Una scrittura pragmatica per un magnifico interno di famiglia, tra cortocircuiti, rotture, solitudini. “La cattiva figlia” di Carla Cerati entra nelle dinamiche relazionali del rapporto madre-figlia, senza manipolazioni e senza affabulazioni…
La cattiva figlia (272 pagine, 20 euro) è un romanzo di Carla Cerati, pubblicato per la prima volta da Frassinelli nel 1990 e adesso tornato tra i primi titoli del nuovo corso dell’editore Frassinelli, che fa parte del gruppo Mondadori.
Per la Festa della Mamma di quest’anno, volevo un libro che mirasse oltre le retoriche e le agiografie famigliari proposte tradizionalmente per l’occasione. Il mio obiettivo era tuffarmi in una storia non contraffatta, che proponesse un rapporto madre figlia esplorato magari con crudezza ma autentico. L’inversione del soggetto nel titolo, il riflettore puntato anziché sulla madre sulla figlia, di una autoproclamatasi addirittura cattiva, mi è parso un indizio favorevole. Non mi sbagliavo: questa pargola mi ha dato belle soddisfazioni.
Un capitale di memorie
Il romanzo autobiografico di Carla Cerati è la scatola delle foto di famiglia che, una volta scoperchiata – con l’intenzione di ripescarne uno scatto specifico a sostegno di un preciso ricordo – ti risucchia, risputandoti pezzi del passato a cui non pensavi da tempo o che ignoravi o che avevi scordato. Un capitale di memorie che innescano molteplici deragliamenti. Il primo, macro e più importante – fulcro del romanzo – è dentro te stessa, che era poi quello che andavi cercando: il confronto/accostamento tra il ruolo di figlia rappresentato dall’autrice con il tuo. Ad esso seguono incursioni nelle epopee domestiche – di cui le vicende familiari di Cerati sono paradigmatiche – delle generazioni immediatamente precedenti la nostra che hanno fatto la Storia del paese, attraverso ristrettezze economiche, precarietà lavorativa, cura domestica, lenta e dolorosa emancipazione femminile.
Uno spiraglio di autoindulgenza
Non so quante di voi, come accade a me, si portino dentro il cruccio di essere cattive figlie e il rammarico di non saper cambiare, evolvere in persone migliori. Carla Cerati non suggerisce ricette di trasformazione, né fornisce alibi, né, attingendo dalla psicanalisi, trova spiegazioni agli odiosi meccanismi comportamentali.
Mi ha, semplicemente, fornito un angolino da cui osservare una dinamica relazionale che conosco bene, aprendomi ad una prospettiva di accettazione che, se non lenisce il senso di colpa, apre, quanto meno a uno spiraglio di autoindulgenza.
Non so neppure quanti di voi abbiano avuto il privilegio e il piacere di raccogliere i racconti delle nonne e delle mamme a proposito dei rapporti coniugali, delle battaglie per portare avanti la famiglia, fatte di rinunce e di rigide pianificazioni. Anche qua la voce di Cerati dà un contributo prezioso.
Prima che deflagrasse lo storytelling
Il mio intento era di abbozzare un bilancio di lettura che fosse accorato e genuino, che non ricadesse nei toni da “consiglio per gli acquisti” e volevo essere sintetica. Nonostante abbia mancato l’obiettivo della concisione, ancora non dispero di raggiungere l’altro. Mi resta quindi il doveroso cenno allo stile di Carla Cerati, la cui scrittura è stata una bellissima scoperta.
La narrativa evolve costantemente, risentendo anche delle mode del momento. Recuperare romanzi del recente passato è un’opportunità per scandagliare i percorsi, per ripercorrere le tappe dello sviluppo progressivo di quest’arte, per far dialogare il suo passato con il presente.
La cattiva figlia di Carla Cerati è un pezzo vintage di grande pregio, che ripropone uno spaccato del mondo narrativo prima che vi deflagrasse lo storytelling, prima che diventasse imperativo lo “show, don’t tell”.
Il reale, non l’emotivo
Questo magnifico interno di famiglia, dove la dinamica generazionale è scandita da cortocircuiti, rotture, solitudini e piccole rivoluzioni esistenziali, trova nello stile e nell’andamento della scrittura il suo contrafforte. Meno austera e trattenuta di De Cespedes, che in Quaderno proibito aveva affrontato argomenti contigui, Cerati dice più che mostrare. La sua non è una scrittura per sottrazione, quando piuttosto una scrittura economica tout court. Tono, ritmo, atmosfera, scelte lessicali sono dettate da un pragmatismo importato tra le pagine dalla vita. I fatti sono affidati ad un racconto che non cerca giri di parole, escamotage, colpi di teatro. Senza manipolazioni, senza tentativi o esigenze affabulatorie, guadagna l’incontro con il lettore sul piano geometrico del reale e non su quello immaginario dell’emotivo. Eppure, Carla Cerati ha felicemente dimostrato che, anche tenendo strette le parole e dirigendole rigorosamente al punto si ottiene di coinvolgere parimenti i sentimenti. La cattiva figlia arriva al cuore passando per la mente.
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