E in un tempo come quello di oggi, per esempio, così votato al simpatico e quotidiano risuonare di bestemmie mainstream, sempre più fighe e di moda, occorre ricordare che gli antichi veti sul linguaggio blasfemo e sull’atteggiamento idolatrico (veti molto più antichi di quelli posti dal Decalogo) non avevano come scopo solo la custodia del sacro, ma il riconoscimento di quest’ultimo come custodia stessa dell’apparato umano e sociale: il giorno in cui l’uomo non sarà più capace di riconoscere il confine tra sé e Ciò che lo trascende, e lo oltrepasserà senza darsene troppa cura, quel giorno l’uomo avrà smarrito sé stesso e la comunità dei suoi simili andrà in frantumi (esattamente ciò che era avvenuto – per inciso – prima del diluvio).
È bello accorgersi, leggendo il testo, come persino i divieti abbiano, intrinsecamente, un valore positivo: il precetto di non bestemmiare non è un semplice divieto, ma un richiamo positivo: ricordare che le nostre parole hanno un potere divino. Un libro capace di dire questo, e di dirlo anche all’interno di un contesto in cui la severità si rende necessaria, è un testo di speranza, perché non vi è legge che non sia posta (fuori o dentro di noi) per contemplare una speranza.
Ne è prova decisiva il fatto che, dopo un inizio corroborato da una plotiniana quanto morale derivazione di tutto dall’UNO, e dopo sei divieti, la settima legge sia infine esplicitamente positiva, e dedicata alla creazione dei tribunali di giustizia; come a dire che il limite umano, il peccato dell’uomo, non nasce come conflitto della libertà di quest’ultimo rispetto alla giustizia sociale; è questa, al contrario, che nasce per “curare”, per “disinfettare” le ferite che l’essere umano si autoinfligge quando, semplicemente, commettendo le sei colpe fondamentali, non profana e non aliena alcun codice, se non quello iscritto in sé stesso perché in lui insufflato; quel codice che, nel tribunale della propria coscienza, lo fa uomo anziché bestia: Dai tempi di Adamo fino ad oggi, la storia è attraversata da questo filo: la giustizia non è mai scomparsa dalla terra, anche quando sembrava soffocata. Il senso primordiale di questa giustizia, dunque, così come Galliani ne parla, appare come il sistema immunitario dell’intera società umana; un filo morale mai spezzato che, per il nostro autore, diviene una vera e propria traiettoria culturale.
E tutto questo è trattato da lui in una maniera diversa rispetto, per esempio, a come ne aveva scritto Maimonide. Preferendo un linguaggio più vivibile, più discorsivo ed evocativo, più richiamato alla verità del quotidiano (secondo lo stile tipicamente chassidico), Galliani evita una sistematizzazione troppo giuridica e filosofica dell’argomento. È chiara la sua intenzione di porgere la questione in modo semplice, perché nessuna complessità si disperda.
In questo, credo, sia ravvisabile il primo merito di questo libro: presentare le leggi noachiche come una specie di constitutio minima che non richieda l’ingresso forzato ai dettagli rituali e teologici che contraddistinguono l’universo rabbinico ma, al contrario, aiuti a ragionare su ciò che, semplicemente, rende una comunità più umana e meno brutale.
L’aggancio più naturale
In questo senso, lo snodo letterario più prossimo è quello di Jonathan Sacks (di cui si è già parlato all’interno di questa rubrica…), che ha insistito spesso sulla distinzione tra un’alleanza “universale” (noachica, appunto) e una “particolare” (sinaitica): la prima come base condivisibile dell’umano, la seconda come sviluppo identitario di un popolo. Lo stesso Sacks, che in questo riprende a sua volta Walzer, argomenta la questione morale distinguendo tra quei significati più tipicamente legati ad una religiosità comunitaria (come ad esempio certe categorie contenute all’interno dei precetti propri di una sfera religiosa ben determinata), che egli definisce spessi, e quei principî, invece, sottili e universali che, ci sembra, costituiscano lo spazio retorico preferenziale entro cui Galliani e il suo libro intendono collocarsi. Con un ottimo risultato, perché il testo si lascia ascoltare come il racconto di un nonno saggio: parlerà semplicemente ai suoi nipotini, e proprio da questa semplicità (che permetterà loro di ricordare il racconto) essi comprenderanno e rammenteranno la sua saggezza.
Un tesoro divulgativo
Nell’indistinto turbinio di contenuti vacui e potenzialmente dannosi che l’incolta “cultura” dominante ci offre ogni giorno, un raggio di speranza sono quei pochi eroi della divulgazione che si ostinano a proporre alle masse argomenti importanti attraverso traduzioni faticose dal complesso al semplice, dove lo spessore del semplice non coincide mai con un impoverimento.
Sette luci per il mondo riflette questa fatica, e lo fa splendidamente. Galliani, come tutti gli appassionati, non avrà sudato poche camicie scegliendo cosa scrivere e cosa no; per un appassionato, e cioè “uno che ama”, tutto l’argomento, nella sua totalità, è ancora troppo poco, come ancora troppo poco appare all’innamorato la totalità della persona amata, quand’anche siano ormai una sola carne! Eppure, quando l’amata non c’è, all’uomo innamorato non resta che il suo ricordo, e l’amore per tutto ciò a cui questo ricordo conduce. Così è la cultura: tutto ciò che ancora ricorderemo dopo aver dimenticato tutto.
Un testo come quello di Galliani, dunque, non è impoverimento di un argomento importante trattato in poche battute: è una reductio verbi; è l’essenza dell’essenza, capace di custodire il tutto.
Oh, come sarebbe bello (sì, è un’implicita richiesta!) poter un giorno intervistare, che so, uno come Ruben Bondì, anche su questi temi! Già, parlare con lui delle antiche tradizioni dei Padri! Andare a trovarlo a Roma e discutere con lui anche delle leggi noachiche e, perché no, di questo libro così “ridotto”! Lui che, da cuoco, sa perfettamente quanto una riduzione per brasato tutto sia fuorché un impoverimento di sapore! Anzi! È il potenziamento del sapore, come un libro di novanta pagine può esserlo della sapienza!
Leggere Galliani è, dunque, lo stesso che assaporare la quintessenza di ciò che, proprio perché fondamentale, non ha bisogno di molte parole. Sette bastano e avanzano!
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