Un archivio di possibilità, una memoria che può diventare progetto. Con un libro, che è allo stesso tempo saggio storico, indagine architettonica, diario di viaggio, romanzo di luoghi invisibili, Beniamino Biondi invita a guardare ai borghi abbandonati disseminati in Sicilia come a parte della storia che resiste, nonostante tutto. Leggere, per credere, “Nell’isola che non c’è. Guida ai borghi fantasma di Sicilia”
Un libro pazzesco, figlio di un lavoro certosino e appassionato, l’opera di uno storico che non è un semplice saggio, ma al tempo stesso diventa indagine architettonica, diario di viaggio, romanzo di luoghi invisibili. Nel suo nuovo volume Nell’isola che non c’è. Guida ai borghi fantasma di Sicilia (320 pagine, 22 euro), pubblicato dalla casa editrice palermitana Il Palindromo, Beniamino Biondi riporta alla luce un arcipelago di luoghi che la Sicilia ha dimenticato, ma che continuano a interrogare chi li attraversa. Quasi un centinaio di borghi disseminati nell’entroterra, costruiti tra il 1922 e il 1974, diventano le tappe di un viaggio che non ha nulla del turismo e molto dell’iniziazione. Sono luoghi sospesi, il più delle volte mai davvero vissuti, altre abbandonati troppo presto, sempre segnati da un’idea di modernità che non ha retto alla prova del tempo. Beniamino Biondi li osserva sì con l’occhio dello storico, ma li racconta con la voce di chi ha camminato tra le rovine, ascoltando il vento che passa tra le finestre vuote e i cortili deserti. Una meraviglia, nel suo genere.
L’utopia rurale e il suo rovescio
Nell’isola che non c’è ricostruisce la genealogia di questi insediamenti, nati prima come strumenti dell’utopia rurale fascista e poi come tentativi, spesso maldestri, della riforma agraria di ridisegnare il paesaggio sociale dell’isola. Il fascismo – la cui retorica cominciava dagli spazi – immaginava borghi geometrici, ordinati, autosufficienti: piccole comunità disciplinate, pensate per sottrarre i contadini al latifondo e inserirli in un modello produttivo controllato. Architetti di rilievo disegnarono piazze, torri littorie, case coloniche che ancora oggi, nonostante l’abbandono, conservano una bellezza severa, quasi metafisica. Nel dopoguerra, invece, la spinta modernizzatrice si trasformò in una corsa disordinata: borghi costruiti con criteri di economia estrema, spesso senza una reale prospettiva di vita, destinati a svuotarsi prima ancora di riempirsi. È la stagione in cui la Sicilia si urbanizza, mentre l’entroterra si svuota e i nuovi insediamenti restano come gusci senza voce.
La modernità che si dissolve
L’Isola che Beniamimo Biondi racconta non è quella delle coste luminose, ma quella delle trazzere, delle colline che si ripiegano su se stesse, dei paesaggi che sembrano custodire un tempo più lento. La sua scrittura — a tratti visionaria — trasforma i borghi in personaggi: testimoni muti di un’epoca che ha creduto nella modernità come promessa e l’ha vista dissolversi. Ogni borgo diventa, in qualche modo un frammento di memoria personale, un incontro con ciò che resta e con ciò che non è mai stato. L’autore visita questi luoghi come si passano in rassegna i ricordi: con rispetto, con stupore, con una malinconia che non è resa ma consapevolezza.
Le storie e il futuro
Tra le pagine del libro affiorano vicende minime e potenti: comunità che hanno tentato di radicarsi, parroci che hanno resistito da soli fino all’ultimo, famiglie che hanno abitato per poco case pensate per un futuro che non è arrivato. Sono storie che non cercano il pittoresco, ma la verità di un rapporto irrisolto tra l’uomo e la terra, tra la Sicilia e la sua identità rurale, troppo spesso rimossa per vergogna o per fretta di modernità. Il libro contiene – non è un caso isolato – una mappa completa dei borghi rurali siciliani: un lavoro mai realizzato prima, che restituisce ordine a un patrimonio disperso. Mappare significa riconoscere, dare dignità, impedire che l’oblio diventi cancellazione. Questi luoghi non siano solo rovine, ma nodi di una storia che riguarda l’intera isola, e forse perfino il suo futuro. Forse, lascia intendere Beniamino Biondi, facendo riferimento in particolare a qualche caso, la memoria può diventare progetto, l’abbandono non è sempre irreversibile.
Un atlante della memoria
Saggio storico, indagine architettonica, diario di viaggio, romanzo di luoghi invisibili. L’opera di Beniamino Biondi non si esaurisce nella sua fisicità: genera mappe interiori, invita al viaggio lento, spinge a guardare la Sicilia da un’altra prospettiva: quei borghi in rovina sono parte della storia collettiva dell’Isola, non luoghi definitivamente perduti, ma che resistono, nelle piazze vuote che sembrano attendere qualcuno, nei silenzi che raccontano più delle parole. Beniamino Biondi invita a guardare, a capire, a non voltarsi dall’altra parte. E così, per paradosso, l’isola che non c’è diventa un’isola che c’è più che mai: un archivio di possibilità, un atlante della memoria che chiede di essere sfogliato con lentezza.
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