L’amicizia e la guerra in un romanzo che resta addosso, non per la trama, ma per l’atmosfera: un misto di nostalgia, ferocia e sacralità. Jacopo Iannuzzi è tornato in libreria con un volume, “Siro”, più maturo e universale rispetto al suo debutto, “White People Rape Dogs”
Vincitore del premio Calvino e catapultato nel catalogo Einaudi, Jacopo Iannuzzi non è un autore realista, è un autore che usa la realtà come detonatore, non come cornice; e la quotidianità, in quel che scrive, è solo il punto di partenza per un movimento di trasfigurazione che porta verso territori simbolici, desertici, apocalittici. Da un lato, l’ossessione per i legami come l’amicizia, la fratellanza, la dipendenza emotiva, dall’altro la costruzione di mondi narrativi che funzionano come metafore assolute, spazi deformati in cui l’interiorità dei personaggi diventa paesaggio. La sua voce è riconoscibile perché lavora sul limite: tra epica e intimità, tra distopia e confessione, tra corpo e mito. Era andata così, con il suo debutto per lo Struzzo, White People Rape Dogs, e si riconferma con Siro (131 pagine, 17 euro), che Jacopo Iannuzzi ha affidato a Mercurio Books.
La perdita come destino
Siro è un romanzo breve, ma densissimo, che conferma e radicalizza le intuizioni dell’esordio White People Rape Dogs. Se il primo libro era un’esplorazione feroce del desiderio di trasgressione, della violenza latente nei rapporti di potere e dell’identità come performance, Siro sposta il baricentro: non più la provocazione come gesto, ma la perdita come destino. Il romanzo si apre su un paesaggio rurale che ha il sapore dell’infanzia mitica: corse nei campi, giochi crudeli, un’amicizia assoluta tra Siro e Bordel, due ragazzi cresciuti insieme senza ironia né distanza. Quando nel cielo compare una misteriosa “crepa”, una fenditura che sembra annunciare la fine del mondo, i due decidono di arruolarsi. Non per patriottismo, ma per fame di senso: la guerra come occasione di grandezza, come possibilità di diventare qualcuno.
La separazione come ferita metafisica
La realtà li travolge. Un’esplosione devasta la città, separa i due amici e dà inizio al viaggio di Siro attraverso un mondo ridotto a rovine, popolato da cani feroci, profeti deliranti, culti apocalittici. La guerra non è un evento storico: è un paesaggio mentale. Siro cerca Bordel come si cerca un’origine, un’identità, un motivo per continuare. Il primo nucleo tematico del romanzo è l’amicizia come forma di destino.
Siro e Bordel non sono semplicemente amici: sono due metà dello stesso corpo narrativo. La loro separazione è una ferita metafisica, un trauma che non riguarda solo la perdita dell’altro, ma la perdita di sé. In questo, Siro dialoga sottilmente con White People Rape Dogs: se lì la relazione tra i personaggi era attraversata da una violenza performativa, qui la violenza è ciò che resta quando il legame viene spezzato.
La guerra come rivelazione del vuoto
Il secondo nucleo tematico è la guerra come rivelazione del vuoto. Non c’è eroismo, non c’è politica, non c’è nemmeno un nemico definito. La guerra è un deserto che costringe Siro a guardare dentro di sé, a confrontarsi con la nudità dell’esistenza quando tutte le strutture crollano. Il mondo post‑esplosione è un paesaggio simbolico: cani che ringhiano come guardiani dell’aldilà, profeti che annunciano la fine, rovine che sembrano parlare. È un universo che ricorda certe distopie poetiche, ma filtrate attraverso una sensibilità intima, quasi confessionale. Rispetto all’esordio, qui la violenza non è un gesto, ma una condizione. Non serve a provocare: serve a rivelare.
La giovinezza come ricerca dell’apocalisse
Il terzo nucleo tematico riguarda la giovinezza come tensione verso l’oltre. Jacopo Iannuzzi racconta una generazione che non si accontenta del mondo così com’è, che cerca un evento, un’apocalisse, qualcosa che spezzi la continuità del quotidiano. In White People Rape Dogs questa tensione si manifestava come desiderio di trasgressione; in Siro diventa desiderio di senso. È un passaggio decisivo: dalla provocazione alla rivelazione. La lingua è controllata ma febbrile, capace di passare dalla descrizione epica alla confessione intima senza perdere coerenza. Rispetto a White People Rape Dogs, Siro è meno esplosivo ma più profondo: lì dominava la provocazione, qui domina la ferita. È un romanzo più maturo, più compatto, più universale. Siro è un libro che resta addosso. Non per la trama, ma per l’atmosfera: un misto di nostalgia, ferocia e sacralità. Conferma Jacopo Iannuzzi come una delle voci nuove della narrativa italiana contemporanea: un autore che non cerca il realismo ma la verità emotiva.
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