Il declino dovuto all’Alzheimer di un’ex agente penitenziaria ai tempi della dittatura dei colonnelli in Grecia è raccontato da Nikos Davvetas ne “La secondina”, libro che scuote e resta dentro. La protagonista, madre dell’autore, smarrisce quasi tutti i ricordi, non la memoria della sua controversa professione, accettata per sopravvivere, ma comunque piccolo ingranaggio della macchina repressiva…
Ha spopolato la madre secondo Antonio Franchini, sta spopolando la madre secondo Carrère, il tema è eterno, e da questo nostro piccolo osservatorio segnaliamo un’altra figura materna capace di scuotere il lettore, di restare nella memoria. Arriva da oltremare, da est, dalla Grecia, luogo letterario da valorizzare, da rilanciare. Ci sono editori italiani che storicamente ci provano e a questi si aggiunge anche Feltrinelli Gramma, sigla che negli ultimi anni ha iniziato un percorso letterario che è progetto vivo e coerente, in cui il nome del greco Nikos Davvetas si inserisce con grazia e naturalezza.
Dramma intimo, trauma collettivo
Nato ad Atene nel 1960, Nikos Davvetas è cresciuto respirando l’aria pesante degli ultimi anni della dittatura dei colonnelli, un trauma collettivo che ha segnato indelebilmente la sua produzione, facendone un investigatore della memoria, alle prese con le ferite rimaste aperte. Con il romanzo La secondina (128 pagine, 16 euro) – tradotto da Maurizio De Rosa – non si assiste all’ennesima rievocazione storica dei tragici fatti compresi tra il golpe del 1967 e la restaurazione democratica del 1974, ma a una sorta di deviazione laterale, che porta l’autore ellenico non a concentrarsi sulle vittime eroiche della resistenza, o sui grandi carnefici, piuttosto sulle figure grigie, sui complici silenziosi, che hanno gestito l’ingranaggio della macchina repressiva. Una mossa he finisce per trasformare il suo romanzo La secondina, dramma intimo e familiare, in una riflessione senza tempo sulla natura del male burocratico e, se vogliamo, sulla “trasmissione” della colpa dai genitori ai figli.
La sola memoria che resiste
La genesi di questo libro affonda le radici in un’esperienza privata drammatica e totalizzante: l’accudimento della madre, Maria, morta a ottantanove anni dopo una lunga e logorante convivenza con l’Alzheimer, la progressione del male e infine il buio profondo, lo smarrimento dell’identità in cui il figlio cessa di essere riconosciuto per diventare un perfetto estraneo, pur trasformandosi comunque in genitore del genitore. Un’operazione simile a quella di Philip Roth in Patrimonio. La “fortuna” di Nikos Davvetas è un paradosso della malattia: mentre la mente della donna cancella il presente, riporta a galla, intatto e nitidissimo, l’unico blocco di memoria resistente, il suo passato da guardia carceraria. Al cospetto del figlio, la vecchia inerme ha cominciato a snocciolare una contabilità meticolosa di celle, turni e volti, trasformando la prigione nell’unico perimetro in cui madre e figlio potessero ancora incontrarsi.
Capitoli brevi, andamento sincopato
Opera breve e densa, composta da capitoli fulminei, con cronologia frammentata, La secondina in qualche modo sembra riflettere l’andamento sincopato dell’Alzheimer, procedendo al ritmo dei deliri, delle improvvise lucidità e delle uscite bizzarre della malata. Con una lingua sobria, assolutamente non enfatica, Nikos Davvetas evoca la storia di sua madre Maria – corpo quasi senza più memoria – come la parabola di un’esistenza comune schiacciata dalle contingenze. Madre e vedova giovanissima, la protagonista fa i conti con la miseria e con lo spettro dell’orfanotrofio per il figlio minore, il futuro scrittore che le sta vicino, assieme a qualche badante dell’Est, adesso che la morte la corteggia in modo così infido.
Reclusioni concentriche
“Mi vuoi bene? Lo so che non mi vuoi bene. Ti faccio schifo, per questo ti sei rivolto alle georgiane. Non importa. Stando lontano impareremo a volerci bene di nuovo”.
Quant’è lontana la lontananza? Odiandoti resteremo insieme per sempre, ti porterei sulle mie spalle fino alla fine della mia vita. Ma amandoti potrei anche separarmi da te.
La secondina si configura così come un viaggio all’interno di una serie di reclusioni concentriche: la prigione fisica, la cella domestica dell’appartamento, la trappola biologica dell’Alzheimer e, infine, la gabbia della memoria familiare. Nikos Davvetas ha scritto un’opera che non offre alcuna riconciliazione facile con il passato o con le colpe di chi ci ha messo al mondo.
Da figlio a testimone
Della sua professione, credo, si vergognava più di quanto me ne vergognassi io. Quando a volte le domandavano che lavoro facesse, rispondeva seccamente: “Impiegata”. Soltanto se l’interlocutore le ispirava simpatia, aggiungeva: “Al ministero di Grazia e Giustizia”.
La scelta del lavoro penitenziario, prima nel vecchio carcere di Averof e poi a Korydallòs, non nasce da un’affiliazione ideologica al regime dei colonnelli, ma da un puro e disperato istinto di sopravvivenza. In quel microcosmo di sbarre, comunque la ragazza si cala perfettamente nella parte. Vigila sulle detenute politiche, fa carriera, sale i gradini della gerarchia. La vergogna del figlio, che emerge fra le pagine, viene anche messa in discussione. Nel momento in cui la madre è trasfigurata in un’eroina letteraria, l’autore può spogliarsi del ruolo di figlio ferito per indossare quello del testimone.
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