Una vicenda giudiziaria e professionale che diventa un trattato universale sul mestiere giornalistico e sulla natura umana. È “Il giornalista e l’assassino” di Janet Malcolm che s’immerge nella seduzione e nella manipolazione del giornalismo: cosa resta della nobile ricerca della verità quando il giornalismo diventa letteratura?
Un giornalista che non sia tanto sciocco né tanto presuntuoso da non vedere come stanno le cose sa bene che ciò che fa è moralmente indifendibile. Il giornalista è una sorta di impostore che sfrutta la vanità, l’ignoranza, la solitudine del prossimo: ne guadagna la fiducia e lo tradisce senza scrupoli. E, come l’ingenua vedova che un bel matti no svegliandosi scopre che l’affascinante giovanotto ha preso il largo con i suoi risparmi, chi accetta di diventare protagonista di un testo di non-fiction paga sulla sua pelle la lezione che riceve il giorno in cui l’articolo o il libro vengo no pubblicati. A seconda del carattere, i giornalisti giustificano in vari modi la slealtà. I più tronfi invocano la libertà di parola, sostenendo che «il pubblico ha il diritto di sapere»; chi non ha talento scomoda l’Arte; chi invece ha un po’ di decenza sussurra a denti stretti che deve pur guadagnarsi da vivere.
Nel panorama saggistico di fine Novecento poche righe hanno scosso le fondamenta di una professione quanto l’incipit di questo volume, volume in cui si afferma in modo perentorio come ogni giornalista consapevole della propria arte sa perfettamente di compiere un atto di seduzione e successivo abbandono nei confronti dei propri interlocutori. L’autrice non usa mezzi termini: descrive il mestiere non come una nobile ricerca della verità, bensì come un gioco di specchi in cui l’empatia iniziale si trasforma quasi fatalmente in un tradimento editoriale. Quando l’opera apparve inizialmente sulle pagine del *New Yorker* divenne immediatamente un caso, capace di rimettere in discussione la moralità di chi scrive e la vulnerabilità di chi decide di raccontarsi.
Il passato e la psicanalisi
La Collana dei casi dell’editore Adelphi si arricchisce dell’ennesimo titolo affascinante, che svela mondi. Il giornalista e l’assassino (170 pagine, 19 euro) di Janet Malcolm, è stato tradotto da Enzo D’Antonio, ed è impreziosito da uno scritto di Emmanuel Carrère. Per comprendere la precisione quasi chirurgica con cui, tra queste pagine, viene smontato il rapporto tra cronista e fonte, occorre guardare al percorso formativo e biografico della sua autrice, scomparsa nel 2021, a 86 anni. Di famiglia ebraica, nata a Praga, in fuga dall’Europa che perseguitava gli ebrei, e trasferitasi negli Stati Uniti da bambina, Janet Malcolm ha sempre mantenuto uno sguardo distaccato sulla società americana. La sua formazione non si limita alla pratica redazionale; c’è una profonda vicinanza culturale con il mondo della psicanalisi. Questa attitudine a scavare nei non detti, a decifrare le motivazioni consce e inconsce dei soggetti, le ha permesso di trasformare una vicenda giudiziaria e professionale in un trattato universale sulla natura umana. La sua non è la voce del reporter d’assalto che cerca lo scoop, ma quella dell’entomologo che osserva il comportamento di due soggetti intrappolati nella stessa rete.
Una storica battaglia legale
Al centro della riflessione troviamo una vicenda di cronaca nera che aveva già catalizzato l’opinione pubblica americana. Jeffrey MacDonald, un medico militare accusato del brutale omicidio della moglie e delle figlie, decide di affidare la propria difesa mediatica a Joe McGinniss, un autore di successo. Il medico concede un accesso totale alla propria vita e ai materiali del processo, convinto che il libro finale dimostrerà la sua innocenza; lo scrittore ottiene il materiale per un potenziale bestseller. Durante lo sviluppo del procedimento penale e della successiva stesura, tuttavia, il legame si evolve in modo ambiguo. La convinzione profonda dell’autore vira radicalmente verso la colpevolezza dell’imputato. Il risultato editoriale sarà una condanna senza appello, che lascerà la fonte sbigottita e tradita, dando il via a una storica battaglia legale non per diffamazione, ma per violazione della fiducia.
La falsa sicurezza, un equivoco
Il fulcro dell’analisi si sposta rapidamente dal piano legale a quello psicologico. Il saggio esplora il modo in cui chi intervista si trasforma in una sorta di specchio accogliente, un confessore laico che offre una totale e apparente comprensione. Questa disponibilità all’ascolto crea nel soggetto una falsa sicurezza, inducendolo a calare le difese e a rivelare dettagli che, in un contesto neutrale, avrebbe custodito con cura. Chi scrive asseconda il bisogno narcisistico della fonte di essere ascoltata e compresa. Questo squilibrio relazionale è l’ingranaggio segreto che permette la raccolta del materiale più autentico e, al tempo stesso, più pericoloso per chi lo concede. Un equivoco strutturale: la fonte cerca un alleato, l’autore cerca una storia. Una descrizione spietatamente onesta di una dinamica reale, spesso rimossa per questioni di opportunità professionale o di facciata deontologica.
Il punto di non ritorno
Un altro aspetto cruciale sollevato nel volume riguarda la manipolazione del materiale narrativo. Un libro o un lungo articolo non sono mai la trascrizione fedele della realtà, ma una sua ricostruzione geometrica. Chi scrive seleziona, taglia, cuce e ordina le dichiarazioni per dare vita a una struttura che funzioni sullo schermo o sulla pagina. In questo processo di montaggio, la complessità caotica di una persona reale viene ridotta a un personaggio funzionale alla trama. La figura del medico diventa il prototipo del manipolatore psicopatico, mentre lo scrittore si trasforma nel veicolo di una giustizia morale. Questa transizione dalla realtà alla letteratura rappresenta il vero punto di non ritorno, il momento in cui la fedeltà ai fatti si scontra con le esigenze della narrazione d’intrattenimento o di approfondimento.
Lo sguardo predatorio
A decenni di distanza dalla sua prima pubblicazione (nel 1990), l’opera di Janet Malcolm conserva una freschezza e una rilevanza intatte, specialmente nell’era della sovrabbondanza informativa e del giornalismo narrativo contemporaneo. Ha la forza di un saggio di etica applicata, un monito costante sui limiti del potere di chi racconta. Non offre soluzioni facili o manuali di comportamento; si limita a mettere a nudo il nucleo problematico professione giornalistica, che non è un pranzo di gala. L’onestà intellettuale di Janet Malcolm è spassionata ed evidente, quando riconoscere la natura intrinsecamente predatoria dello sguardo del giornalismo sul mondo.
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