Intervista a Lia Piano, autrice de “L’arte di perdersi”, suo secondo romanzo, il cui scenario è “il cantiere della ristrutturazione di un’abitazione. Non esattamente un ambiente fotogenico, difficile da raccontare. C’è il gusto della sfida, di rendere poetico un posto che normalmente non lo è. Chi ha vissuto crisi può intuire un parallelo con certi momenti nella vita in cui è necessaria una demolizione. C’è tanta Liguria fra le pagine? Mi appartiene profondamente: sono ligure ma sono andata via molto giovane e sono tornata da poco. Credevo di aver dimenticato molto del paesaggio, ed è così, mi perdo nel centro di Genova…”
Se perdersi è un’arte, il ritrovarsi lo è forse ancora di più. Questo il messaggio racchiuso nel cuore del secondo romanzo di Lia Piano, edito da Bompiani, che si intitola proprio L’arte di perdersi (256 pagine, 17 euro), e che per sottotitolo ha un emblematico suggerimento: “storia dei miei traslochi”. Tra affascinanti case liguri sprofondate nel paesaggio, valige, ricordi annebbiati e fondamenta da ricostruire, in una chiacchierata con l’autrice ci siamo fatti svelare qualche dettaglio in più su questa storia, sulla scrittura e gli scrittori che popolano l’immaginario di Lia Piano.
L’arte di perdersi è la sua seconda prova narrativa: la scrittura sta diventando un mestiere?
«Pare di sì! Il secondo libro è notoriamente un passaggio delicato, un momento di crisi: è lì che si gioca la partita. Per me la partita grossa è stata proprio l’intervallo tra primo e secondo romanzo: c’è stato un momento di crisi creativa che ha sbloccato una mia amica cattivissima, come sanno esserlo le buone amiche ogni tanto, che mi ha detto “Guarda, in fondo non c’è niente di male, sono tante le persone che nella vita scrivono un solo libro”. Qualcosa dentro di me è scattato, una molla. Direi che posso sperare di essere avviata su una carriera di scrittura: c’è la passione, ci sono delle storie da raccontare».
E ci sono le case, che già erano al centro del primo romanzo, Planimetria di una famiglia felice (qui l’articolo) e qui tornano. Questa è una storia di case che arrivano inaspettatamente. Case che compaiono per un periodo e poi spariscono, case che in qualche modo si vogliono dimenticare. Che cosa rappresentano?
«Mi piaceva il macro-tema di questo libro che è chiaramente il tornare a casa. Che cosa significa tornare a casa in una vita adulta, con le sue complicazioni, che cosa significa casa e cos’è casa. La protagonista è una donna adulta che viene raccontata in un momento di crisi, di passaggio. Nel suo tornare a casa c’è anche il fatto che di trasloco in trasloco, quindi di cambiamento in cambiamento, c’è sempre qualcosa di se stessi che si scopre e qualcosa che si deve abbandonare, qualcosa che si capisce e che non sarà possibile portarsi dietro. Talvolta è liberatorio, altre doloroso. Tutto il libro è percorso da un cantiere che la protagonista eredita da una casa, all’inizio del libro, credendo di poterci vivere. In realtà no, perché altrimenti il libro sarebbe finito a pagina 20».
E la protagonista sarebbe forse rimasta schiacciata dai ruderi della casa!
«Sì, quando le arriva il certificato di inagibilità inizia a muoversi tutta la vicenda, e si avvia il cantiere. Per cui da una parte questo è un libro molto immobile, perché racconta la casa e il suo cantiere, dall’altra è mobile, perché lei non ha un posto dove andare e continua a cambiare, gira. Mi piaceva raccontare il cantiere perché è un posto molto metaforico, tanto è vero che questa casa per essere finalmente un luogo sicuro in cui tornare ha bisogno di essere demolita e che siano rigettate le fondamenta. Chiunque abbia avuto un momento di crisi può intuire che c’è un parallelo con certi momenti nella vita in cui è necessaria una demolizione».
E poi?
«E poi mi piaceva il cantiere perché i cantieri non sono posti fotogenici, e da raccontare sono abbastanza difficili. C’è il gusto della sfida, di rendere poetico un posto che normalmente non lo è. Se la sfida è riuscita o no, non sta a me dirlo!».
C’è un personaggio che contribuisce a questa visione poetica, ed è legato a un tema che attraversa questo libro, quello della memoria…
«Sì, c’è il tema della memoria e il tema della normalità: si intrecciano nel personaggio di Libero, una sorta di aiutante magico. Alle prime presentazioni lo definivano principe azzurro, l’immagine del principe azzurro uscito dal manicomio mi faceva molto ridere! Lui, pur essendo un personaggio improbabile, è l’unico che in realtà riesce a insegnare alla protagonista che ci sono delle parti del passato che possono anche essere salvate e guarite».
C’è una scena molto bella a tal proposito…
«Una notte d’estate sotto le stelle, lui spiega alla protagonista che guardando le stelle si guarda nel passato, e la cosa più assurda è guardare nel passato e fare un desiderio per il futuro, le dice “si fanno i desideri al passato” ed entrambi tornano in un momento della loro vita in cui qualcosa è rimasto irrisolto, si è spezzato, e vanno a guarirlo».
C’è tantissima Liguria in questo romanzo, qua e là si colgono Calvino, Montale…
«Esatto! A proposito di Calvino, per l’ambientazione del paesaggio di questo romanzo ho scelto una Liguria di “mezza costa”, che non è raccontata così spesso, a differenza di quella balneare. La quota di altezza del racconto è quella di La strada di San Giovanni, la si incontra salendo. È una Liguria che mi appartiene profondamente: sono ligure ma sono andata via molto giovane e sono tornata da poco. Quando sono tornata credevo di aver dimenticato molto del paesaggio, ed è così, a volte mi perdo tra le vie del centro di Genova. Ma tornando mi sono resa conto che il paesaggio era rimasto intatto dentro di me, ed era il paesaggio della campagna, di cui ho un leggero rimpianto che porto avanti dal primo libro, che è ambientato in Liguria ma la Liguria non c’è, c’è il giardino di una casa».
Genova in quella storia si vedeva da lontano…
«Sì, c’è una scena in cui la città è vista da una barca, ho pensato che se non mi fosse capitato di scrivere il secondo libro avrei avuto solo un’occasione e non avrei raccontato la Liguria. Quando finalmente ho capito che ci sarebbe stata una seconda occasione per raccontare la Liguria come volevo, mi sono proprio divertita»
Su alcune scene in automobile per le strade in salita è proprio Liguria autentica!
«Nessuno può imparare a guidare in certe strade in Liguria, come su certi sorpassi in autostrada si raccomanda l’anima al Signore! Molti lettori hanno confermato di essersi ritrovati parecchio».
Anche il mare è una presenza importante
«C’è una cosa particolare della Liguria e di Genova: la Liguria è fatta per metà di mare, che non è esattamente come parlare di una città o di una zona costiera. Noi siamo esattamente divisi in due: il fatto che la metà del nostro territorio, fin dalla nascita, sia fatta di un altro elemento che è l’acqua secondo me diventa rilevante e costitutivo della nostra identità. A volte ci chiama.»
C’è già qualcosa in laboratorio per una terza prova di narrazione?
«Il secondo libro ha avuto un’elaborazione piuttosto faticosa, e poi nel momento in cui ho iniziato a scrivere mi sono resa conto che questo libro, così come il primo, è una prima stesura. Il che è piuttosto strano, soprattutto dopo un lungo periodo di attesa e silenzio. Mi sono fatta l’idea, del tutto personale, che prendo la ricorsa stando ferma e mentre sembra che non succeda niente dentro e fuori di me, da qualche parte invece una parte di me sta iniziando a lavorare, c’è una storia che inizia a scorrere come un fiume carsico e prima o poi arriverà in superficie. Confido in questo, ma vedremo!»
Un’ultima curiosità, dal momento che lo abbiamo citato. Quale è il suo libro preferito di Calvino?
«La strada di San Giovanni è sicuramente un libro del cuore, uno dei primi che ho letto da ragazzina capendolo davvero, smettendo di leggerlo come un esercizio. Se dovessi pensare di portarmi sull’isola deserta un solo libro di Calvino, sarebbe una tragedia! Forse porterei Le città invisibili, perché c’è qualcosa di tutto, il tema della città e degli spazi, che ho molto a cuore, ed è un libro che ho usato come una mappa della bellezza in tanti momenti della mia vita. Per ragioni affettive forse porterei quello, però la domanda era cattiva!».
Seguici su Instagram, Telegram, WhatsApp, Threads, YouTube Facebook e X. Grazie

