Classico in vita, Alberto Arbasino disinnesca la propria solenne celebrazione nel volume “Autocronologia”, a cura di Raffaele Manica. Non un semplice elenco di date e fatti, ma qualcosa che somigliava alle sue opere, un palinsesto in cui ritrovare lo stesso ritmo
Per chi è cresciuto leggendo Arbasino, l’autore di *Fratelli d’Italia* non è mai stato soltanto un nome sulle copertine. Rappresentava un apprendistato di cultura, eleganza e ferocia, mondanità e rigore. Era il tipo di intellettuale capace di mostrarti le regole del gioco di un salotto e, un attimo dopo, di smontare i meccanismi di quel salotto con precisione chirurgica. Il personaggio precedeva e conteneva l’opera: l’abito impeccabile, l’ironia modulata sulla voce, era un osservatore che partecipava senza farsi assorbire e un testimone che non smetteva mai di registrare. Autocronologia (246 pagine, 16 euro), volume di Alberto Arbasino a cura di Raffaele Manica che Adelphi ha portato in libreria, riflette esattamente questo spirito ed è l’ennesimo capitolo di un lungo coltissimo intrattenimento intellettuale.
Un organismo aperto
Eppure, se c’era uno scrittore che rifuggiva qualsiasi riferimento alla propria vita, qualsiasi tentazione alla scrittura di una saga familiare, quello era Arbasino, fieramente resistente al genere autobiografico. Detestava il feticismo dei ricordi intimi, le sentimentalistiche rievocazioni di avi e tinelli domestici, le nostalgie d’accatto. E allora come inquadrare questo Autocronologia? Come un ultimo, estremo divertissement. Espansione fino all’anno della morte, il 2020, della cronografia per il Meridiano Mondadori, che aveva scritto riottoso, salvo forse accorgersi poi che quell’elenco di date e fatti non era un’autobiografia tradizionale, ma somigliava ai suoi libri: un accumulo di materiali, un palinsesto in cui ritrovare lo stesso ritmo delle sue opere maggiori, un organismo aperto, come tutti i suoi volumi, “film” sottoposti a un montaggio infinito. Libero e inafferrabile Arbasino trasformò così questo testo in un gioco serissimo, l’ultima recita di un autore che non ha mai smesso di tornare a lavorare sui suoi scritti.
Letture bulimiche e viaggi in Europa
Queste stesse pagine ribadiscono che l’esistenza stessa, per Arbasino, non è che una messinscena da governare con ironia. Riaffiorano così gli anni della formazione a Voghera, i riti serali del rosario recitato dalle donne di casa a radio spenta non appena il padre usciva per il circolo, e la biblioteca giovanile, costruita su letture bulimiche in lingua originale: Radiguet, Fitzgerald, Proust, Eliot, Montale. E poi i viaggi in Europa come giovane studioso di diritto e l’ingresso nella società letteraria, e qualche aneddoto mitico (spicca su tutti una cena a casa di Giangiacomo Feltrinelli, a cui partecipava Giorgio Strehler, bocciato fragorosamente da Arbasino in una recensione sul quotidiano Il Giorno).
Un esercizio di leggerezza
Autocronologia è così un catalogo di incontri (Borges, Pasolini, Capote e Tennessee Williams, solo per citarne alcuni) e di amici storici, letture e insofferenze, un’osservazione disincantata, una mappa intellettuale dominata dal rifiuto dell’impegno ideologico e dal primato dell’ironia, pagine in cui il virtuosismo stilistico rimane intatto. L’impressione è che Alberto Arbasino riesca a disinnescare la solennità della propria celebrazione, trasformando la fine in un esercizio di leggerezza. Il libro si chiude con il divertimento distaccato di chi si è visto trasformare in un classico vivente. Consapevole di appartenere a una civiltà letteraria in via di estinzione, Arbasino ci consegna una memoria che non è un rigido monumento, ma rimane felicemente mobile, in evoluzione, con la grazia e la precisione di un gioco.
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