Non si può imprigionare il talento di Stefano Piedimonte entro coordinate grottesche e ironiche. Lo dimostra il suo romanzo “Un momento di debolezza”, in cui si fronteggiano un ex psichiatra, che ha mandato all’aria la propria carriera per un amore considerato inappropriato dall’opinione pubblica, e un ragazzo, orfano del padre e che ha perso la bussola. Ostilità e fallimenti, sofferenze e affinità ribaltano i ruoli, e la determinazione della ragazza che ama il giovane farà deflagrare tutto…
Nel primo post su Instagram del 2025 Stefano Piedimonte, napoletano che vive a Milano, scrittore non intenzionato a percorrere e ripercorrere vecchie strade battute, pur felicemente, scriveva: «… sono bloccato, sono fermo su un libro perché sento che questo, oggi, è ciò che voglio raccontare. È un libro scritto e riscritto, la prima traccia risale a otto anni fa e col tempo ha assunto forme sempre diverse, fino a raggiungere una sua concretezza. Non è una commedia, genere a cui una parte dell’editoria mi vuole legato e in cui vorrebbe confinarmi, catalogarmi, archiviarmi. Eppure, le persone cambiano, e se la loro scrittura non cambia con loro, allora è una scrittura falsa, o sono false loro. L’ho inviato in lettura ad alcuni editori, e solo ad alcuni, perché questo è ciò che desidero per l’anno nuovo: parlare davvero di come può essere la vita in certi suoi angoli remoti».
La precisione del buio
Partire da qui può essere utile per inquadrare quel libro a cui Stefano Piedimonte accennava, l’ultimo romanzo pubblicato da Marsilio, Un momento di debolezza (288 pagine, 18 euro). Dimenticate i libri surreali e ironici di Piedimonte. Qui non si ride. In passato i noir grotteschi e le satire sulla criminalità organizzata l’hanno lanciato e fatto conoscere. Adesso però ha nel cuore e nella testa altro, in qualche modo coerentemente, perché nei suoi romanzi, dietro il sorriso si è sempre nascosto un’attenzione al disagio e alle miserie umane. In Un momento di debolezza l’ironia non mitiga più il colpo, resta solo il dolore, registrato con precisione chirurgica. L’arguzia è diluita in un mare nero, stavolta Stefano Piedimonte è interessato ad altro, a misurare la precisione del buio.
Territori opachi
È un romanzo ruvido, con cui Stefano Piedimonte si avventura in un territori opachi, ferocemente umani. I perni sono i due personaggi principali, Ludovico Bernard e Cesare Neiwiller.
Ad atterrirmi era la consapevolezza della mia fragilità. Come avevo potuto permettere a una donna con la testa di una ragazzina d’insinuarsi così profondamente, di penetrare così profondamente nel mio cuore? Come avevo potuto soltanto pensare che un rapporto del genere potesse portarmi a qualcosa di concreto?
Il primo protagonista, Ludovico, già psichiatra stimato, smarrisce il prestigio di un’intera carriera in poco tempo: una relazione clandestina, con una paziente, Gabriella, che ha un deficit cognitivo, si trasforma in un caso di cronaca, e il rispetto pubblico diventa disprezzo, pubblica esecuzione, colpa che si trasforma in pena senza redenzione, senza nessuna riabilitazione.
Avrei dovuto essere il funzionario irreprensibile di me stesso. Un uomo retto, un esecutore solerte; avrei dovuto ragionare secondo i princìpi. Ma no, io non ho ragionato secondo i princìpi, ho ceduto alla promessa di quell’effimera immortalità, credendo che forse, privata della “t”, la parola non suonasse così diversa.
La musica di Nick Drake
Il secondo protagonista, Cesare, ha diciannove anni e fa i conti con un lutto: la perdita del padre è un dolore ed è la scomparsa di ogni bussola sul futuro. Finisce nello studio di Ludovico che, a dieci anni dallo scandalo per cui ha scontato anche alcuni anni in prigione, riceve pazienti in un appartamento di periferia a Milano, dove la luce fatica a entrare. E la speranza pure. Prescrive farmaci di nascosto. Accoglie persone alle prese con crisi, malesseri, disorientamenti, patologie non riconosciute dalla medicina ufficiale, ma non per questo meno dolorose. Per tutti, ormai, lui è solo «lo sciamano». I due, Ludovico e Cesare non si piacciono, fanno i conti con un rifiuto reciproco, quasi un’ostilità, che tuttavia nasconde un legame magnetico. A fare da ponte tra queste due solitudini c’è la musica. Le note di Pink Moon di Nick Drake sono la frequenza emotiva su cui i due personaggi si incontrano senza il bisogno di capirsi. Non un cantautore qualunque, Nick Drake, morto ventiseienne per overdose di farmaci, simbolo di una fragilità assoluta, di un talento incapace di sostenere il peso del mondo.
Chi “cura” chi?
Con una scrittura asciutta e un ritmo maestosamente lento – che non significa noioso, tutt’altro – Stefano Piedimonte è molto abile e preciso nell’incarnare i due punti di vista, a stare nelle loro teste e nei loro corpi, sciorinando in modo credibile pensieri, parole e azioni di un uomo vissuto e colto e di un giovanissimo, disorientato e svagato, vulnerabile e confuso, alle prese con un primo amore ma psicologicamente devastato dalla morte del padre e dalle macerie che ha lasciato tra le mura domestiche. Analizza il dolore come pochi, Stefano Piedimonte, e forse lascia intendere che è possibile solo provare a reggerlo, non sradicarlo, non contrastarlo, tenerlo a bada. Un’idea che s’insinua in modo bidirezionale, ribaltando anche i ruoli, la “terapia” riguarda entrambi, il professionista Ludovico e Cesare, che a lui si è rivolto: Chi “cura” chi? Chi trasforma chi? Forse Cesare diventa per Ludovico uno specchio in cui contemplare amaramente il proprio fallimento. Entrambe le figure sembrano suggerirci lo sguardo da dedicare alla debolezza non come colpa o come eccezione, ma come condizione strutturale di ciascuno di noi.
La bellezza dell’ostinazione
Un personaggio che brilla per ostinazione e determinazione è Chloé, la ragazza innamorata di Cesare, che ritiene d’essere stata accantonata inspiegabilmente da lui: è pronta a denunciare Ludovico pur di proteggere il giovane, l’ex psichiatra è così costretto a fare i conti col passato con Gabriella, con Napoli, con i suoi buchi neri emotivi. Chloé è un elemento di rottura necessario, che incendia le pagine, liberando i due protagonisti da quella specie di eterno, immobile limbo emotivo che è il loro rapporto.

