Valeria Parrella, il bianco dell’attesa e della maternità

Nel suo primo romanzo, “Lo spazio bianco”, Valeria Parrella racconta della nascita imprevista della piccola Irene, di una madre, Maria, che affronta da sola la gravidanza e condivide domande e paure con altre madri. Un’opera carica di tensione, eppure luminosa…

Di cosa è fatto ciò a cui non abbiamo accesso, ciò che non vediamo? È questa la domanda che sembra porsi Valeria Parrella nel 2008 quando, dopo raccolte di racconti e opere teatrali, pubblica il suo primo romanzo con Einaudi, Lo spazio bianco (128 pagine, 11 euro).

Il retroterra teatrale da cui muove è evidente dal momento che sembra di essere posti di fronte alla lettura di una tragedia sofoclea, in cui il dubbio è martellante e la scelta che bisogna compiere non lascia effettive alternative. Tuttavia Valeria Parrella in questo romanzo supera quel bivio e una luce serena bagna le pagine de Lo spazio bianco, offuscando il passato e il futuro.

Scontrarsi con l’inatteso

Maria ha 42 anni, una casa tutta per sé in un quartiere multietnico di Napoli, è una fumatrice incallita da quando ha compiuto la maggiore età, è appassionata d’arte e cultura, laureata in Lettere, ma lavora grazie al diploma Magistrale, scuola frequentata perché nel paese in cui ha trascorso la sua adolescenza non c’era molta scelta. Malgrado il suo tempo per diventare madre sembri ormai sfumato, un giorno avverte una certa nausea e dei dolori sospetti: a discapito di ogni legge della natura e senza progettarlo, Maria è incinta. Nomen omen? Certo, in questo caso non si è trattato dell’avvento dello spirito santo, tuttavia aveva preso precauzioni, inoltre sia l’età sia il vizio del tabacco non facevano immaginare un corpo fertile. Eppure il suo ventre stava per donare la vita, sebbene impreparato.

… Irene era arrivata quando suo padre non se l’aspettava. Era un uomo elegante che mi era passato nella vita recitando frasi molto belle. E la bellezza si era poi rivelata essere l’unico valore che avevano.

Tutto quello che avevamo costruito insieme, era stato uno specchio che rifletteva le nostre solitudini, quelle solitudini in cui ti ritrovi a quarant’anni, quando si è placata l’ansia di fare tutto, e si può cominciare a prendere fiato.

Non era stato un grande amore, era stato solo distratto.

Maria si trova ad affrontare da sola la gravidanza, senza aver avuto il tempo necessario per decidere se voler diventare madre oppure no; tuttavia presto il tempo per lei si espanderà sino a divenire un enorme vuoto in cui potrà riflettere. Benché si tratti di libri diversi nella forma e nell’esito, questo tempo d’attesa e di riflessione descritto da Valeria Parrella ricorda la Lettera a un bambino mai nato scritta da Oriana Fallaci nella metà degli anni Settanta: anche lì vi è una donna adulta che, senza averlo progettato, sta per diventare madre e, costretta al riposo a causa delle complicazioni della gravidanza, riflette sulla maternità, sull’essere una famiglia, sulle possibilità di scelta. A Maria però toccherà essere interrogata su una scelta che di fatto è già compiuta: non potrà far altro che accettarla e dare alla luce la bambina dopo soli sei mesi.

Essere madre

Tema centrale del romanzo è quello della maternità, in particolare cosa significhi essere madre, ovvero: qual è il momento esatto in cui una donna smette di essere un individuo singolo? Maria può considerarsi una madre oppure è soltanto un ventre svuotato?

E Irene non c’era. Lei non era nessuno, era un feto sgusciato, un corpo nudo il cui cuore batteva centottanta volte in un minuto, la cui faccia era così piccola che nessuno avrebbe potuto intuirne i lineamenti. […] E io non ero sua madre, non ero una madre, io ero un buco vuoto che ogni mattina prendeva una metropolitana per l’ospedale e che quando usciva passava da un cinese take away perché non c’era più ragione di cucinare.

La condizione particolare che si trova a vivere, priva di riposte certe né da parte dell’esperienza né da parte degli infermieri e dei medici, porta Maria in uno stato di confusione tale da renderla assente a sé stessa e agli altri, muovendosi per inerzia, inconscia delle azioni che compie, delle scelte che porta avanti.

… io mi alzavo e andavo in un modo appannato e vago, come quelle foche che seguono i cadaveri dei loro cuccioli uccisi dai bracconieri.

In quella stanza bianca Maria condivide la sua sofferenza, i dubbi e le paure con altre madri, alcune giovanissime. Una ragazza di soli diciannove anni si trova in quella stanza a dover badare a due incubatrici, quelle dei suoi gemelli; uno dei due sembra aggravarsi e, chiedendo aiuto ai medici, incontra un muro di freddezza e mancanza di buon senso: come potrebbe restare tranquilla perché uno dei due bambini sta bene? Come potrebbe accettare di doverne perdere uno dei due? Così anche la rabbia trova spazio in quella stanza, la frustrazione di non poter comprendere e dover vivere nel dubbio.

Luoghi non-luoghi

L’esistenza di Maria si divide in due spazi: l’ospedale e la scuola serale dove insegna italiano. Si tratta in entrambi i casi di luoghi al di fuori dalla norma, spazi chiusi, in cui il tempo segue ritmi differenti, regole proprie: luoghi altri, eterotopie. Qui si dilata il senso di attesa e di vuoto, la paura e il dubbio trovano radici salde in cui innestarsi.

L’ospedale è uno dei luoghi eterotopici per antonomasia, inserito nell’elenco da Foucault stesso. Ancor più come un altrove può essere identificato il reparto di terapia intensiva dove Maria trascorre il suo tempo: un luogo per necessità asettico, dove poter osservare i propri figli dal piccolo oblò posto sulle incubatrici.

… stava in un’incubatrice bianca come la nebbia, con una sonda che la alimentava dal naso, un tubo che le scendeva fino in fondo alla trachea per pompare dentro l’ossigeno che non riusciva a procurarsi da sola, con il petto tatuato di elettrodi che le monitoravano le funzioni vitali. Senza che io potessi stringerle nulla, oltre l’oblò, se non la mano. E la sua mano, tutta, non arrivava a coprire la più piccola delle mie falangi.

Così lo spazio bianco è, anche, quello fisico dell’incubatrice dove la bambina dovrà restare per i mesi successivi, una riproduzione artificiale del ventre materno. Lì si compiranno i primi mesi di vita della piccolissima Irene, in quello spazio e in quel tempo che, si chiede Maria, forse neanche sono propriamente vita.

Dall’altro lato quello della scuola serale, invece, è uno spazio altro perché abitato da individui che, ognuno per ragioni diverse, vivono ai margini della società: gli immigrati, ai quali insegna Fabrizio, docente di lingua italiana per stranieri; i lavoratori che a causa di nuove leggi devono aggiornare il loro curriculum formativo; ventenni pentiti di aver abbandonato la scuola; genitori che vogliono aiutare i figli nello studio; laureati stranieri il cui titolo non vale in Italia. Talvolta capita che alcuni di questi studenti debbano lasciare la scuola, spesso per questioni di migrazione interna, e allora trovano spazio il dubbio, la paura e anche la speranza che possano andare incontro a un altrove che gli offra una vita migliore.

Sono l’ingiustizia e l’incuria a regolamentare questo luogo. Professori come Fabrizio e Maria sono mosche bianche, difatti non riescono, nonostante lo desiderino, ad insegnare null’altro oltre che a parlare e a scrivere correttamente in modo da poter ottenere la licenza media. Eppure Maria fa leggere loro brani tratti dai Promessi Sposi e il Cantico notturno di un pastore errante dell’Asia: tenta di riempire quell’altrove insegnando il valore della parola che va oltre la mera comunicazione.

Napoli

Sebbene non sia centrale, protagonista del romanzo di Valeria Parrella è anche Napoli: quella multietnica del quartiere Cavone, quella dei Quartieri Spagnoli dove alloggiava Fabrizio da studente prima che diventassero uno dei luoghi più turistici della città, quella dell’Università Federico II e dell’Orientale, ma anche quella che si estende sino a confondersi con la provincia.

Durante l’adolescenza Maria si è trasferita in un paesino di provincia, lontana dalla sua amata città: ha vissuto quel periodo come un confino, in cui il tempo era costantemente addensato dalla noia combattuta a suon di letture e studio – anche per via di quel sentimento di rivalsa proprio dei figli di operai negli anni Settanta e Ottanta. La lode a Napoli è dunque anche figlia di quella lontananza a cui è stata costretta in passato: tornare in città per Maria ha significato tornare a casa e di conseguenza tornare sé stessa.

Il tempo che mi lasciava Eschilo lo dedicavo alla riconquista delle strade, e mi pareva ci fosse una metrica che comprendeva tutto, e che si scandiva con i passi.

Lo spazio bianco

Attraverso una scrittura vivida e percettiva, Valeria Parrella permette sin dal principio al lettore di entrare in empatia con i personaggi e con la storia narrata, costruendo un testo carico di tensione tuttavia luminoso.

Lo spazio bianco è quello dell’eterotopia, ma è anche quello della pagina, l’andare a capo che permette di proseguire senza dover necessariamente trovare una logica finale o una morale a ogni vicenda accaduta. È attesa, vuoto, sospensione, ma è anche speranza, accettazione, possibilità di futuro.

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