Ilaria Camilletti, un’Oasi di caos nella giungla dei vent’anni

Il debutto di Ilaria Camilletti, con “Ilaria nella giungla”, è una storia di vita e di formazione personale che non vuole dimostrare nulla ai suoi lettori. Immersa nella giungla urbana, Ilaria opta per raccontare il passaggio all’età adulta non come una conquista definitiva, ma come un apprendistato nella confusione del mondo. Perché alla fine siamo tutti sulla stessa barca… e nella stessa giungla

Tavoli da sparecchiare, turni massacranti, afa del litorale romano e amicizie inaspettate: è questa la giungla di Ilaria, giovane donna che, alla fine del liceo, si sente incompleta in un mondo che la vorrebbe centrata, sicura e al di sopra delle aspettative. Ilaria nella giungla (264 pagine, 18 euro) è l’esordio dell’omonima Ilaria Camilletti, pubblicato da Accento Edizioni. L’opera segue una ragazza appena diplomata che si ritrova a fare i conti con il vuoto lasciato dalla fine della scuola, in una torrida estate in cui tutti sembrano sapere cosa fare della propria vita tranne lei. Dapprima in sordina, il romanzo ha già attirato l’attenzione di molti lettori per la sua capacità di raccontare un’età fragile senza trasformarla in manifesto generazionale.

Il mondo fragile di Ilaria e l’estate dello smarrimento

La protagonista non vive avventure straordinarie; semplicemente attraversa un’estate di lavoro all’Oasi, un bar confusionario e multietnico a Ostia, imparando a poco a poco a stare dentro al caos degli altri e, soprattutto, dentro al proprio. La storia parte dunque da un contesto semplice – un lavoro stagionale sul litorale romano – che lentamente apre lo sguardo su molto altro: il precariato, la difficoltà di crescere, l’incontro con la quotidianità di chi vive ai margini, il bisogno di trovare il proprio posto nel mondo.

Ho pulito gli stracci. Perché se non lo facevo io, “si non c’era Ileria”, era un casino. Perché qui i tavoli li lucido io, la lista della cena la faccio io. Qui nessuno può andare in bagno se il bagno non lo lavo prima io. Nessuno può bere un mojito se non glielo porto io. E soprattutto, a nessuno importa cosa io sarò da grande. Perché “grande” è lontano. E tra ora è lontano ci sono almeno quaranta ricerche e settecentotré spritz.

È l’Oasi il cuore del romanzo, un luogo rumoroso e pieno di vita. All’Oasi lavorano ragazzi provenienti da Paesi diversi, persone che parlano un italiano imperfetto, appreso dalle esperienze e dalla fatica. Camilletti trasforma questo piccolo stabilimento in una specie di ecosistema umano dove ogni personaggio sembra portare addosso una forma diversa di precarietà. Non c’è retorica nell’incontro tra culture che il libro mette in scena; piuttosto, c’è il tentativo di mostrare come la convivenza nasca soprattutto dalle cose pratiche: dividere i turni, sopportare il caldo, servire ai tavoli, imparare a fidarsi e a delegare. È lì che il romanzo trova il suo centro; non tanto nella trama, quanto nell’osservazione delle relazioni umane, delle fragilità e delle piccole alleanze che nascono tra persone “fuori posto”.

La protagonista del libro, poi, che potrebbe facilmente diventare la classica protagonista “smarrita” della narrativa contemporanea, conserva invece qualcosa di autentico nelle sue esitazioni. Non si conosce ancora bene, non sa cosa vuole fare, cambia umore continuamente, eppure continua a cercare una direzione senza mai trasformare la propria inquietudine in posa.

Camilletti e l’ironia del crescere senza istruzioni

La scrittura di ILaria Camilletti segue la stessa linea: è ironica, molto dialogata, spazia dalla leggerezza alla malinconia senza spezzare il ritmo del racconto. In alcuni momenti sembra quasi di ascoltare le conversazioni tra i tavoli del locale, con le inflessioni romanesche, le battute improvvise, gli scambi scomposti che danno al libro una forte impressione di immediatezza. Ma dietro questa apparente spontaneità c’è anche un lavoro preciso sulla sensibilità dei personaggi, soprattutto quando emergono temi più delicati come la povertà, i disturbi alimentari o la solitudine.

Anche nel linguaggio l’Oasi diventa una “giungla”, ma non nel senso minaccioso del termine: piuttosto uno spazio dove si impara a sopravvivere agli altri e a sé stessi. Nel corso dell’estate, Ilaria scopre che il lavoro non è soltanto fatica o adattamento, ma anche un modo per guardare il mondo da vicino, senza più il filtro protettivo dell’adolescenza.

C’è una lunga serie di sentenze a mio avviso opinabili che mi capita di sentire nel quotidiano. Le frasi Augmentin, le chiamo. Quelle che ti si presentano tutte rosa o bianche, con questa promessa di fragola e salute. E invece contengono solo veleno e odio.

L’opera prima di Ilaria Camilletti è promettente per molti aspetti. A mio parere, lo è soprattutto per il modo in cui evita ogni morale conclusiva. L’estate di Ilaria non produce una trasformazione definitiva, anzi; ciò che cambia è piuttosto il suo modo di guardare gli altri. Lavorando all’Oasi, Ilaria comprende che ogni persona custodisce una storia invisibile e che crescere significa forse proprio questo: accettare la complessità delle vite altrui senza pretendere di semplificarla.

Io la felicità me la devo filtrare da sola. Quanta ne reggo. Un po’ per volta. Quindi no, non andrò al locale con Giulia e i suoi amici. O almeno non credo. Può essere che mi venga voglia d’aria. Può essere che un bel giorno mi svegli senza branchie. Anche ad Ariel, a una certa, spuntano le gambe.

Seguici su Facebook, Twitter, Instagram, Telegram, WhatsApp, Threads e YouTube. Grazie

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *