L’essenziale Amina Cain, come se la vita fosse astratta…

Ci sono un gran lavoro di sottrazione e una trama che è un pretesto in “Indelicacy” di Amina Cain. A fronte di una trasformazione sociale, la protagonista mantiene una stabilità emotiva: le uniche gratificazioni le arrivano dall’amore per l’arte e per la scrittura…

Una cornice vuota su uno sfondo bianco: una copertina pulita ed essenziale per Indelicacy (144 pagine, 24 euro) di Amina Cain. Una scelta estetica che è anche una anticipazione dell’essenza del libro.
La protagonista lavora in un museo, fa le pulizie, ma segretamente ama l’arte. E la scrittura. Osserva i dipinti e ne scrive, li descrive, riempie quella cornice vuota con le sue impressioni, reinventa ciò che vede e lo interpreta attraverso le sue parole.
È una donna sensibile all’arte in ogni sua forma: i dipinti, la musica, il ballo ma anche la natura provocano in lei sensazioni forti che sente il bisogno di imprimere sulla carta.

Il valore dell’indipendenza

Questa passione sarà il fil rouge della sua vita, unica costante ferma e salda nonostante i cambiamenti. Da addetta alle pulizie del museo diventa infatti moglie di un uomo ricco vivendo così una trasformazione apparentemente significativa – in quanto ribalta del tutto il corso della sua vita – ma Amina Cain svuota questo percorso di qualsiasi retorica di riscatto.
Non c’è trionfo, né vera emancipazione: il cambiamento sociale non coincide con una crescita interiore. Anzi, più la protagonista entra in quel mondo agiato, più emerge un senso di dislocazione, come se il nuovo spazio fosse estraneo alla sua vera natura.
La sua indole irrequieta e curiosa resta, non si ammansisce e non trova conforto nel riscatto sociale. Il ricordo del mondo da cui proviene è comunque più forte della consapevolezza di quello in cui si trova adesso.

Scrivere non era l’unica cosa che volevo fare, ma ciò che importava, pensavo, era che volevo farlo più di ogni altra cosa.

Indelicatezza e sensibilità

Dove ci si aspetterebbe una storia di trasformazione, Amina Cain invece costruisce e basa tutto su una continuità emotiva: la protagonista resta sostanzialmente la stessa, o forse diventa ancora più opaca a sé stessa. Il benessere materiale non produce significato in lei.
La donna si osserva e studia gli altri con una distanza quasi clinica, come se stesse cercando di capire cosa significhi davvero “sentire”. Come se la vita fosse astratta, simile alle scene dei quadri che osservava nel museo, e le uniche vere gratificazioni non le compra con il denaro acquisito ma le riceve dalla scrittura.
Ci si ritrova così in un luogo mentale, quasi segreto in cui il lettore è chiamato a perdersi, senza indicazioni chiare su come orientarsi.

Pura essenza

Indelicacy, edito da Atlantide e tradotto da Ilaria Oddenino, non ha una trama tradizionale o uno sviluppo narrativo lineare: qui la storia è quasi un pretesto, una struttura leggera su cui si appoggiano pensieri, sensazioni e scarti interiori.
Amina Cain evita spiegazioni psicologiche esplicite eppure lascia intravedere profondità inquietanti. Molto di ciò che conta non è detto, ma suggerito negli spazi vuoti.
È una narrazione sviluppata in paragrafi brevi e costruita su frasi brevissime a volte secche, quasi fredde ma incredibilmente reali.
La cura per il dettaglio e il lavoro di sottrazione che elimina l’eccesso enfatizzando l’essenziale, dà vita a una storia incredibilmente intima e delicata quanto potente e vera.
In questo modo l’attenzione del lettore viene focalizzata non tanto sugli avvenimenti quanto sulle evoluzioni sensoriali che la protagonista sperimenta in relazione all’amore, all’amicizia, alla maternità, al desiderio sessuale, all’ambiguità della propria identità, ma soprattutto al bisogno di un contatto autentico con sé stessi e con gli altri.

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