Cavazzoni e Celati, ecco un’amicizia che non muore…

Un sodalizio iniziato nel nome di Ariosto, quello fra Ermanno Cavazzoni e Gianni Celati, accomunati da una stile inconfondibile, fatto di vena fantastica, scenari surreali e percorsi divaganti. Cavazzoni lo racconta in “Storia di un’amicizia”. Tra gli spazi di una pianura padana che ricorda il Far West e le loro profonde e spassose discussioni, un ricordo commovente senza edulcorazioni e sentimentalismi…

Il Mauriziano è uno dei più noti luoghi ariosteschi. Si tratta della cinquecentesca casa d’infanzia ora riadattata a museo, dell’autore dell’Orlando Furioso. Dopo la fanciullezza Ludovico Ariosto ha trascorso lì le sue vacanze estive e vi ha composto per buona parte il celebre poema, ed è lì che nel 1985 si sono incontrati per la prima volta in occasione di un evento letterario Ermanno Cavazzoni, nato a Reggio Emilia nel 1947 e il ferrarese (anche se nato casualmente a Sondrio) Gianni Celati (1937-2022). Lì è nata un’amicizia che va oltre le affinità letterarie ed è stata appunto l’amicizia di una vita dalla quale è nato l’ultimo libro di Ermanno Cavazzoni, Storia di un’amicizia (242 pagine, 16 euro) per Quodlibet nella imperdibile collana Compagnia Extra fondata e curata dallo stesso Cavazzoni e Jean Talon dal 2008. Non vi poteva essere luogo più congeniale per l’incontro tra i due visto il condiviso amore per le immaginifiche atmosfere del poema cavalleresco dell’Ariosto del quale sia Cavazzoni che Celati possono essere considerati fra i più grandi conoscitori e divulgatori. La stessa vena fantastica, l’evocazione di scenari surreali e metafisici, del percorso a zig-zag e della miriade di percorsi divaganti e storie parallele che esplodono dal testo ariostesco possono essere considerate parte fondamentale della poetica dei due autori emiliani, che non hanno mancato in tutte le loro opere di aver messo in scena una pletora di personaggi un po’ svitati, controcorrente, anarcoidi, elegantemente strampalati (un po’ come loro stessi), con un’infinita serie di tic, manie e scempiaggini che non possono che farci sobbalzare e sorridere e concordare con Charles Bukowski quando ci diceva che «la gente è lo spettacolo più bello del mondo e non si paga nemmeno il biglietto».

Un comune sentire

Cosa sia questo ultimo libro di Cavazzoni, ne ha scritti ben molti e memorabili, e speriamo continui a farlo con lo stesso stile inconfondibile che i suoi lettori hanno imparato a amare, fin dal suo esordio con Il Poema dei Lunatici dal quale verrà ricavata la sceneggiatura da Cavazzoni stesso scritta per il film di Fellini La voce della Luna, l’autore ce lo dice nel miglior modo possibile nell’incipit, quanto mai semplice e puro, come una vera amicizia appunto:

Questo libro di memorie e di appunti è dedicato a Gianni Celati, scrittore che ci ha beneficiato con i suoi libri e con la sua pulita esistenza, che qui cerco di recuperare e far brillare. Non è una biografia né una bibliografia ragionata; è quel che mi resta di bello, col suo mesto finale, di un’amicizia.

Un libro di non fiction scritto da un grande scrittore su un grande scrittore e compagno di avventure letterarie e visioni, spesso comiche, dal tono irriverente, dalla comicità lieve e stralunata, la scanzonata vena sarcastica e paradossale di due da sempre allergici a ogni forma di perbenismo e accademismo (pur essendolo stati degli accademici). Un libro che è candidato al prossimo Premio Strega, è entrato nella dozzina del premio giunto quest’anno alla sua ottantesima edizione, e sarebbe bello sapere che impressione possa averne Cavazzoni nel sentirsi parte di una dozzina, come un uovo (o come parte di in un film western), o ancora che impressione e quali aspettative potrebbe avere nell’ipotesi di trovarsi addirittura nella cinquina dello stesso premio, come un numero della tombola, uno, Cavazzoni, che ci immaginiamo lontano anni luce dal voler apparire, da una qualsivoglia mondanità letteraria, fedele soltanto allo spirito della letteratura che ama e che ha prodotto e che fa rima con: affabulazione, ironia, critica corrosiva e allergia a ogni forma di potere, che non manca di mettere alla berlina con l’irrisione, la messa in scena dei vizi e bizzarrie umane che vengono rappresentate con il comico e la satira, un comun sentire tra Ermanno Cavazzoni e Gianni Celati al quale questo libro è dedicato.

Le storie sentite per strada

Un libro non diviso in capitoli, una trama unica senza suddivisioni schematiche, indivisibile, come un’amicizia, quella appunto tra Ermanno Cavazzoni e Gianni Celati. A partire dalle loro lunghe discussioni filosofiche e letterarie nelle vecchie osterie bolognesi oggi trasformate in improbabili bunker modernisti nei quali le pietanze sembrano delle composizioni di arte concettuale, ogni occasione, ogni evento, ogni persona incontrata diventa un pretesto per raccontarsi cose al fine di scriverne. Come in un poema medievale o rinascimentale, nel solco della nostra tradizione novellatrice di origine boccaccesca e del Novellino, le storie sentite per strade, piazze e mercati, le stranezze che possono nascere dalle piccole cose diventano in ambedue gli scrittori, in modi diversi ma in ambedue, una forma di conoscenza e condivisione, e quindi di amicizia. Il loro raccontare e raccontarsi, che copre l’arco di quarant’anni, ha quella tipica grazia emiliana che sa trasformare la normalità in racconto, il non starci dentro del tutto in questo mondo, non per partito preso ma perché in questo modo tutto è più sopportabile. Storie tragiche e comiche allo stesso tempo, come la vita stessa, narrazioni che sono l’essenza stessa del vivere e della vita che continua, dalle quali a loro volta ne possono nascere altre:

Diceva Celati quando ne parlavamo, raccontare è un’attività insopprimibile, e il male e il bene sono lì per essere macinati in qualche racconto da chi ci passa in mezzo (pag. 166)

e

I racconti sono qualcosa che circola e non sono mai definitivi, sono un sentito dire che vien sempre ripreso, e magari diventano appunti, e gli appunti un racconto, che può essere sempre riaggiustato (pag. 167)

Un dialogo a due

Viene in mente ancora l’Orlando ariostesco e la sua disseminazione di storie, oltre alle varie edizioni successive con le celebri “giunte”. Ogni storia “sentita dire” è l’occasione per partire per la tangente di racconti stralunati, bizzarri, con personaggi improbabili, eccentrici, grotteschi e al limite dell’assurdo, tanto da farci domandare se possano essere veramente esistiti, come quegli animali di cui ci ha parlato Cavazzoni in uno dei suoi libri, Guida agli animali fantastici, animali per lo più inesistenti che proprio per il loro essere inesistenti esistono, quando queste figure non sono fantastiche macchiette di un mondo immaginario e comico di un inesauribile inventore di storie, anzi due, visto che questo libro e un po’ un dialogo a due tra amici. Le loro profonde e spassose discussioni li portano a discutere sull’illusione e la disillusione del comunismo, su cosa sia l’inferno e il paradiso sul quale Cavazzoni si sbilancia dandogli la definizione di una bella giornata nel commovente ricordo dell’amico:

Celati, adesso che non c’è più, lo vedo là che vive la sua perfetta giornata nella sua stanzetta senza confini. Non so che giornata è per lui, per ognuno è un segreto, che somiglia a uno stato d’animo (pag 140)

Il ricordo del tempo trascorso assieme porta Cavazzoni a passare in rassegna i più svariati e bizzarri eventi quali quelli legati alla presunta epoca delle vetrine animate quando le pubblicità nelle vetrine dei negozi venivano fatte con veri esseri umani o il truffaldino espediente perpetrato ai danni di Celati per fargli fondare una casa editrice o la disavventura occorsagli in una sala biliardo nel centro di Bologna, fino al proposito di girare un film su un’isola di plastica in mezzo all’Atlantico, o il ricordo di una figura come quella del denominato “bombardiere”, uno sciupafemmine di professione che sembra svolgere un ruolo sociale paragonabile a quello di un inseminatore rituale nella cultura melanesiana, o la breve vicenda della nascita (e morte) della rivista Il Semplice da loro fondata assieme a altri amici e compagni di avventure e dis-avventure letterarie quali Ugo Cornia e Daniele Benati che fanno la comparsa lungo il racconto, nel caso di quest’ultimo con l’improvvisa entrata in scena anche di quel Learco Pignagnoli, presunto eteronimo, alterego, truffatore o spacciatore di scartafacci che si voglia dire di Daniele Benati, altro amico di lettere di Ermanno Cavazzoni (qui l’articolo), e ancora altri amici di lettere che fanno la comparsa durante il percorso a vario titolo, come Stefano Benni e Paolo Nori con richiami o solo evocazioni delle loro opere come accade anche con Antonio Delfini, autore purtroppo semisconosciuto.

Lirismo e leggerezza

Lo sfondo è sempre quello degli immensi spazi umidi e nebbiosi di una pianura padana che ricorda un po’ il far west, luoghi dell’anima per Celati, fino ai paesaggi spettrali del grande delta del Po che sono anche i luoghi natii della madre di Celati e che ritroviamo nelle fotografie di Luigi Ghirri, un altro spirito a lui affine con il quale in quegli anni instaurerà un’amicizia e che sarà più che evocato dallo stesso Celati nei racconti di I narratori delle pianure (1985), di Verso la foce (1989) e in documentari come Strada Provinciale delle anime (1991), Il mondo di Luigi Ghirri  (1999) e Case sparse, visioni di case che crollano (2003), un vero peregrinare verso quei luoghi fanstamatici e desolati, spesso condiviso dai due scrittori e che è accompagnato da una scrittura più piana e essenziale pur non mancando lo slancio lirico e sospeso di un giovane Celati come è ricordato da Cavazzoni. Lirismo e leggerezza sono i tratti distintivi di due scrittori e spiriti affini che come se salissimo su una mongolfiera che dolcemente si innalza verso il cielo ci fanno vedere le cose dall’alto, che si vedono anche meglio con il dovuto distacco comico, con l’ironia e la narrazione favolistica e parodistica, tratti comuni dei due scrittori e amici stilisticamente legati dal tono discorsivo della loro scrittura che fa suo il frasario dell’oralità dalla inconfondibile cadenza emiliana, e tipica della sua cosiddetta scuola letteraria.

Un’amicizia lunga una vita che non può fare meno di fare i conti con il decadimento naturale delle esistenze e del quale Cavazzoni nel suo libro di memorie non può e non vuole non darne conto, a partire dalla confessione sulla dura esperienza della traduzione dell’Ulisse di James Joyce per Einaudi sulla quale Celati ha lavorato per ben sette anni, fino al periodo del silenzio e del lungo, commosso e commovente addio all’amico al cui lento declino e esito fatale è dedicato ampio spazio sul finale del libro, senza infingimenti, edulcorazioni, sdolcinature e sentimentalismi, perché senza la morte non c’è nemmeno la vita, e nemmeno l’amicizia, che benché abbia una scadenza naturale, ci ha detto poco prima Cavazzoni in ricordo dell’amico:

«I suoi libri continuano a vivere e parlare di lui, anzi sono pezzetti della sua anima, con cui si può continuare a dialogare. Io me li tengo cari, nella prima edizione che ho letto, siamo esseri fatti di parole, e le parole non muoiono» e quindi un po’ non muoiono nemmeno gli amici.

Un libro divertente e commovente che in fondo non è che la storia di un’amicizia, la cosa più vera che resiste al tempo, alle mode, al caos del mondo e a qualsivoglia premio.

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